Un’intervista del Prof. Gemelli
1) “Sergio Bertoni, la vita e le opere”. Immagina che questo sia il titolo di un breve paragrafo in un volume enciclopedico. Quale dovrebbe essere il titolo del volume stesso? Quale il sottotitolo del tuo paragrafo biografico? Quale il contenuto del paragrafo? Presentati brevemente in questo modo e prenderò spunto per ulteriori domande in cui sviluppare l’intervista.
R. È un’ipotesi impossibile che mi fa sorridere. Citare un vecchio orso schivo e riservato come me? E perché mai? Le persone riportate in un volume enciclopedico devono aver lasciato, nel bene o nel male, un segno importante nel corso della storia. Non è il mio caso: una normalissima vita di lavoro come quella della maggior parte delle persone. Certo, una vita che ha attraversato epoche e mondi diversissimi tra loro. Raramente in passato si sono verificati cambiamenti così veloci, tumultuosi e radicali come dai primi decenni del novecento fino a oggi.
2) Sergio Bertoni nacque quando l’Italia era un regno. E poi arrivò la bufera… Parlaci dei tuoi ricordi di bambino in quei tempi tragici e strani.
R. Bambino? Credo di non esserlo mai stato, o forse solo nei miei primissimi sei o sette anni, giusto il tempo di indossare la divisa di “figlio della lupa” e ascoltare la maestra magnificare la figura del re soldato. Un re che avrebbe pochi anni dopo fatto la fine forse più squallida e triste di tutti i discendenti della casa Savoia. Era allora l’epoca dell’Italia imperiale, di un paese che noi bambini eravamo condizionati a vedere come il più civile e il più potente del mondo. Eravamo gli eredi dell’antica Roma e del suo luminoso destino sul quale ci aveva incamminati l’uomo della provvidenza, il duce, il possente guerriero a cavallo, quasi un semidio dal cuore forte e dall’animo gentile. L’uomo che si preoccupava di regalare un violino a un bimbo povero che adorava la musica e che si era rivolto a lui. Un mito: l’uomo che lavorava sempre e non dormiva mai. Il mito che alleandosi con il baffuto caporale austriaco, e con i suoi folli sogni di dominio, avrebbe condotto l’Italia alla rovina. Poi la guerra. Le città bombardate. La fuga in piccoli sperduti paesi e la fine dell’infanzia. Dagli otto anni in poi dovetti crescere in fretta, imparare a lottare e difendermi dai miei selvaggi coetanei, imparare a spaccare la legna per accendere il fuoco nella “cucina economica”, tirare la fune per estrarre l’acqua potabile da un pozzo, in un pesantissimo secchio di zinco che pesava quasi più di me, aiutare mia madre a fare la spesa, scendendo con la mia biciclettina al centro del paese per comprare dello schifoso pane nero e alcuni viveri razionati dai bollini della “tessera annonaria”. Avevo solo undici anni quando nacque il mio primo fratello, seguito poco dopo dal secondo e divenni… vice-padre e vice-madre!
3) Sergio Bertoni nella Bocca del Coccodrillo Segreto. Proverbi, modi di dire, motti goliardici, ecc… Sembra strano, ma queste cose a volte hanno un autore e nascono in un momento ben preciso. Svelaci il segreto de “in culo alla balena”!
R. È vero, questi motti hanno quasi sempre un autore ignoto, secondo qualcuno la battuta un po’ volga rotta della balena, avrebbe origini antiche. Non escludo, anche se mi sembra improbabile, che persone diverse abbiano pensato la medesima cosa. Io so soltanto che posso datare la frase. Era il mese di luglio del 1955 e stavamo sostenendo gli orali dell’esame di maturità. La commissione di esame comprendeva degli insegnanti esterni alla scuola, e tra questi ve ne era una, severissima e… molto opulenta, probabilmente sui novanta chili. Come è antica e superstiziosa tradizione, fare gli auguri a una persona che deve sostenere una prova porta sfortuna. Porta “sfiga” si direbbe oggi; quindi a ogni nostro compagno che veniva chiamato davanti alla commissione auguravamo il classico “in bocca al lupo”. Contemplando la mastodontica e arcigna esaminatrice che stava esaminando il registro di classe, mi venne spontaneo dare una affettuosa pacca di incoraggiamento sulla spalla al mio carissimo amico Lucio che, tremante e sudato per la tensione stava per essere chiamato, e dirgli: “tranquillo, vai! In culo alla balena!” La mia frase fece sorridere e rilassare il mio amico che in seguito superò brillantemente gli esami come quasi tutti noi. Con mia enorme sorpresa e a distanza di moltissimi anni ho scoperto che quella frase è sopravvissuta, è ancora in uso, e qualche spiritoso buontempone ha anche aggiunto la risposta: “speriamo che non scorreggi”.
4) Sergio Bertoni e i libri. Qual’è il tuo libro preferito (o i tuoi preferiti)? Qual’è il tuo genere (o generi) preferiti? Quale quello (o quelli) che hai trovato talmente disgustoso da non riuscire neanche a terminare? Quale libro raccomandi sempre a tutti di leggere, e nessuno lo fa mai? Quale libro ti riprometti sempre di leggere, ma non lo fai mai? Quale libro non leggerai assolutamente mai, neanche pagato?
R. Non credo di avere un libro preferito, sono onnivoro, leggo di tutto purché si tratti di narrativa. Mi attira anche la fantascienza, la fantasy e il paranormale, ho adorato il ciclo di libri di Asimov, ma fin da bambino sono passato dai libri del dimenticato Luciano Zuccoli, al Decamerone, alle Mille e una notte, ai libri di Merežkovskij: La morte degli dei, e La resurrezione degli dei, senza dimenticare Tolstòj, Márquez, Poe, King e centinaia di altri autori. Ovviamente non trascuro il genere poliziesco, i cosiddetti “gialli”, e ho trovato molto interessante l’ultimo che ho letto: La condanna del sangue, del bravissimo nuovo autore napoletano Maurizio De Giovanni. Purtroppo, per mia vergogna, il libro che non sono mai riuscito a terminare è considerato il più importante della letteratura del 20° secolo: l’Ulisse di J. Joyce. Non l’ho certamente trovato disgustoso ma l’ho trovato incomprensibile e, molto probabilmente, non finirò di leggerlo mai. Quanto ai libri che raccomando a tutti di leggere… beh, ovviamente i miei. E forse c’è anche qualcuno che lo fa.
5) Suggerisci tu una domanda
R. Meno male che mi si chiede la domanda ma non la risposta. A costo di essere macabro, ma sincero, dirò che alla mia età ci si chiede quando avverrà e che cosa c’è dopo. Ovviamente nessuno lo può dire anche se può essere di qualche conforto una affermazione scientifica: nulla si crea e nulla si distrugge. Tutto si trasforma.
6) Il tuo interesse per il paranormale nasce da qualche indizio o qualche esperienza particolare vissuta personalmente? E il tuo interesse per la storia di Archimede di Siracusa, che hai romanzato, che origini ha?
R. Negli anni 50 l’arrivo nelle edicole della rivista Urania e dei successivi romanzi di fantascienza aveva stimolato in molti di noi giovani l’interesse per il paranormale in generale e per gli ipotetici poteri della mente studiati da Karl Zener e Joseph Rhine presso la Duke University. Personalmente sono stato sempre alquanto scettico in materia e l’unica esperienza, apparentemente inesplicabile, da me vissuta è stata la breve percezione di un forte profumo nel corso di una visita alla chiesa di padre Pio a S. Giovanni Rotondo. L’ interesse per Archimede (a parte il mio amore per la storia) probabilmente nasce dalla lettura, su di una rivista specializzata, dell’eccezionale ritrovamento del palinsesto Archimede (1998) contenente sette trattati di altissimo interesse scientifico e matematico (vedi: http://www.archimedespalimpsest.org/about/). Altri suggerimenti li ho tratti dal libro “Il teorema del pappagallo” di Denis Guedj, un romanzo di notevole interesse per gli amanti della matematica, e da altre notizie sulla vita del grande scienziato riportate da alcuni studiosi siracusani.
7) Chi è il tuo lettore ideale? A chi pensi, cioè, quando scrivi? E chi è che legge in anteprima i tuoi scritti?
R. Il lettore ideale è una persona curiosa, dalla mentalità aperta, disponibile a interpretare con flessibilità il testo e la sua strategia narrativa. Se il testo è ben scritto, il lettore ideale vi si immedesima e lo sente suo fornendo carne, sangue e una presenza reale ai protagonisti della storia. Quando scrivo, io presumo che il lettore non debba necessariamente essere a conoscenza degli antefatti di ciò che legge e quindi cerco di essere il più esplicito e chiaro possibile, il resto lo lascio all’immaginazione del lettore.
R. Sì, sono sposato, ho un figlio e parecchi nipoti. Certo che leggono ciò che scrivo, non so come fanno a sopportarmi ma la vita è fatta anche di sofferenza! Riguardo all’altra domanda. suppongo che tutto ciò che mettiamo sulla carta sia, direttamente o indirettamente, il frutto del nostro vissuto, del nostro pensiero e delle nostre esperienze. Molte cose quindi possono influenzarci anche se forse non ne siamo consapevoli a livello cosciente.
9) Hai concluso la tua attività lavorativa con la pensione (antichissima usanza che va scomparendo). Cosa ti senti di raccomandare ai “giovani”? Quali esperienze e suggestioni tratte dalla tua vita lavorativa hai trasposto nei tuoi romanzi e racconti?
9) Hai concluso la tua attività lavorativa con la pensione (antichissima usanza che va scomparendo). Cosa ti senti di raccomandare ai “giovani”? Quali esperienze e suggestioni tratte dalla tua vita lavorativa hai trasposto nei tuoi romanzi e racconti?
R. Bella domanda! Purtroppo pochissimi traggono frutto dalle esperienze altrui; la storia insegnerebbe moltissimo se le persone fossero disponibili a imparare. Ai giovani raccomando di non scoraggiarsi, di non cedere mai, di essere creativi e di sforzarsi a diventare imprenditori di se stessi. Di cogliere al volo ogni opportunità che, anche se inferiore alle loro aspettative, non potrà che arricchire la loro esperienza e rafforzare il loro carattere. Per quanto riguarda esperienze e suggestioni di lavoro direi che, sia pure talvolta in chiave comica e paradossale, se ne trovano molte in “Paride Passacantando” e qualcuna anche in “Tra realtà e mistero”. Chi di noi, nel corso della vita, non ha incontrato personaggi bonari e filosofi ma taccagni come Ottavio Casellario o prepotenti e autoritari come Formenton?
10) Come sei approdato alla letteratura e all’autopubblicazione? Parlaci di te come autore e delle tue opere.
R. La letteratura è sempre stata la mia passione, anche quando andavo a scuola divoravo, non appena comprate, quelle bellissime antologie che si pubblicavano allora. Ho adorato l’Iliade, nella traduzione di Monti, e ne ricordo ancora interi brani a memoria. Al liceo scrissi un poemetto in endecasillabi sulla caduta dell’Olimpo e la morte degli Dei e lo pubblicai sul giornalino scolastico. Non era male, peccato che non ne sia rimasta traccia. Anni dopo scrissi qualche racconto di fantascienza che apparve sui “Romanzi di Urania”. Dopo il 2000 la nascita di alcune piattaforme gratuite dedicate alla gestione dei Blog mi indussero a creare una mia “casetta” su Tiscali. I miei articoli, le mie considerazioni, i miei racconti incontrarono un certo favore da parte di altri blogger. Una lunga storia a puntate sui Templari piacque a molti. Alcuni racconti lunghi divennero la base per veri e propri romanzi, l’incontro con alcuni eccellenti blogger che avevano auto pubblicato dei romanzi mi indusse a tentare a mia volta e, devo dire, con un modesto ma soddisfacente successo. L’ultimo mio romanzo “Cleoth e Arkh” narra, con molta fantasia ma anche con precisi riferimenti storici, le immaginarie avventure di Archimede nell’antico Egitto ma Cleoth, la sacerdotessa di Iside, è il personaggio che ho amato di più e che forse rappresenta il mio ideale di donna.
11) quale domanda vorresti che qualcuno ti facesse, perché hai la risposta pronta da anni, ma nessuno te la fa mai? E a quale domanda non vorresti mai rispondere?
R. A questa.
Prof. Gemelli.
http://teladoiolanarrativa.blogspot.it/
L’inganno dei senza vergogna!
Parliamo di PENSIONI
Sono un pensionato col RETRIBUTIVO da ormai otto anni ma, se parlassi solo per perorare la mia causa credo che sarei poco ascoltato. NO, voglio difendere la causa di tutti i “nonnetti” pensionati d’Italia e voglio farlo perché tra Boeri e certi sedicenti fautori delle politiche “di sinistra” si sta facendo a gara a chi la spara più grossa contro la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Il detto Boeri poi, per misteriose ragioni (ma credo che lo faccia perché la cifra “grossa” fa più effetto) si lancia in proiezioni pluridecennali per farci rabbrividire di fronte a mostruosi “buchi” di bilancio che subirebbe l’INPS e quindi la Nazione se i prossimi lavoratori non andassero in pensione già agonizzanti. Non voglio però entrare nelle odiose pieghe della legge Fornero che incrementano l’età di pensionamento. Premesso che credo che l’attacco alle pensioni sia legato alla vigliaccheria (oltre che all’inciviltà di chi non rispetta i propri anziani) di chi non teme che i vecchietti possano scendere in piazza con nodosi bastoni, proprio perché vecchi, malandati e non organizzati, dimostrerò, con semplici e lineari conteggi, come sia del tutto falso l’assunto per cui il retributivo rappresenta il godimento di somme mai versate ed il contributivo il recupero di quanto il lavoratore ha messo da parte nell’arco di una vita di lavoro. In realtà, scusate se anticipo ma devo darvi una buona ragione per leggere il resto, in entrambi i sistemi il pensionato non recupera un fico secco.
In realtà, si sa benissimo che alla base del degrado economico e produttivo c’è una politica economica inetta, la scelta del modello thatcherian-reaganiano che conviene solo alle potenti multinazionali della finanza, la miopia crudele delle grandi potenze che hanno fatto inginocchiare la piccola, innocua Grecia che si poteva salvare con pochi spiccioli del bilancio comunitario, la volontà di distruggere un sistema di garanzie costruito in oltre un secolo di lotte animata dallo scopo di poter fare del lavoro un’arma di ricatto e del lavoratore un obbediente suddito. Si sa pure che tutto ciò non ha funzionato e rischia di essere un boomerang ma le potentissime lobby della finanza temono che ogni cedimento possa scoperchiare la pentola e tengono duro. Che fare allora per distrarre l’attenzione dalla verità? A chi si può addossare la colpa dei disastri? Semplice, ai tanti pensionati d’Italia.
Le pensioni sono state già massacrate, però c’è ancora un po’ di spazio per sollecitare la guerra tra poveri: ci sono le famigerate PENSIONI RETRIBUTIVE e poi si può battere pure la grancassa delle PENSIONI D’ORO! Questa sì che è un’idea: la maggior parte dei pensionati, che sono circa 17 milioni, ha un reddito da fame nera, prende dai 400 ai 1000 euro, non ha neppure i soldi per un giornale e vede al massimo la televisione. Cosa c’è di più facile che sollecitare il più antico dei sentimenti, l’invidia, e dire loro che la misera situazione dell’Italia è colpa di chi ha una pensione dignitosa? Inoltre la cosa si può spendere bene anche presso quella massa di disoccupati e lavoratori marginali che, ignoranti come cocuzze perché titolari di una squalificata licenza media, e talvolta anche di un altrettanto squalificato diploma, ma incapaci (lo dicono gli enti preposti, non io) di comprendere il significato di un testo e di fare semplici operazioni aritmetiche, si berranno come oro colato le fandonie di prezzolati giornalisti televisivi dagli stipendi milionari che diranno loro che una pensione di 3000 euro lordi (poco più di 2000 netti) è un vergognoso spreco che lo Stato non si può permettere ed è stata ottenuta con mezzi loschi senza aver versato un decente corrispettivo nell’arco della vita lavorativa. A tal fine si rievoca la vecchissima legge Rumor, abolita ormai da 25 anni che consentì alle madri di figli piccoli con più di 15 anni di anzianità nel pubblico impiego di avere una pensione. Che tale pensione fosse ben modesta (solo il trattamento della contingenza, ormai abolita, e la presenza dello stipendio del marito rendevano conveniente l’offerta. La legge infatti fu varata per evitare di aggravare le casse dello Stato della spesa necessaria ad aprire un numero conveniente di asili ed asili nido e fu quindi un subdolo risparmio, non un aggravio di spesa) ed oggi corrisponda a poco più del trattamento minimo per la modesta percentuale delle donne che avevano allora i requisiti viene opportunamente taciuto. Viene ugualmente taciuto, per lo stesso motivo, che i cosiddetti baby-boomers, cioè quella gran quantità di bimbi che nacque nei primi anni del dopoguerra e fanno paura alle casse dell’INPS per l’alto numero, sono andati in pensione dal 2009 in poi, il che vuol dire che la loro pensione contributiva, quando è tale, si è calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni (che possono talora essere anche in decremento) e non sull’ultimo stipendio – come si dice, mentendo, nei dibattiti televisivi – perché anche questa regola appartiene ormai all’archeologia previdenziale e la promozione in uscita che serviva ad aumentare la pensione era applicata come prassi solo presso le forze armate e la polizia dove poi non si andava in pensione ma “a riposo”, e non a carico dell’INPS (cosa introdotta per tutti dal governo Monti per coprire gli ammanchi della pubblica amministrazione che, in sostanza, aveva sempre omesso di accantonare i contributi dovuti) ma a carico del Tesoro, cioè dell’unica “tasca” indifferenziata dello Stato. Inoltre chi non aveva almeno 18 anni di contributi quando fu reintrodotto il contributivo (nel ’95) ha un trattamento misto di pochi anni retributivi e molti contributivi, se però ha cominciato nel ’93 o dopo ha il contributivo puro. Il retributivo puro si applica quindi solo ha chi ha lavorato con continuità da prima del ’77.
La cosa peggiore poi è che alti funzionari dell’INPS ed influenti personaggi politici vadano dicendo con grande sicumera che nessuno ha contribuito tanto quanto poi riceve da pensionato.
Permettetemi allora di fare “i conti della serva”. Mi perdonino i barbuti ragionieri della previdenza, avvezzi a conti complicati ed infiniti: io mi baserò sulle semplici quattro operazioni delle scuole elementari. Il risultato sarà forse un po’ approssimativo ma credo che ognuno potrà riconoscerne la congruità.
Cominciamo con l’informare il povero stipendiato, spesso ignaro dei meccanismi e quindi facilmente indotto in errore, che il contributo versato alla cassa di previdenza pensionistica non è la piccola somma che vede così indicata nella busta paga (quella è la quota a suo carico), ma corrisponde al 33% dello stipendio LORDO. Ciò vuol dire che la parte che compete al datore di lavoro (la più grande) è, di diritto, un elemento stipendiale e non un regalo; non viene indicata nel lordo per puro espediente contabile.
Veniamo dunque ai conti:
Per ogni 100 euro di lordo, ci sarà quindi un versamento contributivo di 33 euro mentre il lavoratore, di quei cento euro ne vedrà circa 60 DI NETTO (non solo per la previdenza ma per IRPEF, SSN e altri addebiti vari). Detto lavoratore vede quindi, per ogni cento euro lordi di retribuzione, una paga netta annua di 60 x 13 = 780 euro e versa all’INPS 33 x 13 = 429 euro per anno. Se il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo, vedrà, dopo 40 anni di onesto lavoro, una pensione corrispondente allo 80%, e cioè 48 euro mensili corrispondenti a 48 x 13 = 624 euro annui per ogni 100 euro di retribuzione media degli ultimi 10 anni di lavoro percepiti. Ma quanto ha versato nei suoi 40 anni di contribuzione? Ha versato 429 x 40 = 17.160 euro per ogni 60 euro mensili percepiti al netto. Ora, se dividiamo per le tredici mensilità pensionistiche la somma accumulata si otterranno gli anni di pensione che il lavoratore si è messo da parte, questo senza guardare né agli interessi né alla rivalutazione che a tale somma andrebbero attribuiti durante il periodo di vita del pensionato.
Facciamo dunque questo conto: 17.160 : 624 = 27,5 cioè ventisette anni e sei mesi. Quindi un lavoratore pensionato ai classici 65 anni di età esaurirà, se ci arriva, il capitale da lui accumulato all’età di 92 anni e sei mesi. Viva la faccia dei soldi “rubati ai figli!”. Dato che la speranza di vita di un 65enne è di arrivare a 82 anni, col retributivo gli buggerano dieci anni di versamenti.
Se quel medesimo lavoratore andasse in pensione col contributivo, vedrebbe un trattamento pensionistico pari a circa 30 euro mensili, cioè 390 euro l’anno per ogni cento euro lordi di retribuzione media, e vedrebbe risarcito il proprio contributo all’età di 109 anni.
Concludiamo: a mio parere LA VERA TRUFFA E’ IL CONTRIBUTIVO! Il vero motivo del deficit previdenziale è da imputare al fatto che mentre la previdenza dovrebbe essere un sistema mutualistico basato sulle cifre versate, l’assistenza agli invalidi, ai cassintegrati e agli anziani che non hanno contribuito dovrebbe essere a carico della fiscalità, cioè delle tasse, del Tesoro, come negli altri Paesi. Così non è perché lo Stato ha scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori per coprire i propri ammanchi di cassa ed ora si attaccano i pensionati perché difficilmente potranno mai costituire una forza di resistenza organizzata (che fanno, scioperano?). VERGOGNA!!
Una società che non rispetta i propri vecchi non è civile.
Caro Boeri, malgrado gli oneri impropri cui l’INPS è assoggettato, una parte dell’ammanco di cassa (per carità: una PICCOLA parte) non potrebbe essere dovuta a sperperi dell’ente previdenziale come i super-premi ad un folto numero di dirigenti cui si attribuiscono meriti da super-eroe o anche a disorganizzazione interna?
Giuliano Bertoni.
Sono un pensionato col RETRIBUTIVO da ormai otto anni ma, se parlassi solo per perorare la mia causa credo che sarei poco ascoltato. NO, voglio difendere la causa di tutti i “nonnetti” pensionati d’Italia e voglio farlo perché tra Boeri e certi sedicenti fautori delle politiche “di sinistra” si sta facendo a gara a chi la spara più grossa contro la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Il detto Boeri poi, per misteriose ragioni (ma credo che lo faccia perché la cifra “grossa” fa più effetto) si lancia in proiezioni pluridecennali per farci rabbrividire di fronte a mostruosi “buchi” di bilancio che subirebbe l’INPS e quindi la Nazione se i prossimi lavoratori non andassero in pensione già agonizzanti. Non voglio però entrare nelle odiose pieghe della legge Fornero che incrementano l’età di pensionamento. Premesso che credo che l’attacco alle pensioni sia legato alla vigliaccheria (oltre che all’inciviltà di chi non rispetta i propri anziani) di chi non teme che i vecchietti possano scendere in piazza con nodosi bastoni, proprio perché vecchi, malandati e non organizzati, dimostrerò, con semplici e lineari conteggi, come sia del tutto falso l’assunto per cui il retributivo rappresenta il godimento di somme mai versate ed il contributivo il recupero di quanto il lavoratore ha messo da parte nell’arco di una vita di lavoro. In realtà, scusate se anticipo ma devo darvi una buona ragione per leggere il resto, in entrambi i sistemi il pensionato non recupera un fico secco.
In realtà, si sa benissimo che alla base del degrado economico e produttivo c’è una politica economica inetta, la scelta del modello thatcherian-reaganiano che conviene solo alle potenti multinazionali della finanza, la miopia crudele delle grandi potenze che hanno fatto inginocchiare la piccola, innocua Grecia che si poteva salvare con pochi spiccioli del bilancio comunitario, la volontà di distruggere un sistema di garanzie costruito in oltre un secolo di lotte animata dallo scopo di poter fare del lavoro un’arma di ricatto e del lavoratore un obbediente suddito. Si sa pure che tutto ciò non ha funzionato e rischia di essere un boomerang ma le potentissime lobby della finanza temono che ogni cedimento possa scoperchiare la pentola e tengono duro. Che fare allora per distrarre l’attenzione dalla verità? A chi si può addossare la colpa dei disastri? Semplice, ai tanti pensionati d’Italia.
Le pensioni sono state già massacrate, però c’è ancora un po’ di spazio per sollecitare la guerra tra poveri: ci sono le famigerate PENSIONI RETRIBUTIVE e poi si può battere pure la grancassa delle PENSIONI D’ORO! Questa sì che è un’idea: la maggior parte dei pensionati, che sono circa 17 milioni, ha un reddito da fame nera, prende dai 400 ai 1000 euro, non ha neppure i soldi per un giornale e vede al massimo la televisione. Cosa c’è di più facile che sollecitare il più antico dei sentimenti, l’invidia, e dire loro che la misera situazione dell’Italia è colpa di chi ha una pensione dignitosa? Inoltre la cosa si può spendere bene anche presso quella massa di disoccupati e lavoratori marginali che, ignoranti come cocuzze perché titolari di una squalificata licenza media, e talvolta anche di un altrettanto squalificato diploma, ma incapaci (lo dicono gli enti preposti, non io) di comprendere il significato di un testo e di fare semplici operazioni aritmetiche, si berranno come oro colato le fandonie di prezzolati giornalisti televisivi dagli stipendi milionari che diranno loro che una pensione di 3000 euro lordi (poco più di 2000 netti) è un vergognoso spreco che lo Stato non si può permettere ed è stata ottenuta con mezzi loschi senza aver versato un decente corrispettivo nell’arco della vita lavorativa. A tal fine si rievoca la vecchissima legge Rumor, abolita ormai da 25 anni che consentì alle madri di figli piccoli con più di 15 anni di anzianità nel pubblico impiego di avere una pensione. Che tale pensione fosse ben modesta (solo il trattamento della contingenza, ormai abolita, e la presenza dello stipendio del marito rendevano conveniente l’offerta. La legge infatti fu varata per evitare di aggravare le casse dello Stato della spesa necessaria ad aprire un numero conveniente di asili ed asili nido e fu quindi un subdolo risparmio, non un aggravio di spesa) ed oggi corrisponda a poco più del trattamento minimo per la modesta percentuale delle donne che avevano allora i requisiti viene opportunamente taciuto. Viene ugualmente taciuto, per lo stesso motivo, che i cosiddetti baby-boomers, cioè quella gran quantità di bimbi che nacque nei primi anni del dopoguerra e fanno paura alle casse dell’INPS per l’alto numero, sono andati in pensione dal 2009 in poi, il che vuol dire che la loro pensione contributiva, quando è tale, si è calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 10 anni (che possono talora essere anche in decremento) e non sull’ultimo stipendio – come si dice, mentendo, nei dibattiti televisivi – perché anche questa regola appartiene ormai all’archeologia previdenziale e la promozione in uscita che serviva ad aumentare la pensione era applicata come prassi solo presso le forze armate e la polizia dove poi non si andava in pensione ma “a riposo”, e non a carico dell’INPS (cosa introdotta per tutti dal governo Monti per coprire gli ammanchi della pubblica amministrazione che, in sostanza, aveva sempre omesso di accantonare i contributi dovuti) ma a carico del Tesoro, cioè dell’unica “tasca” indifferenziata dello Stato. Inoltre chi non aveva almeno 18 anni di contributi quando fu reintrodotto il contributivo (nel ’95) ha un trattamento misto di pochi anni retributivi e molti contributivi, se però ha cominciato nel ’93 o dopo ha il contributivo puro. Il retributivo puro si applica quindi solo ha chi ha lavorato con continuità da prima del ’77.
La cosa peggiore poi è che alti funzionari dell’INPS ed influenti personaggi politici vadano dicendo con grande sicumera che nessuno ha contribuito tanto quanto poi riceve da pensionato.
Permettetemi allora di fare “i conti della serva”. Mi perdonino i barbuti ragionieri della previdenza, avvezzi a conti complicati ed infiniti: io mi baserò sulle semplici quattro operazioni delle scuole elementari. Il risultato sarà forse un po’ approssimativo ma credo che ognuno potrà riconoscerne la congruità.
Cominciamo con l’informare il povero stipendiato, spesso ignaro dei meccanismi e quindi facilmente indotto in errore, che il contributo versato alla cassa di previdenza pensionistica non è la piccola somma che vede così indicata nella busta paga (quella è la quota a suo carico), ma corrisponde al 33% dello stipendio LORDO. Ciò vuol dire che la parte che compete al datore di lavoro (la più grande) è, di diritto, un elemento stipendiale e non un regalo; non viene indicata nel lordo per puro espediente contabile.
Veniamo dunque ai conti:
Per ogni 100 euro di lordo, ci sarà quindi un versamento contributivo di 33 euro mentre il lavoratore, di quei cento euro ne vedrà circa 60 DI NETTO (non solo per la previdenza ma per IRPEF, SSN e altri addebiti vari). Detto lavoratore vede quindi, per ogni cento euro lordi di retribuzione, una paga netta annua di 60 x 13 = 780 euro e versa all’INPS 33 x 13 = 429 euro per anno. Se il lavoratore ha diritto al trattamento retributivo, vedrà, dopo 40 anni di onesto lavoro, una pensione corrispondente allo 80%, e cioè 48 euro mensili corrispondenti a 48 x 13 = 624 euro annui per ogni 100 euro di retribuzione media degli ultimi 10 anni di lavoro percepiti. Ma quanto ha versato nei suoi 40 anni di contribuzione? Ha versato 429 x 40 = 17.160 euro per ogni 60 euro mensili percepiti al netto. Ora, se dividiamo per le tredici mensilità pensionistiche la somma accumulata si otterranno gli anni di pensione che il lavoratore si è messo da parte, questo senza guardare né agli interessi né alla rivalutazione che a tale somma andrebbero attribuiti durante il periodo di vita del pensionato.
Facciamo dunque questo conto: 17.160 : 624 = 27,5 cioè ventisette anni e sei mesi. Quindi un lavoratore pensionato ai classici 65 anni di età esaurirà, se ci arriva, il capitale da lui accumulato all’età di 92 anni e sei mesi. Viva la faccia dei soldi “rubati ai figli!”. Dato che la speranza di vita di un 65enne è di arrivare a 82 anni, col retributivo gli buggerano dieci anni di versamenti.
Se quel medesimo lavoratore andasse in pensione col contributivo, vedrebbe un trattamento pensionistico pari a circa 30 euro mensili, cioè 390 euro l’anno per ogni cento euro lordi di retribuzione media, e vedrebbe risarcito il proprio contributo all’età di 109 anni.
Concludiamo: a mio parere LA VERA TRUFFA E’ IL CONTRIBUTIVO! Il vero motivo del deficit previdenziale è da imputare al fatto che mentre la previdenza dovrebbe essere un sistema mutualistico basato sulle cifre versate, l’assistenza agli invalidi, ai cassintegrati e agli anziani che non hanno contribuito dovrebbe essere a carico della fiscalità, cioè delle tasse, del Tesoro, come negli altri Paesi. Così non è perché lo Stato ha scaricato tutto sulle spalle dei lavoratori per coprire i propri ammanchi di cassa ed ora si attaccano i pensionati perché difficilmente potranno mai costituire una forza di resistenza organizzata (che fanno, scioperano?). VERGOGNA!!
Una società che non rispetta i propri vecchi non è civile.
Caro Boeri, malgrado gli oneri impropri cui l’INPS è assoggettato, una parte dell’ammanco di cassa (per carità: una PICCOLA parte) non potrebbe essere dovuta a sperperi dell’ente previdenziale come i super-premi ad un folto numero di dirigenti cui si attribuiscono meriti da super-eroe o anche a disorganizzazione interna?
Giuliano Bertoni.
Lo sdegno e il ricordo.
In questa tetra giornata autunnale, il grigiore del cielo aggiunge mestizia al dolore e alla vergogna recato alla nostra capitale, e all’intero paese, dall’infame gesto di pochi ignobili esseri. Costoro hanno avuto l’ardire, per sfogare il loro infame disprezzo antisemita, e il loro odio per una squadra rivale di calcio, di utilizzare a tale scopo il dolce visino di una meravigliosa giovane creatura, vittima innocente della barbarie nazista. Non mi sorprende la loro ignoranza ma mi disgusta il loro abominevole cinismo. Per onorare il ricordo della piccola Anna Frank, riporto uno stralcio del mio libro l’Intruso:“Io, cercavo di ambientarmi, come un tempo, alla vita cittadina. Mi sembrava un sogno rivedere strade, piazze e porticati che avevo quasi dimenticato. Mi recai nella bellissima Piazza dei Signori, attraversai il porticato della Torre dell’Orologio ed entrai in piazza Capitaniato. In fondo, sulla sinistra, si accedeva alla mia vecchia scuola elementare che faceva parte della Reggia dei Carraresi. Presto vi sarei tornato e avrei cercato di recuperare gli anni persi.
Tornando a casa incontrai un volto familiare: Riggio, il vecchio portiere, era ancora seduto nell’atrio del palazzo dietro la sua scrivania. C’era una cosa che mi aveva lasciato triste e perplesso, immaginai che lui potesse rispondermi.
«Riggio, ora noi abitiamo dove prima c’era la famiglia Camerini Rossi. Hanno traslocato? Hanno cambiato casa? Come mai sono andati via?»
Mi osservò, perplesso, e non rispose. Notai che era molto invecchiato durante quegli ultimi tre anni che eravamo stati assenti: pesanti borse sotto gli occhi, rughe più profonde sul viso e i capelli, un tempo appena grigi, erano ora divenuti tutti bianchi. Dal suo sguardo vuoto mi sembrò di capire che forse non mi avesse riconosciuto o non mi avesse sentito. Insistetti:
«Riggio, e allora?»
«No, ragazzo mio, non hanno cambiato casa, sono venuti i tedeschi e… li hanno portati via.» borbottò, sputando le parole tra i denti quasi a fatica.
«Portati via? dove? E perché?» mormorai, ricordando, con un colpo al cuore, Maria Edoarda, quella dolce allegra bimba, mia coetanea, che un tempo mi faceva gioire e arrossire quando rispondeva al mio saluto con un sorriso.
«Era una famiglia di ebrei. I militari tedeschi li hanno caricati su di un camion e sono partiti. Non sono tornati più, mai più, nessuno di loro. L’ingegnere, la moglie, il ragazzo grande, la figlia… Nessuno più… Nessuno.» Una lacrima scese lenta dagli occhi arrossati di Riggio, e si fece strada tra le rughe del viso.
Impallidisco, comprendo e le gambe mi tremano. Solo il giorno prima, passeggiando sotto i portici della strada che conduce alla grande piazza, Prato della Valle, mi ero imbattuto in una mostra all’aperto che esponeva oggetti e fotografie provenienti dai campi di concentramento nazisti: fotografie di montagne di cadaveri ammucchiati in fosse comuni, oggetti personali delle vittime, abiti maschili e vestiti di donna, scatoloni pieni di capelli, altri ripieni di denti ai quali erano state sottratte le capsule d’oro, un libro malconcio, rilegato con una copertina giallastra che sembrava decorata con dei tatuaggi. Sul cartello che lo indicava, c’era scritto: “Fatto con la pelle umana di una delle vittime.”
Ma chi diavolo è Paride Passacantando?
Questo romanzo umoristico di circa pg. 174 formato A5, interamente rivisto e ampliato, sarà, come promesso, per un breve periodo di tempo, in offerta speciale per pochi centesimi. L’estratto gratuito, che potete leggere preventivamente, è sufficientemente lungo per verificare se l’argomento piaccia o meno. L’unica cortesia (se volete) che l’autore gradirebbe, in ricompensa del suo lavoro, è una breve, sincera, recensione. Grazie.
Qui di seguito una graditissima recensione di un bravissimo e noto scrittore, relativa alla prima edizione:
Da Mario Pacchiarotti I PRIMI 500 RECENSORI
Formato: Formato Kindle|Acquisto verificato
Ha proprio ragione Sergio Bertoni, a volte anche l’impossibile avviene. Per fortuna, aggiungo io, visto che spesso tutto ciò che ci rimane al mondo è la speranza che avvenga un miracolo.
Questa volta ho attinto ai suggerimenti della rubrica Pianeta Self Publishing di Flaminia Mancinelli per assaggiare un autore nuovo, almeno per me. Ho voluto iniziare da qualcosa di divertente e non sono stato deluso. Il libro ci fa affacciare in maniera scanzonata e provocatoria nel mondo della Grande Azienda, quella con le maiuscole e i direttori megastellari.
Non fatevi ingannare però, qui non abbiamo Fantozzi, semmai l’ironia del racconto e le ambientazioni mi ricordano più un altro autore campano, Luciano De Crescenzo. Nel dirlo mi viene un pensiero fugace, ma bisogna essere informatici, ingegneri o comunque tecnici per scrivere libri da quelle parti?
Una carrellata di personaggi che verrebbe da definire improbabili, se non fosse che sono fin troppo reali, ci racconta le storie più o meno personali o aziendali, le piccole guerre, le grandi vendette, le trasformazioni, a volte positive, regalandoci alla fine anche un bel lieto fine. Eh sì, perché l’impossibile a volte si realizza, e perché non sperarci allora?
Un autore che inserisco nella mia personalissima lista e sul quale ritornerò di certo in futuro. Libro consigliato, divertente, leggero, ma non troppo, filosofico quanto basta, da leggere anche in compagnia, volendo.
Questa volta ho attinto ai suggerimenti della rubrica Pianeta Self Publishing di Flaminia Mancinelli per assaggiare un autore nuovo, almeno per me. Ho voluto iniziare da qualcosa di divertente e non sono stato deluso. Il libro ci fa affacciare in maniera scanzonata e provocatoria nel mondo della Grande Azienda, quella con le maiuscole e i direttori megastellari.
Non fatevi ingannare però, qui non abbiamo Fantozzi, semmai l’ironia del racconto e le ambientazioni mi ricordano più un altro autore campano, Luciano De Crescenzo. Nel dirlo mi viene un pensiero fugace, ma bisogna essere informatici, ingegneri o comunque tecnici per scrivere libri da quelle parti?
Una carrellata di personaggi che verrebbe da definire improbabili, se non fosse che sono fin troppo reali, ci racconta le storie più o meno personali o aziendali, le piccole guerre, le grandi vendette, le trasformazioni, a volte positive, regalandoci alla fine anche un bel lieto fine. Eh sì, perché l’impossibile a volte si realizza, e perché non sperarci allora?
Un autore che inserisco nella mia personalissima lista e sul quale ritornerò di certo in futuro. Libro consigliato, divertente, leggero, ma non troppo, filosofico quanto basta, da leggere anche in compagnia, volendo.
https://www.amazon.it/Paride-Passacantando-Talvolta-limpossibile-letteratura-ebook/dp/B0097WVW40/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1506379155&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni
Maria Nazionale: Però te penzo.
Traduzione dal napoletano. Cliccare : qui
Però te penzo.
Esco quasi tutte le sere
lui, poi, mi porta fuori
per corteggiarmi
io non sono nata ieri
non si esce per parlare
sai come va
comincia con una cena
e due parole
e finisce sempre che faccio l’amore
però ti penso
scherzo con cento innamorati
ma ti penso
ci metto tutta la volontà ma
sempre a te penso
mi sento di ghiaccio senza di te
perché ti penso
e tu mi pensi?
Quando con quella fai l’amore
e tu, tu mi pensi?
Tu non sei fatto come me
tu non mi pensi
Io non voglio restare sola
ho bisogno di qualcuno
per ricominciare
io mi voglio innamorare
e amare ancora
sto cercando disperatamente amore
però ti penso
scherzo con cento innamorati
ma ti penso
ci metto tutta la volontà ma
sempre a te penso
mi sento di ghiaccio senza di te
perché ti penso
e tu mi pensi?
Quando con quella fai l’amore
e tu, tu mi pensi?
Tu non sei fatto come me
tu non mi pensi.
https://www.youtube.com/watch?v=v4tqWxdc0QQ
Chi sarà mai questo Paride?
Se al semaforo, o all’angolo della strada, un lavavetri o un mendicante porgono la mano, e voi siete disponibili ad aiutarli, generalmente elargite una cinquantina di centesimi, o talvolta un euro. Difficilmente vi limitereste a 10 o 20 centesimi che, nella maggioranza dei casi, non sarebbero certo rifiutati ma neppure accolti con esultanti grida di entusiasmo.
Faccio questa introduzione per fare comprendere quanto possa essere umiliante per un autore indie (indipendente) vendere un suo lavoro a pochi centesimi, dopo che ha spesso impiegato mesi e talvolta anni per informarsi, controllare, immaginare, studiare, pensare, sognare, correggere, modificare… servirsi insomma di tutti quegli elementi necessari per ottenere un prodotto letterario, non dico eccelso, ma almeno decente.
Personalmente ho preferito, per diversi mesi, non ricevere alcun guadagno da alcuni romanzi che mi sono stati richiesti in forma cartacea pur di vederli letti e diffusi. Il loro prezzo, infatti, era limitato al solo costo di stampa e alle relative tasse senza alcuna royalty per l’autore. Ora i prezzi delle edizioni cartacee sono stati portati a un livello appena decente e pari a circa il 50/60% di analoghi testi presenti nei cataloghi degli editori, mentre il costo delle edizioni elettroniche (e-book) è rimasto pari o inferiore al costo di un quotidiano o di una rivista.
Ciò premesso, tenendo anche conto di alcune richieste, e come oltretutto già promesso e annunziato, ho deciso di rimettere in campo, in formato e-book, un romanzo umoristico un po’ dimenticato, che è stato completamente rivisto, corretto e ampliato (circa 174 pg. in formato A5 e 34.619 parole). Il testo viene proposto, su Amazon, soltanto per pochi giorni, al prezzo assolutamente promozionale e praticamente irrisorio di soli 99 centesimi. Ciò all’unico scopo di favorirne la diffusione, e nella sommessa speranza di ricevere numerose recensioni.
Buona lettura e un grazie anticipato a tutti i miei cortesi lettori.
Gli amori senili di un grande poeta
Da un articolo di “La Repubblica”
di Marco Cicala.
Pietra ligure. In Comizi d’amore, il documentario del 1965 sulla sessualità degli italiani, Pier Paolo Pasolini gli chiese se nella vita intima si fosse mai lasciato tentare da qualche forma di trasgressione. Quasi ottantenne, Giuseppe Ungaretti rispose: «Che cosa vuole, io sono un poeta… Quindi incomincio col trasgredire tutte le leggi facendo della poesia… Ora sono vecchio e allora non rispetto più che le leggi della vecchiaia, che purtroppo sono le leggi della morte». Parole tombali. Però il vegliardo mentiva. O peccava di falsa modestia. Perché in fatto di passione l’inverno della sua vita fu abbastanza vorticoso da sbriciolare come uno squallido cliché l’equazione vecchiaia = pace dei sensi. A riprova le circa quattrocento ardentissime lettere inviate alla giovane poetessa italo-brasiliana Bruna Bianco tra il ‘66 e il ‘69. Se ne conoscevano soltanto pochi stralci, adesso escono al completo da Mondadori, a cura di Silvio Ramat.
Vampe e acciacchi senili, viaggi, onori da star, riflessioni – qua e là velenosette – su letteratura, arte, musica, società, politica… Nel nubifragio di epistole – che nei momenti di massima esaltazione decollavano al ritmo di due al giorno – c’è dentro tutto il centauro Ungaretti: per metà sommo poeta della concisione e per l’altra affabulatore torrenziale. Con Bruna Bianco si conobbero a San Paolo del Brasile nell’estate ‘66. Lei aveva 26 anni, lui oltre mezzo secolo di più. «Finiva agosto. Dopo una sua conferenza all’Hotel Ca’ d’Oro mi avvicinai trovando il coraggio per consegnargli una busta con le mie poesie. Bruttissime» sorride Bruna ricevendomi nella casa di Pietra Ligure dove passa le vacanze. È un’affettuosa signora con un fisico asciutto da maratoneta. Oggi ha più o meno la stessa età del poeta all’epoca. Continua: «Ungà mi invitò immediatamente a colazione. Rifiutai. Lui ripartì per Rio. Doveva restarci dieci giorni. Ce ne ne rimase solo tre. Una mattina, arrivando in ufficio, mi dissero che aveva chiamato una ventina di volte. E adesso il telefono squillava di nuovo». Si rivedono. In Dialogo, breve raccolta scritta insieme alla sua musa, Ungaretti avrebbe ricordato quei momenti come un’epifania erotica: «Sei comparsa al portone/In un vestito rosso/ Per dirmi che sei fuoco/Che consuma e riaccende». Lei lo scarrozza in auto per la megalopoli. Finiscono in un parco: «Era di lunedì/Per stringerci le mani/E parlare felici/Non si trovò rifugio/Che in un giardino triste/Della città convulsa». Visiteranno anche la tomba di Antonietto, il figlio del poeta morto ragazzino nel ‘39, quando lui insegnava all’Università di San Paolo. «Da allora, di quella tomba mi sono occupata soltanto io» dice Bruna in un italiano nobile, caramellato dal soave accento brasiliano.
A settembre Ungà se ne riparte in nave. È già tarantolato dall’amour fou. La prima lettera è un telegramma Italcable dettato durante la traversata e firmato «nonno Ungaretti». Nel carteggio il tema del divario anagrafico è un basso continuo: «Sono ormai troppo vecchio, oltre misura vecchio, quasi un antenato»; «Quale apparizione di bellezza per alleggerirmi dal peso di male e di dramma che mi curva le spalle anziane…»; «Ciò che sarebbe più ragionevole è che Tu scegliessi per compagno un giovane come Te. Ma se credi che un poeta non abbia età…». La possessione d’amore si pone da subito sotto l’antico segno della follia. Demenza e demente sono le parole che ricorrono più spesso per giustificarla. Ma dalla passione crepuscolare Ungaretti esce ringiovanito, diresti miracolato. Come quei nonnetti dei cartoon quando ingollano la magica pozione e d’incanto li vedi scagliare via le grucce, la carrozzella per scapparsene lontano zompettando ilari. «Abbandonò i bastoni, smise di camminare curvo» racconta Bruna. «Cambiò perfino abbigliamento. Era sempre in giacca e cravatta. Elegante come un gentleman, profumato come un bebè».
Ungà regredisce all’adolescenza. A quando «innamorato… andavo fuori di casa, correvo per le strade, telefonavo senza motivo a gente che cascava dalle nuvole… Aprivo un libro e lo richiudevo…Prendevo un foglio di carta, e ci facevo, senza accorgermene, scarabocchi… ero in uno stato di nervosismo che m’impediva di camminare e di stare fermo». Solo la morte riuscirà a fermarlo. Ultracinetico, eterno nomade, nella corrispondenza lo inseguiamo da Venezia a Palermo, da Roma a Parigi, da Londra a Tel Aviv. Per due volte raggiunge l’amata in Brasile, per due volte lei lo ritrova in Europa. Ungaretti riattacca pure con gli scarabocchi. Tutte scritte con inchiostro verde («Sono superstizioso, il verde è la speranza»), le lettere sono spesso condite da ghirigori, svolazzi, ricamini amorosi. Le sfogli fra tenerezza e un filo di imbarazzo. Sono rimaste chiuse in una cassapanca per cinquant’anni. Perché tirarle fuori solo adesso? «Ero frenata dai pregiudizi. “Ma che combineranno quei due?” malignava la gente. E poi la Bruna di allora era morta, sepolta, finita anche lei in quella cassapanca. Solo pochi anni fa ho deciso che era tempo di riaprirla» dice la Bianco. È nata a Cossano Belbo, nelle Langhe di Cesare Pavese. A sedici anni seguì in Brasile il padre, produttore di spumanti. «Dovevo restarci per poco. Ci sono rimasta una vita». Facendo l’avvocato. Vedova, tre figli più nipoti, sul love affair con Ungà aveva sempre mantenuto un certo riserbo. «Una volta ne accennai a mio marito, ma lui mi fece capire che preferiva non saperne nulla». Che un anziano signore svalvoli per una ragazzina è un grande classico, ma il contrario un po’ meno. Perché lei perse la bussola? «Ungà trasmetteva forza a tutto il mio essere. Non mi è più capitato in vita mia. Mi disse: “Nessuno ti amerà mai come me”. Suonava come una specie di maledizione».
La passione senile del vecchio per la fanciulla è un mito che fin dalle narrazioni arcaiche si intreccia col tabù. E infatti il loro amore fu contrastato. Ma non da chi t’aspetteresti. «Mio padre non fece ostacolo. Del resto, Ungà lo rassicurava: “Sposerò sua figlia solo quando potrò garantirle un livello di vita come quello nel quale lei l’ha cresciuta”». Quindi si era già ai progetti di matrimonio? «Sì. Le fedi erano pronte. Accompagnandomi all’aeroporto di Roma, Ungaretti mi disse: “La prossima volta tornerò per sposarti”. È l’ultima immagine che ho di lui». Perché non convolarono? Nel carteggio l’amore si tronca per ragioni un po’ arcane. «Contro di noi giocarono pressioni esterne» dice Bruna. Pressioni di chi? «Di un pezzo della famiglia di Ungà. La figlia Ninon era dalla nostra parte, ma il marito di lei si opponeva. Guarda caso, a partire da un certo momento le mie lettere non arrivavano più, sparivano». Ma anche nell’entourage degli amici c’era chi remava contro: «Cercavano di convincere Ungà che ero una fiamma passeggera come ce n’erano state altre». Dopo la morte dell’amatissima moglie Jeanne, anno ‘58, nella vita di Ungaretti transitano figure femminili passabilmente misteriose e finora poco indagate: l’ex allieva e traduttrice Jone Graziani, l’enigmatica croata Dunja, la funzionaria della Mondadori Nella Mirone… Fra studentesse e groupie veneranti, comincia a circolare l’immagine del patriarca sempre circondato da jeunes filles en fleur. Lo sfottono: «Ungaretti? Insieme a una vecchia non s’è visto mai». Con Bruna però le cose sembravano consolidarsi: «A comprometterle» aggiunge lei, «ci si mise pure il Nobel mancato. Ungà ci contava. Era povero. E aveva già pianificato tutto: metà dei soldi li avrebbe dati alla figlia, con l’altra avrebbe comprato una casetta a Capri dove saremmo andati a vivere». Ma nel ‘69 il premio venne assegnato a Samuel Beckett. Non esattamente un furto. Però Ungaretti incassa male. Negli ultimi tempi i rapporti con Bruna si sono un po’ sgualciti. Le comunicazioni a distanza non aiutano: «Le telefonate tra Italia e Brasile erano infernali. Avvenivano tramite cavi sottomarini: nella cornetta sentivi solo la voce a singhiozzi e il boato del mare». E poi «Ungà aveva promesso che sarebbe venuto al mio compleanno, ma non si presentò. Mi offesi. Ho scoperto in seguito che gli avevano sconsigliato il viaggio: in Brasile c’era la dittatura e una sua visita non l’avrebbe messo in buona luce nella prospettiva del Nobel».Per giunta, la salute dell’Antico – come lo chiamava il critico De Robertis – peggiora. Durante una trasferta negli Stati Uniti si ammala seriamente: «Capì che il tempo era scaduto. Anche per questo decise di sparire dalla mia vita. Voleva ridurmi la sofferenza» ritiene Bruna.
Dalla traduzione di Pindaro alla pubblicazione del carteggio, tanti progetti rimasero mozzati. Ma tra loro non fu solo amor intellectualis. «Gli abbracci di Ungà erano un orgasmo totale» ricorda lei con immutato brivido. Mi racconta di quella volta che giravano per il Brasile dormendo in camere separate, sorvegliati da una governante: «Una mattina Ungà mi dice: “Accompagnami a comprare un pigiama”. E io: ma non ne hai già due? E lui: “Sì però stanotte ho avuto due polluzioni e per la vergogna li ho fatti a pezzi entrambi”». O quell’altra volta «che alla Galleria Borghese mi vedeva girare intorno alla statua di Paolina scolpita da Canova e a un certo punto esplose: “Toccala, toccala! È l’unico modo per capirla!». Il biografo Leone Piccioni ha scritto che per tutta la vita Ungaretti rimase un poeta d’amore. Scisso fra “sensualità” e trasfigurazione. Nelle ultime lettere la passione ulula: «Sono furente d’amore. Urlo come una belva»; «Ti percorro tutta, sino a insediarmi nell’anima Tua»; «Ti amo con una furia che mi martirizza»; «Ti bacio i piedi, li ho nelle mani, bei piedi nudi come quella sera ch’ero un fantasma, nella tua camera, dove ti guardavi allo specchio forse nuda».
«Vecchissimo ossesso» quale si definiva, Ungaretti era nato ad Alessandria d’Egitto dodici anni prima che finisse l’Ottocento. Ma, dalla Parigi epica delle Avanguardie alla Grande guerra – che combatté da anarco-interventista – e oltre, incarnò il Novecento come pochi. Eroici furori e accecamenti inclusi. Nella folle corrente del suo secolo volle restare immerso fino all’ultimo, anche fuori tempo massimo: coi denti traballanti e i piedi rinfrancati dagli unguenti del Dr. Scholl’s. Perciò nelle lettere a Bruna lo vediamo approvare la pop music, che «esprime la violenza del nostro tempo»; «riporta alla natura… è reazione alla meccanizzazione dell’essere umano». O simpatizzare col guru dei beatnik Allen Ginsberg, di cui soffre però l’esibizionismo smodato e soprattutto quell’accidenti di cembalino da hare krishna, plin-plin, «non la finiva più». Ungà prova la marijuana, ma non gli dà «nessuna gioia meravigliosa», «toglie forze e rimbecillisce. Alla larga, alla larga». Sta sempre in mezzo ai giovani, ammira La Chinoise, il film “maoista” di Jean-Luc Godard, però teme il nichilismo del ’68 parigino: «Il Francese è popolo dalle grandi ire e poi succeda quello che ha da succedere, purché la Sua ira riesca a sfogarsi». I contestatori? «Gridaioli per stupidissimo snobismo», si scagliano «contro tutto quanto è stato fatto dalla civiltà prima del loro arrivo di “presuntuosi ignoranti”». «Sono il vuoto schiamazzante e vogliono il caos».
Ungaretti si considera «un cristiano di estrema sinistra», ma vota la Dc, non proprio a sinistra, di Attilio Piccioni. È stato grande amico di Mussolini e, quantomeno al principio, ha creduto nell’energia rigeneratrice del fascismo, però si rimprovera la «passiva complicità» sotto il regime, che comunque nel ’42 lo nominò Accademico d’Italia. Nei turbolenti 60, è divertito dalle metamorfosi dei costumi («La minigonna la portano qui le giovanette tagliata subito dopo il sedere. Sono tagliate molto bene, portate con molta iattanza, e fa piacere vederle portare con tanta disinvoltura e sfida»). Però resta pur sempre un uomo classe 1888, e dell’omosessualità per esempio scrive: «Il male è diffuso, e si diffonde in modo da mettere allarme e spavento». Di Pasolini annota che «sebbene pederasta e anche perché pederasta, riesce ad essere vero poeta, diventa puro, anche se della purezza del demonio…». Ciò premesso, «la pederastia mi ha sempre fatto ribrezzo».
Ungaretti ha un’alta considerazione di sé: «Sono l’ultimo poeta vero che abbia il mondo»; «La mia poesia non è confrontabile alle altre, sono in anticipo su di esse di almeno cinque secoli, e, per la perfezione ne potrebbero essere emuli solo i Greci». Con Montale ha sempre avuto rapporti ondivaghi. Negli accessi di bile gli ha dato del «pidocchio che mastica le sue caccole» (si veda il carteggio con l’amico Jean Paulhan), ma poi si è più o meno arreso alla sua arte. Invece non sopporta Quasimodo: «Mediocre poeta che ha rifatto continuamente la mia poesia dannunzianeggiandola». Quasimodo che nella corsa al Nobel ha pugnalato Ungà denunciando i suoi trascorsi fascisti, «calunniandomi politicamente, facendosi passare per un fiore di santità quando era tutt’altra cosa». Per indole, ma anche per smarcarsi dalla Trimurti dei suoi competitor – Montale, Saba, Quasimodo – ancora circonfusi di una distante aura borghese, Ungaretti sceglie il Moderno di quella che oggi diremmo la mediatizzazione: legge le sue poesie in tv e Omero nell’Odissea versione sceneggiato, incide dischi con la Rca, poco prima di morire appare perfino in un proto-videoclip per la canzone della Zanicchi Un uomo senza tempo che la grande Iva gli dedicherà. Non è la più indimenticabile delle sue hit. Faceva: «Non esiste un altro uomo/così caro come lui/Sogna ancora ad occhi aperti/e non ama la tristezza… Caro, caro vecchio mio…». Vecchio un corno.
(8 settembre 2017)
autos – ekeinos – outos
Quando le lingue classiche ci aiutano:
autos – ekeinos – outos
La lingua italiana è compiuta: non esiste emozione, concetto, espressione, pensiero che non possano essere resi con una parola oppure con una articolata perifrasi.
Insomma, nella redazione, niente deve essere lasciato al caso perché il caso produce confusione e la confusione genera errori.
Chi scrive per un pubblico deve necessariamente essere consapevole della grande ricchezza di sfumature che il nostro idioma ha.
A maggior ragione, chi scrive per trasmettere emozioni non può ignorare la regola che io giudico fondamentale per la redazione di un testo: impegnarsi a rendere viva e vera l’immagine che stiamo dipingendo con la penna.
E come possiamo rispettare questa regola? L’unico strumento che abbiamo è la parola.
Della parola dobbiamo utilizzare tutta la profondità. Così dobbiamo godere di tutta la generosità.
Pure della rotondità toccherà tenere conto.
La ricchezza della lingua va, tuttavia, perdendosi sempre più nell’esperienza molto sintetica della comunicazione attuale.
Avevo già espresso le mie preoccupazioni a riguardo, in un articolo.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l’impoverimento della lingua italiana, già per altro “assottigliata” nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.
In un altro brano, invece, mi ero soffermata ad analizzare l’impoverimento della lingua italiana, già per altro “assottigliata” nelle gradazioni di significato, rispetto al latino.
Per evitare di proseguire lungo questa via decadente di riduzione e impoverimento dei significati e dei significanti toccherà tenere presente, come al solito, la ricchezza semantica delle lingue classiche. Inutile dire che sarebbe opportuno anche imitarla questa ricchezza o, quanto meno, adoperarci a non farla andare perduta.Qualche tempo fa, riflettevo su quanto noi “moderni” stiamo diventando pigri nel cercare soluzioni alternative a termini di uso frequente. Fra questi, il primo posto ahimè in quella triste graduatoria di depauperamento, ci sono senza dubbio i pronomi, soprattutto i dimostrativi.Il pronome più utilizzato (anche troppo) è: questo.
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:
Siamo diventati così indolenti che lo adoperiamo sempre, a volte addirittura in sostituzione di quello, quasi che la parlata veloce e quotidiana ci autorizzi a non tenere conto della differenza semantica.Quante volte è capitato di ascoltare o leggere frasi del tipo:
Cosa mi dici di questo?
All’apparenza la frase sarebbe corretta, se non fosse che colui che la sta pronunciando si riferisce ad un uomo (o ad un oggetto) non presente o comunque non vicino agli interlocutori, bensì lontano nel tempo e nello spazio.
La giusta espressione sarebbe stata dunque:
La giusta espressione sarebbe stata dunque:
Cosa mi dici di quello?
Ribadisco che per cercare di arginare il fenomeno dell’impoverimento della lingua italiana, occorre tenere presente l’esperienza delle lingue classiche.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.
A proposito dei pronomi dimostrativi, in greco e in latino si utilizzavano diverse forme per le più svariate occasioni.
In particolare il greco, oltre ai due pronomi corrispondenti ai nostri questo e quello, hic e ille in latino, ne aveva anche altri.
ekeinos, ekeine, ekeino = quello, quella, quella cosa = ille, illa, illud.
autos, aute, tauto = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ode, ede, tede = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.
autos, aute, tauto = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc; iste, ista, istud.
ode, ede, tede = questo, questa, questa cosa = hic, haec, hoc.
autos, aute, auto = stesso, stessa, stessa cosa = ipse, ipsa, ipsum.
A questi si aggiungevano altri pronomi. Vale la pena di ricordarne alcuni: tosoutos (tanto grande), toioutos (tale), telikoutos (di tale età) e così via.
Ho portato l’esempio dei pronomi ma potrei aggiungerne molti altri, a dimostrazione che, purtroppo, con l’avanzare dei tempi, l’espressione verbale perde sempre più di intensità e di ricchezza lessicale.
Concetta D’Orazio
Tratto dal blog di Concetta D’Orazio: qui
Tratto dal blog di Concetta D’Orazio: qui
Purtroppo questo blog non riesce a trascrivere le parole in alfabeto greco. Pertanto si consiglia di leggere il post originale della dottoressa D’Orazio.
Il giornalino scolastico
L’impulso iniziale è quello di scrivere … c’era una volta, così come iniziavano le favole. Tuttavia non si tratta di una favola, e anche l’epoca non è poi così lontana da perdersi nella notte dei tempi o nei misteriosi sentieri della fantasia. Inizierò quindi con “c’è stata un’epoca”.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.
Sì, c’è stata un’epoca in cui le droghe erano solo le spezie che le nostre madri acquistavano dal droghiere , un’epoca in cui il “bullismo” era quasi sconosciuto e persino quello che si praticava nelle caserme consisteva, da parte dei “nonni” e cioè dei soldati di leva al termine del servizio militare, nel fare “il sacco” al lenzuolo del letto delle reclute o, nel peggiore dei casi, nel sottoporre i più riottosi ad un “gavettone” di acqua fresca. Era un’ epoca di sogni e di speranze: per i giovani il lavoro non era un mito e l’economia andava al galoppo.
Era un’epoca in cui il nostro Paese poteva andar fiero, non degli attuali pennivendoli, maestri di quello squallido pettegolezzo che si maschera dietro il barbarico termine di “gossip”, ma di giornalisti veri, di maestri della penna e dell’informazione come Giovanni Mosca, Oriana Fallaci, Corrado Alvaro, Luigi Barzini, Enzo Biagi, Dino Buzzati , Leo Longanesi, Mario Missiroli, Indro Montanelli e tanti, tanti altri.
Attiravano in particolare i caustici articoli che il geniale, e ormai purtroppo sconosciuto ai più, Augusto Guerriero, pubblicava settimanalmente su “Epoca” sotto lo pseudonimo di Ricciardetto. Era comunque un piacere leggere e entusiasmarsi alla prosa forbita e intelligente che sprizzava dalle pagine di giornali e riviste e che ci faceva vivere luoghi e situazioni strane e avventurose sapientemente narrate dagli “inviati speciali”.
Nacque così in me il desiderio, poi non realizzato, di fare il giornalista, ma come iniziare? Talvolta inviavo qualche articolo o qualche raccontino al “Travasetto”, alla “Domenica del Corriere” o ai “Romanzi di Urania”. Spesso mi pubblicavano, ed era una grande soddisfazione, ma non mi bastava. Mi venne l’idea di creare un giornalino scolastico da diffondere tra i miei compagni di Liceo. L’idea fu accolta con entusiasmo dai miei tre amici più cari, Angelo, Gianni e Lucio; ma quale nome dare al giornalino? E poi, come realizzarlo? Il nome fu presto trovato, era da poco uscita una nuova tecnica cinematografica panoramica: il cinemascope. Il nostro giornale voleva essere una panoramica sulla scuola? Ok, perfetto, lo chiamammo Scuolascope. Già da tempo avevo acquistato a rate una Olivelli lettera 22 e, sia pure picchiettando con sole due dita, avevo raggiunta una discreta velocità.
Dando fondo alle nostre magre “paghette” acquistammo diverse risme di carta e approntammo il primo esemplare. Per poterne fare un centinaio di copie utilizzammo il vecchio ciclostile della locale sede del PCI al quale avemmo accesso grazie all’aiuto del nostro compagno Diego, detto Popoff , che era l’unico comunista iscritto al partito della nostra classe.
Vendevamo il giornalino, peraltro con risultati non entusiasmanti, agli altri studenti del Liceo al prezzo di 10 lire e ignoravamo che persino una tale innocua attività dovesse essere sottoposta alle autorità e autorizzata da precise disposizioni di legge.
Uno dei nostri professori, quello di matematica, era il bravissimo professor Di Stefano: un uomo robusto, sulla cinquantina, dall’aspetto burbero e intransigente che nascondeva in realtà un cuore dolcissimo e paterno. Fu uno dei nostri primi sostenitori e contribuiva con ben 100 lire all’acquisto del nostro giornale.
Un giorno noi quattro, i cosiddetti direttori di “Scuolascope” fummo convocati ufficialmente in Questura con tanto di avviso recapitatoci per posta. In verità la cosa ci preoccupò non poco, tuttavia il giorno stabilito ci presentammo tutti insieme e, scherzosamente, salimmo le scale per recarci dal funzionario che ci aveva convocato, tenendo i polsi sovrapposti come se fossimo stati ammanettati.
Non sapevamo che la notizia di questa convocazione fosse già circolata in ambito scolastico, ma così era stato. Mentre salivamo quelle scale un vocione risuonò alle nostre spalle: “cosa ci fate qui?”. Sorpresi, ci girammo e vedemmo il professore De Stefano che, con faccia truce e aspetto rabbuiato, saliva le scale a quatro a quattro dietro di noi.
-“Buongiorno professore, noi siamo stati convocati…” e sventolammo gli avvisi ricevuti.
-“Date qui, e non vi muovete!” tuonò il professore, e strappatici i foglietti di mano salì borbottando le scale e, scostando con un semplice gesto della mano un poliziotto che cercava di fermarlo, spalancò la porta dell’ufficio dove eravamo stati convocati e la rinchiuse sbattendola.
A malapena sentimmo la voce sommessa e pigolante di qualcuno che, in tono di scusa cercava di giustificarsi, ma quella voce era soverchiata da quella del nostro professore che risuonava alta e forte come il rumoreggiare dei tuoni nei temporali primaverili. Non riuscivamo a comprendere tutto ma qualcosa ci giunse alle orecchie: “sei sempre stato un asino alle mie lezioni, ma io ti ho fatto diplomare lo stesso e speravo che saresti diventato un bravo questurino! Cerca di dare la caccia ai malviventi, ché ne abbiamo fin troppi , invece di intimorire e disturbare i miei allievi!”.
Seguì un concitato vociare in tono più attutito e non più comprensibile, infine il nostro professore uscì trionfante dall’ufficio e, passando davanti allo sbigottito poliziotto di guardia che si mise sull’attenti, ci mise una mano sulla spalla e … “Andate a casa ragazzi, tutto a posto, ma togliete dal giornalino l’indicazione del prezzo”.
Inutile dire che il nostro glorioso “Scuolascope” continuò la sua uscita per tutto l’anno scolastico, con gli ultimi numeri addirittura stampati in tipografia, ma questa … è un’altra storia.
L’Intruso
«Fuori di qui, corvaccio della malora!» – rantolò il vecchio con voce strozzata – «Chi me l’ha portato qui? Sicuramente quella troia di mia moglie! Buttatelo fuori prima che lo prenda a calci in culo!»
Donna Britta che, seduta in un angolo aveva assistito esterrefatta alla scena, schizzò in piedi e, scusandosi e disperandosi, accompagnò alla porta lo sgomento don Gebhard che con un fazzoletto sdrucito cercava di tamponare il sangue che gli usciva copioso dal naso.
Giunto nei pressi della canonica, don Gebhard sollevò lo sguardo da quello straccio sanguinolento che una volta era stato un fazzoletto e rimase basito; seduta in posa scomposta su di un muricciolo, una bella ragazza bruna esibiva, con indifferenza, uno splendido paio di gambe scoperte fino alle giarrettiere e inguainate in morbide calze di seta.
Incurante del freddo intenso e della sguaiata posizione assunta, la giovane guardava con sfacciataggine negli occhi il vecchio prete con un sorriso ironico sul suo volto angelico.
«Ciao Gebhard, ti stai godendo lo spettacolo? Vedo che nonostante la tua età riesci ancora a eccitarti.»
Il prete sussultò, stordito e disorientato. Si fermò traballando sulle gambe malferme e, cercando di distogliere lo sguardo dalla ragazza, borbottò irritato:
«Mi scusi, chi è lei? E come sa il mio nome? E poi le sembra questo il modo di esibirsi in atteggiamento così indecente davanti a un uomo di Dio? Si vergogni e mi faccia la cortesia di copr…»
Una risata squillante, sprezzante, e interminabile, gli tolse le parole di bocca; La ragazza rideva con tale gusto da ripiegarsi su se stessa, mentre il divertimento era così sfrenato da farle comparire delle lacrime negli occhi.
«Tu, proprio tu… saresti un uomo di… quello lassù? Sei proprio comico Gebhard mio! A chi vuoi darla a bere? Percepisco benissimo che ogni muscolo del tuo misero corpo e ogni remoto angolo del tuo vizioso cervello vorrebbero avere vent’anni di meno per potermi saltare addosso e prendermi, qui, al freddo, e su questo muretto stesso. E non far finta di nasconderti dietro quella tonaca, sappiamo entrambi che non conta niente per te. Tu non credi a nulla!»
«L’ho già chiesto e lo ripeto. Chi è lei, e che cosa vuole da me?» – riprese, con accento incollerito, il prete – «E come si permette di parlarmi in questo modo? Si ricomponga e poi… se ne vada al diavolo e mi lasci in pace, perché ho fretta di tornare a casa e alle mie funzioni. È disgustoso il suo modo di esprimersi. Voi giovani non rispettate più nulla e nessuno!»
«Gebhard, Gebhard,» – ripeté blandamente la ragazza con tono ironico – «non fare il “verginello” innocente con me. Ti conosco fin troppo bene, e poi… perché dovrei andare al diavolo? Io sono già qui; sono io quella che tu chiami “il diavolo”.»
«Lei è solo una pazza incosciente e forse ubriaca o drogata! Si ricomponga e se ne vada via subito! Altrimenti salgo in canonica, telefono alla polizia e la faccio arrestare. Mi ha capito!»
«Ah, già, sono davvero contenta. Almeno sei coerente e non mi credi. Tu sei ateo, vecchio mio. Non hai nessuna fede e non l’hai mai avuta. Sei sempre stato una nullità, uno scolaro neghittoso, un pittore fallito, un vizioso, e ti sei fatto prete solo per tua comodità: una casa, uno stipendio, un piatto caldo, e una serie di donnette idiote che ti venivano a raccontare i fatti loro. Cosa che ti faceva molto comodo, no?
«La smetta perdio! Altrimenti io…»
«Adesso bestemmi pure Gebhard caro, o devo chiamarti col nome che ti dette tuo padre? Devo ammettere che così mi piaci di più… Bestemmiare non dovrebbe rientrare nel tuo ruolo… ah, sì, dimenticavo, l’hai già fatto mentre tornavi dalla tua visita al moribondo. Che seccatura quella, vero? E che farsa! Come ti stavi divertendo a recitare le tue prefiche a uso e consumo di quella donnetta idiota. Vedo comunque che tu sei ancora più incredulo di un certo Tommaso che ho conosciuto un tempo. E va bene, non ti chiederò di mettere il dito nelle mie piaghe perché non ne ho, e neanche di metterlo dove… ti piacerebbe vero?» – La donna sghignazzò di gusto. Poi riprese con espressione pietosa – «Uhm, vediamo… non avevi il naso rotto e una dolorosa sciatica fino a un momento fa? Ce l’hai ancora? Ti fanno ancora male?»
Istintivamente, stordito e senza pensare il prete si toccò il naso. Niente sangue e nessun dolore… e la sofferenza alla gamba? Sparita anche quella. Insensibile al vento gelido che continuava a soffiare sentì le ginocchia farsi molli e, mentre un angoscioso terrore lo pervadeva, scivolò a sedere per terra.
Il seguito… lo troverete nel libro, acquistabile qui da Amazon in ebook o in brossura a €.6,50.
https://www.amazon.it/Intruso-racconti-alcuni-tratti-Mistero-ebook/dp/B071RLHSBC/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1496130938&sr=1-1&keywords=sergio+bertoni
L’Intruso.
«Buongiorno, professò. Sempre intento a leggere i vostri libri, eh? Eravate così distratto che se non stavo attento vi venivo addosso! Che cosa stavate leggendo di bello?»
«Ah, salve Gennarì, stavo leggendo questa interessantissima storia su di una nobile famiglia napoletana: i Sanseverino. Oggi ci sono un’infinità di cose che per noi sono talmente ovvie che non ci meravigliamo più. Pensa quanto sia facile e normale trovare una stoffa sottilissima e impermeabile con cui realizzare un mantello.»
«Ma certo, professò, con la plastica si fa tutto. E che ci vuole a fare una pellecchia… cioè un impermeabile di plastica? Tra l’altro non costa quasi nulla, anche mio figlio ne ha uno in una busta che si porta sempre appresso quando va in moto!»
«È vero Gennarì, ma la plastica è un’invenzione abbastanza recente. Ti rendi conto che oggi siamo in grado di produrre dei colori, da utilizzare per gli affreschi, che possono mantenere per secoli il loro splendore?»
«Normale, professò.»
«No, non lo è. Ci sembra normale, perché la scienza ha fatto enormi progressi. Ma molte cose non sarebbero normali neanche oggi. Secondo te, saremmo capaci, anche ai tempi nostri, di creare una lanterna in grado di bruciare e far luce per un tempo lunghissimo senza lasciare residui?»
«Beh, non saprei. Credo di no.»
«Credi di no, eh? E se questa lanterna la volessimo fare con un teschio ridotto in polvere e mischiato con altri elementi?»
«Uh, mamma mia, professò. Che schifezza e che brutta cosa. Certo che no! Ma che mi raccontate?»
«E questo è ancora niente. Non dimenticare che abbiamo oggi mezzi di trasporto anfibi, in grado quindi di viaggiare sia sulla terra sia sull’acqua, come anche sistemi per dissalare e rendere potabile l’acqua di mare, ma secondo te, chi, anche oggi, sarebbe in grado di metallizzare vene, arterie e organi interni di un cadavere o trasformare un cardinale in una… sedia?»
«In una sedia? Un cardinale? Professò, ma che mi dite? Siete sicuro di sentirvi bene?»
«Sto benissimo, Gennarì, non fare lo scostumato, e… che diresti se tutte queste cose, insieme con moltissime altre, fossero state tutte progettate e realizzate nel 1700 da un solo uomo?»
«Direi che mi state davvero facendo preoccupare, professò. Io vi porto rispetto, vi voglio bene assai e vi stimo, però…»
«Facciamo così, amico mio, voglio farti vedere di persona una cosa, tanto siamo vicini. Vieni con me così ci rechiamo in uno dei molteplici cuori antichi di Napoli: Piazza S. Domenico Maggiore.»
«Va bene, professore. Andiamo pure, tanto è qui dietro…»
Fatti pochi passi, dalla piazza entrano in una stradina: via Francesco de Sanctis, dove si trova la Cappella della “Pietatella“, oggi nota come Cappella Sansevero.
La Cappella oltre ad essere un capolavoro del barocco napoletano è anche un prezioso ed enigmatico scrigno di arte ermetica, misteri, allegorie e simbolismi rosacrociani che farebbero la gioia di uno scrittore come Dan Brown, autore del discusso romanzo “Il Codice da Vinci”.
Il professore prende sottobraccio Gennarino, paga i biglietti d’ingresso ed entrano nella Cappella. L’aspetto è di una piccola chiesa straordinariamente ricca di statue, di affreschi e di sepolcri, ma, forse per le luci basse, forse per l’atmosfera che si respira, Gennarino è preso da una strana inquietudine. Solo ora gli viene in mente la voce che circola tra i più anziani abitanti della zona: strane luci e strane presenze notturne, un organo che talvolta suona nella chiesa chiusa e vuota mentre intorno si diffonde un lieve profumo d’incenso. È un po’ preoccupato e cerca di restare sempre molto vicino al professore.
«È una specie di chiesetta, vero, professò? Tu guarda che strano, ne avevo anche sentito parlare ma non c’ero mai venuto. È piccolina però.»
«Sì, in effetti è solo una Cappella, e ora te ne racconto la storia. La sua costruzione iniziò nel 1613 per opera di Alessandro, Principe di Sansevero e Patriarca di Alessandria; interrotta nel 1642, fu ripresa e completata nel 1744 da Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero. Questi è il personaggio misterioso che ci interessa: e sai chi era? Si dice un mago, uno stregone, un diabolico alchimista, un novello Leonardo da Vinci, un filosofo, uno scienziato in anticipo sui tempi, il misconosciuto maestro del ben più noto Cagliostro? Non se ne parla molto, ma la sua storia è davvero interessantissima.»
«Un mago, professò? Ma quando mai?! Esistono davvero i maghi? A me, me pare ‘na strunzata.»
«Forse sì… e forse no. Lui era un diretto discendente di Carlo Magno, Grande di Spagna, Principe di Castelfranco, di Fondi, Duca di Torremaggiore e di Martina. Si chiamava Raimondo, nacque il 30 gennaio del 1710. Era il terzo figlio di Don Antonio di Sangro e Cecilia Caietani d’Aragona. Ancora piccolissimo aveva dovuto sopportare la malattia e la morte della madre e dei due fratelli. Il padre, dopo varie vicissitudini: era un gran donnaiolo, un uomo alla costante ricerca di facili avventure, e pare abbia anche assassinato alcuni avversari, si pentì e si ritirò a fare penitenza in un convento.»
«Quindi, ‘sto Raimondo era rimasto quasi orfano, come faceva a vivere? Chi lo aiutava?»
«Restava ancora il nonno, che mandò il ragazzo a studiare a Roma presso un collegio di altissimo livello dei Padri Gesuiti. A vent’anni il giovane tornò a Napoli. Aveva una cultura, un ingegno e una fantasia molto superiore a quella di tutti gli altri nobili della sua città.»
«Eh, professò, quando uno studia impara un sacco di cose, così come avete fatto voi. Quindi è normale, no?»
«Tanto normale non direi. Era appassionato di alchimia e di meccanica, fabbricò e regalò al Re Carlo III di Borbone dei sottili mantelli impermeabili da utilizzare nelle battute di caccia. Inventò anche un cannone, fatto con una speciale lega da lui creata, molto più leggero degli usuali cannoni di bronzo, e un fucile a retrocarica oltre ad una carrozza anfibia e a tutte le altre cose dette all’inizio. Entrato a far parte della confraternita massonica dei Rosacroce ne divenne Gran Maestro ed entrato in possesso degli antichi riti alchemici risalenti ai sacerdoti egizi, trasformò in un laboratorio e in una tipografia la cantina del suo palazzo. Durante la notte, da una finestrella uscivano rumori, odori tremendi e volute di fumo colorate che atterrivano i passanti.»
«Professò, non mi fate impressionare. Già ci sta quel tizio avvolto in una rete che mi guarda storto…»
«Tranquillo, Gennarì, è solo una statua. T’interessa sentire la storia di questa Cappella, o no?»
«Sì, sì. Professò. Dite pure. Basta che mi state vicino.»
«Desideroso di passare alla storia, Raimondo spese somme enormi per terminare la costruzione della Cappella di san Severo, coordinando l’opera di pittori e scultori con attenzione quasi maniacale, e utilizzando fino in fondo le sue conoscenze alchemiche.»
«Bella questa statua! Chi è, professò, è Gesù?»
«Sì Gennarì. È il Cristo velato, scolpito dal Sammartino. Un Gesù morto, il cui viso, scavato dalla sofferenza, e tutto il resto del corpo, piagato dalle ferite, s’intravede con assoluta perfezione sotto il sudario: un velo sottilissimo di marmo che ricopre tutto il Cristo. Vedi? più avanti c’è “la Pudicizia”, una donna nuda, bellissima e sensuale che si appoggia a una lapide spezzata. Anch’essa, opera di Antonio Corradini, è interamente ricoperta da un velo di marmo e rappresenta la madre del Principe, morta a soli ventidue anni.»
Il seguito… lo troverete nel libro, acquistabile qui da Amazon in ebook o in brossura a €.6,50.
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Lo scudiero.
Benché Marialuce, la piccola siciliana, risiedesse nel Veneto già da alcuni anni, continuava non solo a non parlare neppure una parola di quel dialetto, ma continuava anche ad essere totalmente incapace di comprenderlo. Accadde che un giorno, mentre continuava ad essere ricoverata, dopo aver partorito, in una clinica di Este, una infermiera che dopo averle portato il pranzo era tornata a ritirare il vassoio con le stoviglie, rientrasse nuovamente nella stanza, con atteggiamento perplesso, e si mettesse a cercare in giro guardando persino sotto il letto.
Marialuce dopo averla osservata con un certo nervosismo, non riuscendo a comprendere che cosa la donna andasse cercando, si decise a chiederle:
«si può sapere che cosa accidente sta cercando?»
«Mi? Cerco lo scujero!»
«Lo scudiero? Uno scudiero nella mia stanza? E lo va cercando sotto il mio letto? Ma come si permette! Vada fuori di qui, brutta ignorante impertinente, prima che le tiri una scarpa!»
L’infermiera si precipitò alla porta, tentando di evitare la scarpa che Marialuce aveva già afferrato vicino al letto. In quel momento la porta si aprì ed entrò il marito della puerpera.
«La vostra sposa la xe mata, sior! Mi non trovo lo scujero e la siora la me vol petenàr…» Gridò l’infermiera, e fuggì via scuotendo la testa.
«Antonello, meno male che sei arrivato! Quella donnaccia scostumata insinuava che ci fosse un uomo, uno scudiero, nascosto nella mia stanza!» Disse Marialuce, con voce alterata.
Antonello scoppiò in una grande risata e cadde a sedere su una sedia, tenendosi la pancia dal gran ridere, incapace di smettere, osservando il volto offeso, sdegnato, e incredulo della moglie.
«Lo sai che cosa ha detto quell’infermiera che hai fatto spaventare? Ha detto che sei matta e che la vuoi bastonare…»
«Ma certo! Non hai sentito che cosa ha insinuato?»
«Sì, l’ho sentito benissimo. Ha detto che cercava uno scujero! E lo scujero non è uno scudiero, è un cucchiaio, sciocchina che non sei altro.»
Nell’era di Tolomeo
Da una rivista on line:http://www.leggereonline.com/recensioni/591-cleoth-e-arkh-un-amore-al-tempo-dei-tolomei.html
Sei qui: Recensioni
Cleoth e Arkh: un amore al tempo dei TolomeiCleoth e Arkh: un amore al tempo dei Tolomei
Un romanzo che davvero si vorrebbe continuare a leggere, che troppo presto arriva a termine.
Finite le ultime pagine rimane solo una domanda: a quando il seguito?
L’ennesimo romanzo ambientato in Egitto? L’autore ha voluto vincere facile?
No.
Per prima cosa c’è da dire che proprio l’Egitto è protagonista della narrazione, ma non da solo. Con lui c’è uno dei personaggi più misteriosi che la storia ci abbia tramandato: Archimede di Siracusa. È lui che si cela sotto quell’Arkh e che, per Bertoni, fu compagno nell’Egitto del II secolo a.C. della sacerdotessa di Iside, Cleoth.
Il racconto ci conduce in un tempo nel quale si consumano gli ultimi sprazzi di quella civiltà millenaria che tutti abbiamo ammirato e imparato ad amare, durante il regno dei Tolomei, ad appena un soffio dalla definitiva conquista da parte di
Roma. È particolare, quindi, l’accurata descrizione di usanze e tradizioni. Sergio Bertoni, che deve a lungo aver studiato quel tempo, ha la capacità di strapparci al nostro presente tecnologico per portarci là, dove tra palmeti e templi si riesce persino a considerare superfluo l’uso del cellulare.
È un processo lento quello di andare controcorrente, di lasciare la modernità per avventurarsi nelle pieghe del tempo fino a quei giorni nei quali Archimede camminava su questo stesso pianeta. Archimede, uno dei personaggi che ho più amato, forse anche a ragione del mistero che ha sempre circondato quella sua figura di ricercatore, di scienziato creativo. Lo Storico Diodoro Siculo fa cenno a una permanenza di Archimede in Egitto e questo è bastato al nostro autore per sbrigliare la sua fantasia, e bene lo ha fatto mettendo accanto a lui la figura di Cleoth, disegnata con abilità sulle immagini che da sempre l’Egitto ci ha tramandato delle sue sacerdotesse dedite a quei culti misterici e mitici che da secoli continuano ad affascinarci. Sullo sfondo la meravigliosa biblioteca di Alessandria, con i suoi volumi che poi andarono irrimediabilmente perduti. Ma tanti sono i luoghi descritti con maestria, dall’immenso faro che svettava dal porto – una delle Sette meraviglie, alla città perduta del faraone eretico Akenaton, scenari perfettamente tratteggiati perché tra di essi, poi, potesse vivere la storia immaginaria dei nostri protagonisti, Cleoth e Arkh, il loro coinvolgente amore.
![]() Qualcuno, peccando di superficialità, potrebbe definire questo romanzo un Fantasy. Ma né i passaggi segreti, che misteriosi sacerdoti percorrono, né le comparse di demoni o ombre di spiriti malvagi hanno una neppure vaga somiglianza con gli archetipi di quel genere narrativo. Sergio Bertoni li ha prelevati dai miti dell’antico Egitto, dalla sua religione, per portarli a noi così come l’immaginario dei popoli in quel tempo li aveva vissuti.
È allora un romanzo storico? Neppure, anche se dalla storia attinge con cura e amore. La storia, quella vera, di Archimede è probabilmente molto meno affascinante e il suo destino, meno felice di quello cui va incontro Arkh con l’amore della sua vita, Cleoth, ma ogni passo del racconto ha una verisimiglianza che lo rende prezioso.
… perché, in fondo, se non avessimo l’immaginazione e l’amore che sarebbe della nostra misera vita?
F.P.M.
Cleoth e Arkh:
Magia, amore, mistero, avventure, storia e guerre nell’antico Egitto dell’era di Tolomeo. di Sergio Bertoni |
L’Anatema di Tihuta: Un serial killer in Transilvania
Una maledizione, scagliata nel 1463 contro il Principe Vlad III° Drakul, trova la sua realizzazione nel ventesimo secolo. Nel 1970, a Tihuta, un piccolo, sperduto borgo della Transilvania, alcune persone spariscono misteriosamente senza lasciare traccia. Un esperto funzionario di polizia indaga, e cerca in remoti tragici avvenimenti, vecchi di centinaia di anni, la chiave di lettura di atroci delitti contemporanei. Caverne misteriose, antiche leggende, passaggi segreti e l’ombra tenebrosa dei Carpazi fanno da sfondo all’intera vicenda.(acquistabile su Amazon libri) €. 6,50 - Thriller 62 pagine.
estratto:
Lo Shaykh[1] Hascim Ibn Jaber sospirò e si avvolse più strettamente nel suo aslham[2], utilizzando il cappuccio non tanto per difendersi dal gelo quanto per premerlo sul naso e sulla bocca per mitigare il tremendo fetore dell’aria.
Al suo fianco, pallido in volto, cavalcava suo figlio, il giovane Mahmoud, che reggeva alto lo stendardo con le insegne che li qualificava come messaggeri del Sultano.
Li precedevano, ansiosi e circospetti, tre circassi, di cui uno ferito al volto, mentre un turco e un mongolo formavano la retroguardia. Erano gli unici ancora in vita della piccola spedizione. L’iniziale scorta di dodici guerrieri a cavallo aveva già perso, durante quelle ultime ore di faticosa salita verso Tihuta, ben sette uomini.
Nelle ultime miglia erano stati già attaccati tre volte. Orde spettrali di straccioni bene armati erano sbucate, di colpo, dalla nebbia mefitica che avvolgeva le foreste circostanti e, con urla bestiali, avevano assaliti con inaudita ferocia gli armigeri al seguito dei due nobili messaggeri inviati dal Sultano.
Le scimitarre dei mamelucchi volteggiando mortali per l’aria, e i sibilanti archi da guerra dei circassi, più e più volte avevano fatto inutile strage di quella marmaglia che in ogni occasione, così come era all’improvviso comparsa, con altrettanta rapidità era svanita nel nulla per riemergerne qualche ora dopo, ancor più numerosa e come vomitata dalle profondità dell’inferno.
«Padre, giungeremo mai vivi a Tihuta?» mormorò il giovane, sempre più nauseato e stanco, mentre si guardava intorno con orrore, circondato da una infinita schiera di cadaveri di guerrieri ottomani in disfacimento, che, infilzati su lunghi pali, costellavano entrambi i lati di quel sentiero.
«Siamo quasi arrivati, figlio mio. Questi vili assalti sono solo rivelatori del disprezzo che Kaziglu Bey vuole dimostrare nei nostri confronti. Vedi, tu ed io non siamo mai stati aggrediti di persona, solo la nostra scorta ne sta subendo l’infame aggressione. E Kaziglu Bey, qualora volessimo deplorare, cosa che per prudenza non faremo, la mancanza di onore sua e della sua gente, che dovrebbe invece portare rispetto nei confronti di messaggeri, potrebbe giustificare gli attacchi da noi subiti e affermare essere opera di banditi di strada; feccia senza divisa e senza insegne, o addirittura assalti di sbandati e disertori appartenenti alle nostre stesse truppe. Sarebbe anche capace, fingendosi offeso e sdegnato, di cogliere questo pretesto per farci torturare e uccidere.»
I cavalli, affaticati, arrancavano affrontando il ripido passo montano in quel freddo inverno del 1463. La nebbia, a tratti, nascondeva pietosamente, come in un sudario, l’infinita distesa di pali che fiancheggiavano la strada, sui quali marcivano e si corrompevano i corpi di oltre dodicimila guerrieri. Erano, per loro sfortuna, i combattenti sopravvissuti alla disfatta loro inflitta nella gola di Plenari dalle truppe di Vlad III° Drakul, il Voivoda di Valacchia, molto ben noto a Costantinopoli come Kaziglu Bey, il Principe impalatore.
In lontananza, quasi funereo presagio di morte, incombeva minacciosa l’ombra nera dei Carpazi mentre, a tratti, folate di vento gelido sferzavano i volti dei viandanti senza mitigare, anzi talvolta accentuando, il lezzo acre della morte.
La fortezza di Tihuta era in apparenza piccola ma robusta. Una possente muraglia di pietra viva, intervallata da quattro torrioni quadrati, racchiudeva un vasto spiazzo centrale ove si ergeva un fabbricato rettangolare, merlato, alto una quindicina di metri. L’evidente semplicità della costruzione ingannava il visitatore, giacché la vera estensione della fortezza si trovava nel sottosuolo, ove si celavano le segrete, oltre a sconosciuti passaggi che si addentravano in oscure caverne e tortuosi corridoi.
Chi vuole viaggiare nel tempo?
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Onde gravitazionali, concepibili i viaggi nel tempo
Attraverso i buchi neri, come quello al centro della Via Lattea
13 febbraio, 08:54
Viaggiare nello spazio e nel tempo, tuffandosi nei buchi neri e sfrecciando all’interno di un cunicolo spaziotemporale, un wormhole come quelli immaginati nel film Interstellar: sembra fantascienza, ma molto probabilmente tutto questo “diventa concepibile” dopo la scoperta delle onde gravitazionali. “Si apre un mondo per la ricerca. Anzi, si potrebbero aprire più mondi”, ha detto Salvatore Capozziello, dell’università Federico II di Napoli, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e presidente delle Società Italiana di Relatività Generale e Fisica della Gravitazione (Sigrav).
“Le onde gravitazionali che adesso siamo in grado di intercettare sono direttamente connesse con la struttura degli oggetti che le emettono, vale a dire – ha spiegato l’esperto – posso desumere da un’onda gravitazionale le caratteristiche dell’oggetto che la emette”. Diventa possibile costruire una nuova mappa del cielo: finora avevamo solo quella basata sulla luce visibile, o sui raggi X, o sull’infrarosso, e adesso si può costruire la mappa basata sulle onde gravitazionali.
“E’ appena l’inizio di una lunga storia”, ha rilevato Capozziello, perchè una mappa del genere potrebbe essere fatta di una miriade di oggetti che finora sono stati invisibili. Non solo: finora i buchi neri erano solo oggetti teorici previsti dalla teoria della relatività generale; adesso sono oggetti reali. Ne sono state appena visti due, distanti 1,3 miliardi di chilometri, fondersi in un nuovo buco nero. E’ stato ascoltato il loro suono, ne sono state calcolate dimensioni e distanza. Che cosa significa tutto questo, a che cosa potrebbe servire? Sicuramente sono conoscenze senza precedenti e rivoluzionare, ma potrebbe esserci altro”.
“Sappiamo – ha detto l’esperto – che i buchi neri sono così densi che non emettono luce e che qualsiasi cosa cada al loro interno non può più uscire”. A questo punto bisogna fare i conti con il principio di conservazione dell’energia, per il quale “tutte le grandezze nel buco nero vengono preservate. Vale a dire che tutto ciò che viene ingoiato dal buco nero finisce da un’altra parte a formare un buco bianco”.
All’interno del buco nero si forma un cunicolo spaziotemporale, un wormhole. Anche questi oggetti fantascientifici sono previsti dalle equazioni di Einstein, proprio come le onde gravitazionali. Queste ultime aiuteranno a trovarli, per esempio confermando o meno se il buco nero Sagittarius A che si trova al centro della Via Lattea è in realtà un wormhole, come alcuni calcoli indicano.
Viaggiare al loro interno, ha spiegato, potrebbe deformare l’ordine in cui siamo abituati a vivere passato, presente e futuro. “Tutto questo – ha aggiunto – è pura fisica teorica, ma se un domani si riuscisse a vedere un wormhole, significherebbe aver trovato il modo di viaggiare non solo nello spazio, ma nel tempo”.
http://www.ansa.it/scienza/notizie/rubriche/fisica/2016/02/13/onde-gravitazionali-concepibili-viaggi-nel-tempo-_8c827b19-c987-4e31-b480-e042a6afb14c.html
Il giorno della memoria.
Padova 1946. Dopo lo sfollamento siamo tornati nel nostro palazzo di piazza Spalato. Ora la piazza ha cambiato nome, si chiama piazza Insurrezione. Il nostro appartamento non è più disponibile, è stato abitato da un’altra persona: un certo Clocchiatti, un comunista che asserisce di poter occupare il nostro alloggio in base alle sue benemerenze politiche e all’autorizzazione di non so quale Comitato di Liberazione.
Mia madre, la piccola palermitana da sempre combattiva, sale le scale, picchia alla porta e l’affronta.
«Che cosa ci fa in casa mia? se ne vada subito!»
«Sono stato regolarmente autorizzato dal Comitato, cara signora. Io mi sono fatto quasi vent’anni di carcere. Lo sa?!» sbraita l’individuo che ha aperto la porta.
«Ed io neanche un giorno!» ribatte sprezzante mia madre. Gira i tacchi e se ne va, lasciando l’uomo a bocca aperta sull’uscio, frastornato e irritato.
Troviamo rifugio, provvisoriamente, in un altro appartamento al secondo piano dello stabile. Sulla targhetta, a fianco del campanello, c’è ancora il nome della famiglia che un tempo lo abitava: ing. Cxxxxx Rxxxxx. Incontrando Riggio, il vecchio portiere, ancora seduto nell’atrio dietro la sua scrivania, lo interrogo.
«Riggio, la famiglia Cxxxx Rxxxxx ha traslocato? Hanno cambiato casa?» Mi osserva, perplesso, e non risponde. Noto che è molto invecchiato durante quegli ultimi tre anni che siamo stati via. Ha delle pesanti borse sotto gli occhi, rughe più profonde sul viso e i capelli, un tempo appena grigi, sono ora tutti bianchi. Dal suo sguardo vuoto mi sembra di capire che forse non mi ha riconosciuto o non mi ha sentito. Insisto: «Riggio, e allora?»
«No, ragazzo mio, non hanno cambiato casa, sono venuti i tedeschi e… li hanno portati via.» borbotta, sputando le parole tra i denti quasi a fatica.
«Portati via? dove? e perché?» mormoro, ricordando, con un colpo al cuore, quella dolce allegra bimba, mia coetanea, che un tempo mi faceva gioire e arrossire quando rispondeva al mio saluto con un sorriso.
«Erano ebrei. I militari tedeschi li hanno caricati su un camion e sono partiti. Non sono tornati più, nessuno di loro. L’ingegnere, la moglie, il ragazzo grande, la figlia… Nessuno più.»
Impallidisco, capisco e le gambe mi tremano. Solo il giorno prima, passeggiando sotto i portici della strada che conduce al Prato della Valle mi ero imbattuto in una mostra all’aperto che esponeva oggetti e fotografie provenienti dai campi di concentramento nazisti: fotografie di montagne di cadaveri ammucchiati in fosse comuni, oggetti personali delle vittime, abiti maschili e vestiti da donna, scatoloni pieni di capelli, altri ripieni di denti ai quali erano state sottratte le capsule d’oro, un libro malconcio rilegato con una copertina giallastra che sembrava recare dei tatuaggi. Sul cartello che lo indicava c’era scritto: fatto con la pelle umana di una delle vittime.
Piango.
Lo Stato sociale.
Il signor Marchesini aveva lavorato come maestro elementare in quella piccola città per molte generazioni di alunni. Ora, finalmente in pensione, si godeva tranquillamente il sole, prendendosi un aperitivo, comodamente seduto presso uno dei tavolini situati davanti a una caffetteria.
Era particolarmente stimato, da tutti, per la sua vasta cultura, alimentata dalla sua inesauribile passione per la lettura di quasi ogni genere di libri, oltre che per la sua simpatia e affabilità.
«Buongiorno, professò. Posso disturbarla per qualche minuto?»
Alzando gli occhi dal giornale che stava leggendo, il maestro vide, in piedi davanti al suo tavolo, un omone che, con aria imbarazzata rigirava tra le mani il berretto. Lo riconobbe, era Gaspare, un napoletano, ex falegname e ora proprietario di un piccolo mobilificio. Anche Gaspare era stato, un tempo, uno dei suoi alunni, non particolarmente brillante a scuola, ma abile e dotato di notevoli capacità artigianali nella vita.
«Certo, Gaspare, buongiorno a te. Accomodati pure, posso esserti utile in qualche cosa?»
«Ecco, professò, anch’io, come moltissimi altri, sto affrontando parecchie difficoltà in questo momento di crisi dell’economia e… con tutti quei paroloni che dicono alla TV, e che si leggono sui giornali, non ci sto capendo più nulla.»
Così dicendo, Gaspare incastrò il suo abbondante posteriore nella poltroncina di ferro del Bar e, sbottonandosi il colletto della camicia per poter meglio respirare, riprese:
«Professò io tra questi sprid, bond, bund, debiti dello Stato, tasse e controtasse, non riesco a capire cosa sta succedendo e come siamo potuti arrivati a questo punto. Mi trovo in difficoltà anche a pagare gli stipendi ai miei collaboratori, e non riesco a vendere neanche la metà dei mobili che vendevo solo due anni fa. Lei, che sa sempre tutto, mi può spiegare cosa sta succedendo e cosa si può fare?»
Marchesini, ripiegò con calma, il suo giornale sul tavolino, poi, sorridendo, squadrò il suo interlocutore al di sopra dei suoi antiquati occhiali.
«Posso offrirti qualcosa, Gaspare? Un caffè? Un aperitivo?»
«No, no, grazie professò, non mi serve nulla, non si disturbi.»
«Vedi, amico mio; chiariamo alcune cose: io non so tutto e inoltre non sono un economista, qualcosa tuttavia te la posso dire. Tu quanti figli hai? Quanti siete in famiglia?»
«Io? Sette figli, professò» – rispose, meravigliato e perplesso, il mobiliere – «poi ci sta mia moglie, mio padre e mia madre, che si sono fatti anziani e malaticci, e magari anche mia suocera, che ormai ha oltre novant’anni, ma è sempre una quercia! Ma perché questa domanda, professò?»
«Perché quando si ha una famiglia, un’attività, e dei collaboratori, ci si sforza di mantenere tutto in ordine, di evitare contrasti e ingiustizie, e di difendere i propri familiari e i propri beni. Tu, questo lo fai, giusto?»
«Sì, sì, certamente ma…»
«Aspetta. Certamente tu ti sei anche preoccupato dell’istruzione dei tuoi figlioli, dell’addestramento dei tuoi collaboratori e che tutti quelli che ti circondano, e ai quali vuoi bene, o che, comunque, ti sono utili, stiano in buona salute e che, se occorre, abbiano le cure più adatte. È così?»
«Professò lei mi conosce bene e sa che io…»
«…sei una brava persona. Sì, certo, Gaspare, lo so. Vedi? Tu, io, e molti altri come noi, facciamo in piccolo quello che lo Stato fa in grande. C’è uno Stato minimo che ha il compito di curare l’ordine, la giustizia e la difesa. Poi c’è lo Stato sociale che deve invece provvedere all’istruzione e alla salute dei cittadini. Mi dirai che non sempre lo fa bene, e questo è vero. Tuttavia i suoi compiti sono questi e, come vedi, sono molto simili ai tuoi.»
«È vero, ripensandoci è proprio vero; però io volevo cercare di capire il motivo di questa crisi, di questo debito pubblico che…»
«Ora ci arriviamo. Gaspare, tu certamente avrai sostenuto molte spese, forse solo in apparenza necessarie, perché sapevi che vi erano certe cose che i tuoi desideravano. Non so, magari quella particolare pelliccia per tua moglie, o il motorino per i tuoi figli, o una bella automobile grande e comoda per la famiglia. I migliori medici e le medicine più costose per chi si ammalava, e probabilmente gli aumenti di stipendio per i tuoi collaboratori più meritevoli o semplicemente per dar loro modo di adeguarsi all’aumentato costo della vita. Inoltre avrai dovuto acquistare macchinari più moderni per migliorare la tua azienda e sostenere la concorrenza, e, dimmi, Gaspare, ce l’hai sempre fatta con i tuoi guadagni soltanto?»
«Beh, spesso sì, però in certe occasioni, e in particolare in questi ultimi tempi, sono dovuto ricorrere alle banche per avere dei prestiti.»
«Li hai ottenuti facilmente? Gratis?»
«No, no, che gratis! Hanno sempre richiesto gli interessi, anzi, ultimamente, hanno fatto mille difficoltà e hanno chiesto interessi maggiori! Mi sono pure inc… innervosito, perché a Bartoloni, quello delle costruzioni, non hanno fatto tante storie e hanno preteso un interesse minore di quello che hanno chiesto a me!»
«Ecco, vedi? La stessa cosa succede per lo Stato, quando il PIL (prodotto interno lordo), o per dirla in modo più semplice e grossolano, quello che si incassa con le tasse non è più sufficiente a ricoprire le spese, si ricorre ai prestiti. Si emettono titoli di stato, i famosi BOT e CCT e si incassa del denaro che poi dovrà essere restituito con gli interessi. Questi titoli oggi li chiamano Bund, un temine inglese, mentre quelli tedeschi li chiamano Bond. Ora, così come a te la banca ha chiesto interessi maggiori di quelli di Bartoloni, che è più ricco di te e quindi può offrire maggiori garanzie, anche per acquistare i titoli italiani chiedono interessi maggiori di quelli che chiedono alla Germania che è più ricca di noi. Lo spread che mi chiedevi tu, che si pronunzia spred, è esattamente la differenza di interesse in più che i nostri titoli devono pagare, se li vogliamo vendere, rispetto e quelli tedeschi.»
«Ah, ora ho capito professò, ma come siamo arrivati ad avere un debito così alto?»
«Eh, amico mio, le cause sono molte: Inizialmente sembrava che il benessere economico non avesse fine. Ognuno voleva qualcosa di più: l’automobile più grande e importante, i capi di abbigliamento firmati, le vacanze costose all’estero. Poi anche il numero di politici in tutte le amministrazioni è aumentato così come sono aumentati i loro stipendi e i privilegi vari. Il denaro proveniente da tasse e balzelli vari non bastava più e lo Stato è ricorso ai prestiti. Conseguentemente ci sono stati sprechi inutili, pessima amministrazione dello Stato, scarsa produttività, evasione fiscale, bustarelle agli amici degli amici per ottenere benefici e appalti, e chi più ne ha più ne metta. Pensa che oggi l’Italia ha un debito di quasi duemila miliardi di euro e che la nostra percentuale di debito in rapporto col PIL è quasi del 120%, mentre solo una trentina di anni fa, nel 1980 era del 55%.»
«Ho capito professò, insomma siamo proprio inguaiati. Ne verremo fuori?»
«Lo spero tanto, Gaspare, ma se non ci dà una mano il Padreterno la vedo proprio brutta. Se riusciremo, ma solo se riusciremo veramente, ad eliminare migliaia di sprechi , spese pazze e inutili, e insostenibili situazioni di privilegio; a recuperare le tasse da chi le ha sempre parzialmente evase o non le ha mai pagate, e a ridurre un carico fiscale divenuto insostenibile per quelli che invece hanno fatto sempre il loro dovere, allora forse, ma dico forse, l’economia si potrà riprendere e ci sarà maggior lavoro e meno disoccupati.»
«Che devo dire?» – mormorò Gaspare alzandosi e tendendo la mano al maestro – «Io la ringrazio. Ora ho le idee più chiare, professò, ma l’animo ancora più scuro!»
«A chi lo dici, amico mio… a chi lo dici!» – sospirò il maestro riprendendo tristemente a leggere il suo giornale.
Ancora sulla lingua italiana – l’opinione di un grande linguista: Tullio De Mauro
- 14LUG 201617.45
È irresistibile l’ascesa degli anglismi?

Tullio De Mauro, linguista
Non è un fatto nuovo: da alcuni decenni impetuose ondate di anglismi si riversano nell’uso di chi parla e scrive le più varie lingue del mondo. Trent’anni fa e più un valoroso filologo, Arrigo Castellani, nel diffondersi di anglismi nell’uso italiano vide e diagnosticò un morbus anglicus, un virus capace di infettare e corrompere la lingua italiana. Ma del fenomeno ormai bisogna dire di più. Come si vedrà meglio qui più oltre, le ondate di anglismi non riguardano solo l’italiano. In italiano come in altre lingue l’afflusso di parole inglesi dagli anni ottanta ai nostri ha assunto dimensioni crescenti, uno tsunami anglicus. Le ondate somigliano ormai infatti a un susseguirsi di tsunami (parola che si può forse considerare maschile in latino, attratta da maris motus): imponenti ondate che movendo dal mare più profondo investono improvvisamente le acque costiere e i tranquilli porti dei più lontani paesi. È possibile trovar riparo? E come? Quasi a un tempo sul tema delle possibili difese vedono la luce un comunicato stampa dell’Accademia della Crusca, un grosso libro pubblicato dall’editore Reverdito di Trento e gli atti di un convegno della Crusca (La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, goWare 2016).
Incipit Crusca nova
Il comunicato stampa della Crusca contiene varie notizie importanti. La prima, che già aveva circolato, è che dentro l’Accademia si è costituito il gruppo Incipit. Del gruppo fanno parte valenti studiosi di linguistica italiana (Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni) cui si aggiunge Annamaria Testa, copy o copywriter come lei stessa si definisce, ben nota ai lettori di Internazionale anche per le sue preziose note e impegnata da tempo nella campagna Dillo in italiano. Secondo il comunicato stampa, Incipit “si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana”.
Il comunicato stampa della Crusca contiene varie notizie importanti. La prima, che già aveva circolato, è che dentro l’Accademia si è costituito il gruppo Incipit. Del gruppo fanno parte valenti studiosi di linguistica italiana (Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni) cui si aggiunge Annamaria Testa, copy o copywriter come lei stessa si definisce, ben nota ai lettori di Internazionale anche per le sue preziose note e impegnata da tempo nella campagna Dillo in italiano. Secondo il comunicato stampa, Incipit “si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana”.
Come informa il comunicato, “il gruppo Incipit ha osservato che nel sistema universitario italiano è presente una forte disponibilità a impiegare termini ed espressioni provenienti dal mondo economico-aziendale, per designare o descrivere momenti della valutazione relativi alla didattica e alla ricerca, o per indicare fasi burocratico-organizzative previste nella vita ordinaria dell’istituzione”. Incipt “segnala alcuni di questi termini, scelti tra quelli di uso più frequente, e rammenta l’esistenza di vari equivalenti italiani perfettamente adeguati, i quali eviterebbero di accentuare quell’immagine aziendalistica dell’università che sembra oggi imperante, ma che in realtà non riscuote consensi incondizionati”. Quella di Incipit vuol dunque essere una linguistique d’intervention: individua gli anglismi e propone per ciascuno alternative di vocaboli italiani, ma l’intento è più che linguistico, è combattere la visione aziendalistica dell’università. Questo è un obiettivo condivisibile, anche se, forse, non specifico della veneranda Accademia e anche se difficilmente basteranno i sostituti italiani di parole inglesi per combattere l’aziendalismo o, meglio, le aspirazioni aziendalistiche delle politiche universitarie in Italia (presenti purtroppo anche altrove). A ogni modo ecco l’elenco delle parole e locuzioni inglesi stilato da Incipit con l’indicazione, per ciascuna, di un possibile equivalente italiano.
- analisi on desk -> analisi preliminare o analisi a tavolino
- benchmark -> parametro di riferimento
- benchmarking -> confronto sistematico o analisi comparativa
- tool (per esempio: learning tool, teaching tool) -> strumento
- student (o client) satisfaction (es.: monitoraggio della student satisfaction) -> soddisfazione dello studente (dell’utente)
- debriefing -> resoconto
- executive summary -> sintesi
- distance learning -> apprendimento a distanza (distinto da e-learning -> teleapprendimento o apprendimento online)
- peer review -> revisione tra pari
- public engagement -> impegno pubblico
- valutazione della performance -> valutazione dei risultati
Qualche dubbio
Se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto. Internet documenta parecchie riprese giornalistiche del comunicato, a volte pubblicate bizzarramente, sotto il titolo anglizzante Stop all’inglese (ma gli evitabili anglismi degli antianglisti, a cominciare dall’insistente uso di anglicismo, parola che per l’appunto è un anglismo, meriterà una volta un discorso a parte). Dal punto di vista dello studio del fenomeno e delle conseguenti proposte per limitarlo, resta però qualche dubbio. La promessa di Incipit è, come già detto, cogliere parole ed espressioni “di uso incipiente”, quelle cioè che stanno appena affiorando nell’uso, per poterne suggerire l’abbandono prima che si affermino. Ma in buona parte quelle dell’elenco, se si fa una breve ricerca in Google, o anche solo nel Gradit o nel Dizionario di Internazionale, risultano in uso da tempo. Eccole rielencate con la data di prima attestazione: analisi on desk 1998, benchmark 1978, benchmarking 1980, tool 1977, executive 1959, distance learning 1997, peer review 1980, performance 1895.
Se l’obiettivo dell’Accademia è ottenere gli applausi della stampa, l’obiettivo è in gran parte raggiunto. Internet documenta parecchie riprese giornalistiche del comunicato, a volte pubblicate bizzarramente, sotto il titolo anglizzante Stop all’inglese (ma gli evitabili anglismi degli antianglisti, a cominciare dall’insistente uso di anglicismo, parola che per l’appunto è un anglismo, meriterà una volta un discorso a parte). Dal punto di vista dello studio del fenomeno e delle conseguenti proposte per limitarlo, resta però qualche dubbio. La promessa di Incipit è, come già detto, cogliere parole ed espressioni “di uso incipiente”, quelle cioè che stanno appena affiorando nell’uso, per poterne suggerire l’abbandono prima che si affermino. Ma in buona parte quelle dell’elenco, se si fa una breve ricerca in Google, o anche solo nel Gradit o nel Dizionario di Internazionale, risultano in uso da tempo. Eccole rielencate con la data di prima attestazione: analisi on desk 1998, benchmark 1978, benchmarking 1980, tool 1977, executive 1959, distance learning 1997, peer review 1980, performance 1895.
Forse valeva la pena di fare un po’ di analisi preliminare dei dati disponibili, un po’ di analisi on desk. Si sarebbe visto che la fonte prima della fortuna di parecchi degli anglismi in questione non è un aziendalese improvvisato e posticcio, come il comunicato dice e fa credere al giornalista frettoloso. La coppia analisi on desk/analisi on field o field analysis (questa in gara con la più diffusa analisi o ricerca sul campo) non nasce nelle aziende, ma nasce e vive in lavori di metodologia della ricerca. Di benchmark e di benchmarking e peer review hanno cominciato a parlare lavori di fisica teorica e sperimentale. L’uso di distance learning (e del coevo insegnamento a distanza) nasce nelle scienze dell’educazione. Quanto a performancecircola con successo dagli ultimi anni dell’ottocento negli ambiti più diversi, arte e spettacolo, ovviamente, e poi scienze dell’educazione, fisica dei materiali, ingegneria, teoria economica. Se c’è (e c’è) abuso di anglismi nella comunicazione universitaria, l’imputato chiamato alla sbarra da Incipit, l’aziendalese, va assolto: non è lui che ha commesso il fatto. Un fatto, la visione aziendalistica dell’università, che resterebbe e resta grave anche se direttori amministrativi e affini evitassero parole di trasparente origine straniera.
Conoscere l’inglese per “dirlo in italiano”
Resta certamente il fatto fastidioso per la sua insistenza. Un caso che pare ancor più clamoroso e che si potrebbe segnalare a Incipit è quello di summer school. L’equivalente italiano, scuola estiva, antico e di consolidata tradizione, ha ancora una sua prevalenza nelle pagine italiane di internet e in Wikipedia italiana. Forse Incipit poteva spendere una parola a suo favore per rinsaldarne l’uso. Nel caso della Sapienza di Roma anni fa con la collega Emanuela Piemontese cercammo di opporci alla dizione anglizzante. Ci fu detto che l’espressione inglese giovava a richiamare gli studenti stranieri. Lo studente indiano, cinese, senegalese, tedesco, svedese, statunitense, britannico eccetera che vuol venire a Roma alcune settimane a sentire lezioni in italiano di storia, letteratura e storia dell’arte italiane e per seguire un corso accelerato di italiano per fini specialistici, verrebbe volentieri grazie al cappello summer school, non verrebbe con l’intitolazione scuola estiva. Questa tesi ci fu esposta non da un bieco direttore amministrativo aziendalista e anglizzante, ma da nostri colleghi archeologi e filologi illustri. Purtroppo il caso di Roma non è isolato e summer school dilaga da Palermo a Padova, da Milano a Siena e Firenze.
Resta certamente il fatto fastidioso per la sua insistenza. Un caso che pare ancor più clamoroso e che si potrebbe segnalare a Incipit è quello di summer school. L’equivalente italiano, scuola estiva, antico e di consolidata tradizione, ha ancora una sua prevalenza nelle pagine italiane di internet e in Wikipedia italiana. Forse Incipit poteva spendere una parola a suo favore per rinsaldarne l’uso. Nel caso della Sapienza di Roma anni fa con la collega Emanuela Piemontese cercammo di opporci alla dizione anglizzante. Ci fu detto che l’espressione inglese giovava a richiamare gli studenti stranieri. Lo studente indiano, cinese, senegalese, tedesco, svedese, statunitense, britannico eccetera che vuol venire a Roma alcune settimane a sentire lezioni in italiano di storia, letteratura e storia dell’arte italiane e per seguire un corso accelerato di italiano per fini specialistici, verrebbe volentieri grazie al cappello summer school, non verrebbe con l’intitolazione scuola estiva. Questa tesi ci fu esposta non da un bieco direttore amministrativo aziendalista e anglizzante, ma da nostri colleghi archeologi e filologi illustri. Purtroppo il caso di Roma non è isolato e summer school dilaga da Palermo a Padova, da Milano a Siena e Firenze.
C’è però un’isola di resistenza. Se si fa un po’ di field analysis, ci si accorge che fisici, matematici e logici italiani chiamano scuola estiva e non summer school le loro scuole estive. Il caso a prima vista può stupire: ma non sono proprio questi i tre settori disciplinari in cui l’inglese è più di casa? E come mai la dizione italiana di buon conio vive tranquilla per loro e tra loro? Parecchi anni fa, all’inizio della diffusione dei pc in Italia, studiando con Paola Manacorda il fenomeno, apparve con evidenza un fatto: gli anglismi lussureggiavano nei dépliant commerciali, apparivano più raramente nei manuali di istruzione, scomparivano nei trattati scientifici di teoria dei sistemi e di informatica. Il caso suggerì un’ipotesi: dietro tutti gli usi linguistici c’è una questione di “densità della cultura”, come Ascoli insegnava centocinquanta anni fa. A chi conosce a fondo una lingua straniera non viene nemmeno in mente di esibirla fuori tempo e luogo come faceva l‘“americano” di Sordi e di Carosone e come fanno troppi ignoranti. Correggere il grave, persistente analfabetismo nazionale in materia di lingue straniere, inglese compreso, è una via più lunga, ma forse più produttiva di qualche ukaz contro i mali anglismi.
Contro gli anglismi, dalla Spagna con amore
Per combattere gli anglismi e a difesa dell’italiano scende nell’arena, accanto alla Crusca, l’autore del libro di Reverdito cui si accennava all’inizio. Lo ha messo insieme non un’accademia intera ma un lupo solitario, Gabriele Valle. Se ha senso dire (qualcuno ne dubita) che si ama una lingua, Gabriele Valle ci offre una vivace prova del fatto che sì, si può. E addirittura, come mostrano questo suo libro e la sua biografia intellettuale, Valle di lingue ne ama due: la lingua della sua infanzia e giovinezza peruviana, lo spagnolo, e l’italiano, la lingua degli avi genovesi ritrovata appieno rientrando in Italia, dove vive stabilmente dal 2007. In nome dell’amore per entrambe le lingue propone in un suo sito, Italiano urgente, e ora nell’omonimo libro di Reverdito, una raccolta di osservazioni, ordinate come un vocabolario, sul diverso comportamento dei parlanti ispanofoni e italofoni nei confronti di circa cinquecento anglismi affermatisi degli ultimi decenni. Come si è detto qui all’inizio lo tsunami ha investito e investe tutte le aree linguistiche del mondo.
Per combattere gli anglismi e a difesa dell’italiano scende nell’arena, accanto alla Crusca, l’autore del libro di Reverdito cui si accennava all’inizio. Lo ha messo insieme non un’accademia intera ma un lupo solitario, Gabriele Valle. Se ha senso dire (qualcuno ne dubita) che si ama una lingua, Gabriele Valle ci offre una vivace prova del fatto che sì, si può. E addirittura, come mostrano questo suo libro e la sua biografia intellettuale, Valle di lingue ne ama due: la lingua della sua infanzia e giovinezza peruviana, lo spagnolo, e l’italiano, la lingua degli avi genovesi ritrovata appieno rientrando in Italia, dove vive stabilmente dal 2007. In nome dell’amore per entrambe le lingue propone in un suo sito, Italiano urgente, e ora nell’omonimo libro di Reverdito, una raccolta di osservazioni, ordinate come un vocabolario, sul diverso comportamento dei parlanti ispanofoni e italofoni nei confronti di circa cinquecento anglismi affermatisi degli ultimi decenni. Come si è detto qui all’inizio lo tsunami ha investito e investe tutte le aree linguistiche del mondo.
L’inglese e i suoi incroci
Nelle aree in cui l’ondata anglizzante è più intensa e pare non ritrarsi il fenomeno è stato variamente etichettato ricorrendo a parole macedonia, parole che fondono il nome della lingua locale e le parole che vogliono dire “inglese”. Un elenco di questi glottonimi, anche succinto, non è breve, ma è utile ad avviare la riflessione sulla natura globale dello tsunami anglicus. Su queste “interlingue” l’informazione di una grande fonte come Ethnologue è in genere avara, mentre Wikipedia, soprattutto nella versione inglese e delle altre lingue coinvolte, è spesso ampia e accompagnata da ricche bibliografie. Ecco di seguito l’elenco:
Nelle aree in cui l’ondata anglizzante è più intensa e pare non ritrarsi il fenomeno è stato variamente etichettato ricorrendo a parole macedonia, parole che fondono il nome della lingua locale e le parole che vogliono dire “inglese”. Un elenco di questi glottonimi, anche succinto, non è breve, ma è utile ad avviare la riflessione sulla natura globale dello tsunami anglicus. Su queste “interlingue” l’informazione di una grande fonte come Ethnologue è in genere avara, mentre Wikipedia, soprattutto nella versione inglese e delle altre lingue coinvolte, è spesso ampia e accompagnata da ricche bibliografie. Ecco di seguito l’elenco:
- chinglish, parola usata genericamente per i pidgin o creoli anglocinesi, più spesso per l’inglese quando è interferito, specie foneticamente, dal cinese; viene parlato da comunità di nativi cinesi immigrati negli Stati Uniti, a Hong Kong e a Singapore (qui pare preferito il termine singlish); chinglish designa anche il semilinguismo scolastico di apprendenti cinesi;
- czenglish, l’inglese (britannico) parlato da cechi;
- denglish (anche germish), tedesco con influenze inglesi, deformazioni grafiche di parole inglesi o pseudoanglismi molto diffusi anche in Germania (slip, body ecc.);
- dog latin, latino maccheronico anglizzante (analogo al latin de cuisine francese o, appunto, al latino maccheronico italiano); un esempio storico è la seguente descrizione di una cucina: camera necessaria pro usus cookare; cum saucepannis, stewpannis, scullero, dressero, coalholo, stovis, smoak-jacko; pro roastandum, boilandum, fryandum, et plum-pudding-mixandum… ; altro esempio è lo pseudobrocardo illegitimi non carborundum “don’t let the bastards grind you down”; variante di dog latin è l’hiberno-latin (chiamato anche hisperi latin), usato per scherzo da monaci irlandesi;
- Elfe, English as Lingua Franca in Europe, inglese dell’Unione europea, inglese come realmente usato dagli europei;
- engrish, l’inglese di giapponesi e cinesi (incapaci di distinguere r e l);
- franglais, dal 1959 designazione polemica del francese farcito di anglismi più o meno ben importati; in inglese frenglish;
- goleta english (o inglés goleta in spagnolo, detto anche jibaro english), l’inglese tendenziale di portoricani, relativamente stabilizzato;
- hinglish, l’hindi anglicizzato, per il quale lo scrittore Baljinder Mahal ha scritto un dizionario, The queen’s hinglish: how to speak pukka; si stimano a centinaia di milioni gli indiani che lo praticano;
- konglish, coreano interferito da inglese americano, spesso da black english, affermatosi dopo la guerra di Corea;
- namlish, inglese parlato (come lingua seconda, dunque con una certa stabilità) in Namibia, con interferenze e calchi da oshiwambo, ma anche da afrikaans, damara, herero e altre lingue minori;
- poglish, l’inglese di immigrati polacchi negli Stati Uniti, con molti calchi lessicali e sintattici dal polacco;
- portenglish, portoghese brasiliano con molti prestiti dall’inglese;
- runglish, designa sia un pidgin anglorusso, per esempio di astronauti russi e d’altra lingua nello spazio o di ebrei russi a Brooklyn, sia un inglese fortemente influenzato dal russo (soppressione degli articoli, people con verbo al singolare eccetera) nelle comunità immigrate negliStati Uniti;
- spanglish, parola coniata dal linguista portoricano Salvador Tiò per lo spagnolo anglicizzato distinto dall’inglañol, che è l’inglese ispanizzato;
- swenglish o swinglish (in svedese svengelska), inglese con forti interferenze svedesi o, come il franglais, svedese con molti prestiti dall’inglese;
- taglish (o anche englog), forma interferente di inglese e tagalog o filippino, relativamente stabilizzata in loco e tra i nativi filippini negli Stati Uniti e in Gran Bretagna;
- tinglish (anche thenglish, thailish o thainglish), inglese con forti interferenze thai usato in Thailandia;
- yeshivish, yiddish (dialetto tedesco ebraizzante) parlato negli Stati Uniti con influenze inglesi da ebrei ashkenaziti ortodossi nell’ambito di scuole talmudiche;
- yinglish, l’inglese di comunità ebraiche in paesi anglofoni.
Tutte queste formazioni interlinguistiche non sono sullo stesso piano. Alcune per massa di parlanti che le adoperano appaiono stabilizzate e in qualche misura accettate, come l’hinglish o il namlish, e ormai tendenzialmente creolizzate (si apprendono nativamente). Altre sono formazioni forse passeggere. In alcuni casi siamo in presenza di un inglese soggetto a interferenze di sostrato, come l’Elfe o il tinglish, in altre invece è la lingua locale che subisce l’influenza di superstrato dell’inglese. Questo è il caso del franglais o, in parte, delle deformazioni scherzose del latino de cuisine (ma l’influenza dei sostrati romanzo-germanici sul latino colto d’età tardo medievale e moderna è un problema diverso, che esige altro discorso). Ed è, come Valle concorre a mostrare, il caso dell’italiano quando venga usato con abbondanza di anglismi.
Contro gli anglismi l’ispanofono è il più bravo
Valle è un colto insegnante e, anche se non è un linguista, sa bene di non essere il primo a fermarsi sul fenomeno italiano e a etichettarlo. A parte più antiche manifestazioni linguistiche di anglomania e correlata anglofobia, segnalate già in diverse pagine della Storia linguistica dell’Italia unita (1963), il ricorso a vocaboli inglesi nell’uso comune, anche fuori di ristretti ambiti tecnici (banche, finanza), è diventato sempre meno raro a partire dagli anni sessanta del novecento. È da allora che significativamente appaiono etichette di condanna o scherno, spesso “parole d’autore”, coniate cioè da studiosi o scrittori come Primo Levi o Roberto Vacca (mascherato sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot, nel volume Parliamo itang’liano. Ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera): italieseo italese (1966), itang’liano (1977), itanglese (1999), anglitaliano (2010). Valle propone un’altra etichetta ancora, itanglish (oppure il già nato e noto itanglese), e si unisce a quanti intendono combattere il fenomeno, come già vollero fare Paolo Monelli e gli Accademici d’Italia in età fascista, poi un valoroso filologo come Arrigo Castellani col suo scritto già ricordato sul morbus anglicus, e come vanno facendo in anni più recenti il capitano Paolo Cappelli, dal 2008 per conto del ministero della difesa (nomen omen), per conto invece dell’editore Manni gli storici della lingua italiana Riccardo Gualdo e Claudio Giovanardi (Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?), dal 2010 l’Agenzia Agostini Associati (con la campagna Stop itanglese) e infine dal 2015, come abbiamo ampiamente detto prima, Annamaria Testa e, da questa stimolata, l’Accademia della Crusca col gruppo Incipit e il convegno già ricordato. Nell’impresa Valle è guidato anzitutto dal suo duplice amore per l’italiano e per lo spagnolo.
Valle è un colto insegnante e, anche se non è un linguista, sa bene di non essere il primo a fermarsi sul fenomeno italiano e a etichettarlo. A parte più antiche manifestazioni linguistiche di anglomania e correlata anglofobia, segnalate già in diverse pagine della Storia linguistica dell’Italia unita (1963), il ricorso a vocaboli inglesi nell’uso comune, anche fuori di ristretti ambiti tecnici (banche, finanza), è diventato sempre meno raro a partire dagli anni sessanta del novecento. È da allora che significativamente appaiono etichette di condanna o scherno, spesso “parole d’autore”, coniate cioè da studiosi o scrittori come Primo Levi o Roberto Vacca (mascherato sotto lo pseudonimo di Giacomo Elliot, nel volume Parliamo itang’liano. Ovvero le 400 parole inglesi che deve sapere chi vuole fare carriera): italieseo italese (1966), itang’liano (1977), itanglese (1999), anglitaliano (2010). Valle propone un’altra etichetta ancora, itanglish (oppure il già nato e noto itanglese), e si unisce a quanti intendono combattere il fenomeno, come già vollero fare Paolo Monelli e gli Accademici d’Italia in età fascista, poi un valoroso filologo come Arrigo Castellani col suo scritto già ricordato sul morbus anglicus, e come vanno facendo in anni più recenti il capitano Paolo Cappelli, dal 2008 per conto del ministero della difesa (nomen omen), per conto invece dell’editore Manni gli storici della lingua italiana Riccardo Gualdo e Claudio Giovanardi (Inglese-Italiano 1 a 1. Tradurre o non tradurre le parole inglesi?), dal 2010 l’Agenzia Agostini Associati (con la campagna Stop itanglese) e infine dal 2015, come abbiamo ampiamente detto prima, Annamaria Testa e, da questa stimolata, l’Accademia della Crusca col gruppo Incipit e il convegno già ricordato. Nell’impresa Valle è guidato anzitutto dal suo duplice amore per l’italiano e per lo spagnolo.
Rispetto agli italiani, ma anche a molte altre comunità linguistiche, gli ispanofoni sono più cauti nell’accettare anglismi nell’uso corrente. A Valle gli italiani appaiono invece inclini assai di più all’accettazione e questo gli fa temere lo stravolgimento della stessa amata lingua italiana. Sempre più spesso, teme Valle, gli italiani abbandonano le parole del loro patrimonio storico nazionale e usano parole inglesi. Questo non è più italiano, egli dice addolorato, è itanglish. L’itanglish gli appare ormai imperversante senza freni: questa specie di pidgin diventerà un vero creolo coloniale angloitaliano, i bimbi lo impareranno nella culla, l’italiano vero finirà nella soffitta degli usi dotti e letterari. Per amore delle due lingue Valle da tempo sostiene che chi parla italiano farebbe bene a osservare il comportamento cauto di chi parla spagnolo.
L’accostamento delle due lingue e la proposta dello spagnolo come possibile modello di scelte linguistiche italiane non sono basate solo sull’esperienza soggettiva di Valle, ma anche su un dato linguistico oggettivo. Se ricorriamo alla nozione tecnica di distanza linguistica occorre dire che il castigliano e, quindi, lo spagnolo da una parte e, dall’altra, i dialetti toscani centrosettentrionali e, quindi, il fiorentino e l’italiano sono, insieme al sardo logudorese, gli idiomi romanzi che meno si sono allontanati dalla matrice latina e protoromanza. Di conseguenza, la distanza linguistica tra loro è molto minore della distanza che ciascuno ha con il francese, il ladino o il romeno. Di qui l’interesse che per gli italofoni possono avere le soluzioni adottate dagli ispan0foni per fronteggiare gli anglismi.
Il contributo di Valle sollecita diverse riflessioni. Come ha mostrato già anni fa un ampio studio di Manfred Görlach (A dictionary of european anglicism. A usage dictionary of anglicisms in sixteen european languages, Oxford University Press 2001) sono circa quattromila gli anglismi insediatisi in modo non occasionale nell’uso comune di molte lingue europee. Essi sono dunque quegli anglismi non occasionali (come il choosy della ministra Elsa Fornero) candidati a entrare nella categoria degli internazionalismi. È una categoria di parole geneticamente composita in cui, sul sempre dominante fondo grecolatino, si sono aggregati nei secoli arabismi, francesismi, italianismi, ispanismi, tedeschismi, giapponesismi e, più rari, specie se siguarda ai significanti, ebraismi, e ancora russismi e sinismi. I gruppi intellettuali dei diversi paesi e le tradizioni d’uso delle varie lingue hanno differenti atteggiamenti nei confronti degli internazionalismi. Una linea di comportamento diffusa e spesso consapevolmente programmata dai gruppi intellettuali è quella, già latina nei confronti di grecismi, del ricorso a calchi semantici: con materiali del patrimonio lessicale tradizionale si creano parole ricalcate sul modello alloglotto e si introduce nella lingua una nuova parola di forma indigena ma di “anima”, come diceva Leo Spitzer, cioè di significato inzialmente straniero. Così, ad esempio, una diffusa famiglia di internazionalismi risale alla parola latina conscientia, ma questa parola è un calco dal greco, ha un’anima greca. Il calco, dovuto a Cicerone e diffuso poi dal linguaggio del cristianesimo, riprende la parola greca syneídesis, composta di syn “con”, in latino cum, com- , e di eídesis “sapere, conoscenza”, in latino scientia. In altri casi invece gli internazionalismi sono adattati non solo alle diverse abitudini fonetiche nazionali (pronunciamo all’italiana l’anglismo tunnel, alla seminglese clubo surf), ma anche alla fonematica e ortografia e morfologia desinenziale (così beaf-steak è stato adattato in bistecca), operazione che in italiano è facilitata dalla natura di “cavallo di ritorno” (diceva il grande indimenticabile Bruno Migliorini) dei molti anglismi di origine latina o neolatina (così, senza difficoltà, sentimental nel settecento fu reso con sentimentale).
Gli anglismi suscitano impressione negli osservatori, specie digiuni di studi linguistici scientifici, per il numero e la rapidità con cui hanno fatto e fanno irruzione nelle diverse comunità linguistiche. Le autorità governative francesi da diversi decenni si sono impegnate in una difficile impresa, una mission impossible direbbero gli anglizzanti più corrivi: l’impresa di difendere l’antica posizione dominante della francofonia e di frenare l’uso della lingua inglese come lingua internazionale della diplomazia, delle scienze, delle tecnologie d’avanguardia, dello spettacolo. Sullo slancio di quest’impegno una legge varata dal ministro Jacques Toubon nel 1994 pensò di trasferire dalla politica estera alla politica interna lo stesso atteggiamento combattivo e quindi si propose di limitare l’uso degli anglismi nella comunicazione pubblica. Nell’informazione i risultati non sono brillanti come può vedersi ad esempio leggendo un giornale dallo stile sorvegliato come Le Monde.Sfogliando qualche numero recente del grande quotidiano si trovano nei titoli e negli articoli anglismi presenti anche in italiano e altre lingue, come boom, budget,football, marketing, match, meeting (standard per “comizio”, come fu in italiano a fine ottocento, quando circolava anche meetingaio “comiziante”), tory, week end, ma anche anglismi che l’uso italiano ignora, come biopic,sextape o il semiadattato footballeur,les gamers, la polirematica narrative designer eccetera. In qualche caso generosi sforzi di calco coesistono nello stesso articolo con l’anglismo grezzo: toriese conservatives, la polirematica Parti du travaille e Labour, travailliste e labouriste.
Se contrastare l’uso di anglismi è una virtù, il lavoro di Valle offre larga messe di esempi virtuosi nel contemporaneo uso dello spagnolo sia europeo sia americano. Così, per esempio, resumen è preferito ad abstract (che Incipit sembra ritenere inevitabile in italiano), cuenta vince su account, dopaje e antidopaje paiono prevalere su doping e antidoping,antimonopolio su antitrust,bloguero su blogger e si potrebbe continuare a lungo con le decine e decine di voci per le quali l’uso spagnolo ha preferito optare per equivalenti autoctoni che Valle suggerisce come modello agli italofoni.
Resistenza, ma non sempre
Occorre però dire che proprio la maggior resistenza ispanofona all’uso degli anglismi rende particolarmente interessante il manipolo di anglismi che gli ispanofoni hanno tuttavia adottato sia nella loro forma grafica “cruda”, come diceva Bruno Migliorini (salvo anche in tal caso lo sviluppo di ovvi adattamenti fonetici non registrabili nell’ortografia rispetto alle pronunzie inglesi), sia in una forma grafica leggermente adattata alle consuetudini fonologico-ortografiche dello spagnolo, per esempio indicando un accento (come in búnker), scrivendo –i e non –y in fine parola o ritoccando più decisamente la forma grafico-fonica (estándar o filme, meno usato però del calco película). L’elenco degli anglismi affermatisi anche nello spagnolo è ricavabile dal lavoro di Valle e non è brevissimo. Si tratta, come già si è accennato, di anglismi sia grezzi sia più o meno tenuemente adattati: bar,barman, beisbol,blog,bodi, boomerang, box,brandi,budget (nello spagnolo degli Stati Uniti), búnker, baipás,casting,catering,Ceo,chat (che pare alternare con cibercharla), clic,club,cluster,cocktail, closet (nello spagnolo d’America), curri, dandi,detective,disc jockey (alternante a volte con pinchadiscos), drinque, estándar, file (nello spagnolo cubano e centroamericano), filme e microfilme (accanto a película), flash o flas,freezer (nell’America ispanofona), frizer (in Spagna, accanto a congelador), gang,gángster,gay,hacker,hall,holding,hot dog (nello spagnolo d’America), jeans e blue jeans (nello spagnolo d’America), jetlag, killer (nello spagnolo degli Stati Uniti), líder, living room,manager, manspreading (alternante con despatarre masculíno “spaparanzamento maschile a cosce divaricate”)_, marketing_ o anche márquetin, mail, ok (in molte nazioni ispanofone), performance,puzle (convivente con rompecabezas), racket (nello spagnolo degli Stati Uniti), relax,round, sándwich, selfi, sexi,slip, stock,stop,stress,test e testar, web,wéstern , zombi,zum.
Occorre però dire che proprio la maggior resistenza ispanofona all’uso degli anglismi rende particolarmente interessante il manipolo di anglismi che gli ispanofoni hanno tuttavia adottato sia nella loro forma grafica “cruda”, come diceva Bruno Migliorini (salvo anche in tal caso lo sviluppo di ovvi adattamenti fonetici non registrabili nell’ortografia rispetto alle pronunzie inglesi), sia in una forma grafica leggermente adattata alle consuetudini fonologico-ortografiche dello spagnolo, per esempio indicando un accento (come in búnker), scrivendo –i e non –y in fine parola o ritoccando più decisamente la forma grafico-fonica (estándar o filme, meno usato però del calco película). L’elenco degli anglismi affermatisi anche nello spagnolo è ricavabile dal lavoro di Valle e non è brevissimo. Si tratta, come già si è accennato, di anglismi sia grezzi sia più o meno tenuemente adattati: bar,barman, beisbol,blog,bodi, boomerang, box,brandi,budget (nello spagnolo degli Stati Uniti), búnker, baipás,casting,catering,Ceo,chat (che pare alternare con cibercharla), clic,club,cluster,cocktail, closet (nello spagnolo d’America), curri, dandi,detective,disc jockey (alternante a volte con pinchadiscos), drinque, estándar, file (nello spagnolo cubano e centroamericano), filme e microfilme (accanto a película), flash o flas,freezer (nell’America ispanofona), frizer (in Spagna, accanto a congelador), gang,gángster,gay,hacker,hall,holding,hot dog (nello spagnolo d’America), jeans e blue jeans (nello spagnolo d’America), jetlag, killer (nello spagnolo degli Stati Uniti), líder, living room,manager, manspreading (alternante con despatarre masculíno “spaparanzamento maschile a cosce divaricate”)_, marketing_ o anche márquetin, mail, ok (in molte nazioni ispanofone), performance,puzle (convivente con rompecabezas), racket (nello spagnolo degli Stati Uniti), relax,round, sándwich, selfi, sexi,slip, stock,stop,stress,test e testar, web,wéstern , zombi,zum.
Agli esempi ricavabili dal lavoro di Valle qualche altro anglismo ben attestato nello spagnolo si potrebbe aggiungere, come córner o fútbol. Insomma la certa propensione ispanofona a frenare l’entrata degli anglismi non porta a una chiusura ermetica. Nella coscienza linguistica degli ispanofoni la presenza di modelli inglesi è chiara e forte se, per fare ancora un esempio, Brexit ha suggerito, come si legge in questi giorni nel País, Spexit e Catexit (a *Padexit in Italia per ora non si è ancora pensato). Tuttavia è indubbio: quel che altrove è uno tsunami appare invece ed è una fronteggiabile ondata sui lidi ispanici, specialmente quelli europei (non altrettanto vale per gli assai più esposti lidi ispanici americani).
Anglismi nell’uso italiano più recente
Senza dubbio lo tsunami anglizzante va guadagnando terreno nell’uso italiano. Non è rilevante tanto il numero di lessemi di origine inglese registrabili in un grande dizionario. Sulla scala dei grandi dizionari da molti anni ho cercato di mostrare e precisare un dato che non dovrebbe essere privo di interesse per chi vuole accostarsi alla questione dell’interscambio linguistico cercando di capire prima di brandire la spada delle crociate. Nei grandi dizionari inglesi, subito dopo i latinismi e i francesismi che hanno invaso la lingua mettendo ai margini le parole di origine germanica comune, il nucleo genetico della lingua, vi è una percentuale di italianismi e di ispanismi paragonabile alla percentuale di anglismi presenti nel Gradit e ora nella versione online del dizionario Treccani, bruscamente e senza troppe spiegazioni arricchitosi rispetto alle versioni cartacee di pochi anni fa. Chi ha parlato e parla l’inglese nelle isole britanniche e negli Stati Uniti ha aperto e continua ad aprire generosamente le porte alle lingue di origine latina. L’ondata anglizzante in questi anni più recenti si segnala non per la percentuale di parole nel lessico, ma per altri aspetti relativi piuttosto all’uso: l’adozione di anglismi in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act,question time,spending review,spread,welfare e via governando); l’ampiezza dei campi semantici investiti dall’uso di anglismi, da quelli tecnico-scientifici alla politica, dallo sport alla quotidianità; e, infine, l’eccezionale frequenza con cui l’uso comune ricorre negli anni più recenti ad alcuni anglismi. Per stabilirlo possiamo riprendere un confronto già avviato in Storia linguistica dell’Italia repubblicana (1a ed., 2014, p.159). È il vocabolario di base dell’italiano redatto nel 1980 sulla scorta di testi (di complessive 500.000 occorrenze di parole) risalenti per lo più a testi scritti degli anni cinquanta e sessanta del novecento e la nuova versione o meglio il radicale rifacimento elaborato con Isabella Chiari su una massa di testi enormemente maggiore (18 milioni di occorrenze), anche trascritti dal parlato, risalenti ai nostri anni dieci. In ogni lingua, non solo in italiano, le poche migliaia di vocaboli del vocabolario di base hanno una frequenza incomparabilmente maggiore delle parole anche comuni e sono così frequenti da coprire oltre il 90 per cento di ciò che diciamo, scriviamo, ascoltiamo. Nel vocabolario di base italiano del 1980 figuravano solo pochi anglismi, bar, film, sport, tennis, tram, whisky. Oggi si affolla invece un ben più folto manipolo. Elenco qui di seguito per ordine di uso decrescente anglismi ora entrati a far parte delle fasce d’alta frequenza:
Senza dubbio lo tsunami anglizzante va guadagnando terreno nell’uso italiano. Non è rilevante tanto il numero di lessemi di origine inglese registrabili in un grande dizionario. Sulla scala dei grandi dizionari da molti anni ho cercato di mostrare e precisare un dato che non dovrebbe essere privo di interesse per chi vuole accostarsi alla questione dell’interscambio linguistico cercando di capire prima di brandire la spada delle crociate. Nei grandi dizionari inglesi, subito dopo i latinismi e i francesismi che hanno invaso la lingua mettendo ai margini le parole di origine germanica comune, il nucleo genetico della lingua, vi è una percentuale di italianismi e di ispanismi paragonabile alla percentuale di anglismi presenti nel Gradit e ora nella versione online del dizionario Treccani, bruscamente e senza troppe spiegazioni arricchitosi rispetto alle versioni cartacee di pochi anni fa. Chi ha parlato e parla l’inglese nelle isole britanniche e negli Stati Uniti ha aperto e continua ad aprire generosamente le porte alle lingue di origine latina. L’ondata anglizzante in questi anni più recenti si segnala non per la percentuale di parole nel lessico, ma per altri aspetti relativi piuttosto all’uso: l’adozione di anglismi in locuzioni formali e ufficiali (education, jobs act,question time,spending review,spread,welfare e via governando); l’ampiezza dei campi semantici investiti dall’uso di anglismi, da quelli tecnico-scientifici alla politica, dallo sport alla quotidianità; e, infine, l’eccezionale frequenza con cui l’uso comune ricorre negli anni più recenti ad alcuni anglismi. Per stabilirlo possiamo riprendere un confronto già avviato in Storia linguistica dell’Italia repubblicana (1a ed., 2014, p.159). È il vocabolario di base dell’italiano redatto nel 1980 sulla scorta di testi (di complessive 500.000 occorrenze di parole) risalenti per lo più a testi scritti degli anni cinquanta e sessanta del novecento e la nuova versione o meglio il radicale rifacimento elaborato con Isabella Chiari su una massa di testi enormemente maggiore (18 milioni di occorrenze), anche trascritti dal parlato, risalenti ai nostri anni dieci. In ogni lingua, non solo in italiano, le poche migliaia di vocaboli del vocabolario di base hanno una frequenza incomparabilmente maggiore delle parole anche comuni e sono così frequenti da coprire oltre il 90 per cento di ciò che diciamo, scriviamo, ascoltiamo. Nel vocabolario di base italiano del 1980 figuravano solo pochi anglismi, bar, film, sport, tennis, tram, whisky. Oggi si affolla invece un ben più folto manipolo. Elenco qui di seguito per ordine di uso decrescente anglismi ora entrati a far parte delle fasce d’alta frequenza:
- parole in gran parte già comuni, ma soltanto comuni intorno alla metà del novecento, salite ora di frequenza ed entrate quindi nelle fasce di più alto uso del vocabolario di base: ok e okay, design, copyright, software, designer, gay, sexy, hobby, band, share, killer, slogan, hobby, sexy, software, test, quiz, brand, designer, baby, bit, boss, box, detective, fax, fan, fiction, flash, global, gossip, home, jeans, killer, leader, link, live, look, marketing, menu, monitor, monitoring, network, news, offline, online, party, poker, pop, privacy, pub, pullman, record, rock, set, share, shopping, show, single, software, spot, stress, style, tag, team, top, tour, trend, weekend;
- parole nuove (rispetto alle precedenti) o non ancora comuni, entrate ora nel vocabolario fondamentale: email, euro “moneta”, web, internet, post, digitale “numerico, discreto”, cliccare.
Torneremo a presentare più diffusamente il nuovo vocabolario di base in questo Gran mare delle parole (già nel Dizionario online si è provveduto ad assegnare nuove etichette, nuove marche d’uso dei lemmi se variate rispetto al vecchio vocabolario di base). E si vedrà che l’accentuata frequenza di anglismi è certamente uno dei tratti in cui si sedimenta la storia linguistica italiana degli ultimi decenni.
A voler bandire l’uso degli anglismi dalle lingue del mondo e dall’italiano c’è lavoro, se non gloria, per tutti.
Io non ci sto!
Probabilmente una delle cose buone fatte dal Parlamento italiano è la normativa che regola l’elezione dei sindaci, affidata alla libera volontà dei cittadini. Quando l’operato dei sindaci è corretto, onesto, costruttivo ed ispirato al miglioramento delle condizioni delle città e dei paesi, questi vengono rieletti, in caso contrario se ne sceglie un altro.
Il sindaco può essere costretto a dimettersi o può essere esautorato solo quando vi siano a suo carico manifeste dimostrazioni di incapacità e di colpevolezza tali da costringere l’intervento della Magistratura, cui segue quello dello Stato che dopo averlo esautorato nomina al suo posto un commissario straordinario. Un sindaco può quindi cessare di essere tale solo per: dimissioni volontarie, intervento della magistratura o delle istituzioni, mancata rielezione da parte del popolo.
Non ho mai avuto alcuna particolare simpatia per i vari Masaniello (che in genere fanno una pessima fine) o per i potenti burattinai che si arrogano il diritto di giudicare se un sindaco possa o meno continuare a svolgere le proprie funzioni. Io quindi non ci sto, non concordo con il fatto che il barbuto Masaniello grillesco sia autorizzato a decidere se il sindaco Virginia Raggi debba o meno dimettersi. Questi sono compiti che spettano a lei stessa, alla magistratura, alle istituzioni e, soprattutto, al popolo romano che l’ha eletta.
È ora che il signor Grillo e la Casaleggio associati la smettano di assumersi compiti e funzioni non di loro competenza, è ora che gli insipidi bercianti membri del cosiddetto direttorio la smettano di ergersi a paladini della libertà e dell’onestà, senza averne le competenze, la capacità e la preparazione. Già è difficile amministrare una famiglia, difficilissimo amministrare un’impresa, immaginiamo quali siano le difficoltà nel voler amministrare una città importante o addirittura uno Stato. Occorrono anni ed anni di preparazione culturale, di capacità imprenditoriali, di onestà e di competenza morale e sociale. Chi senza godere di alcuna di queste caratteristiche se ne arroga il diritto o è un arrivista sfrenato o quanto meno un presuntuoso.
Se Virginia Raggi dovrà o meno dimettersi sarà lei stessa a sceglierlo o, se ve ne sarà il motivo, saranno le Istituzioni a poterlo fare senza l’intervento di alcun Mangiafuoco di Collodiana memoria.
Ho fatto un test
Che liberale sei?
Sei un Liberale Classico
Credi nel libero mercato e nella competizione, ma ritieni che lo Stato debba fare da arbitro. Sai che l’arbitro può essere talvolta corrotto, quindi non vuoi affidagli troppi poteri. Sei pragmatico e non ti piace fare troppa ideologia.
Ritieni che il liberalismo debba essere soprattutto un metodo e che ci si debba focalizzare sui singoli problemi. Hai idee precise, ma ami rimetterle in discussione. Diffidi di coloro che dicono di avere la libertà in tasca. Credi che, per essere liberali, si debba essere anche liberisti; ma pensi anche che essere liberisti non basti per essere considerati liberali: è condizione necessaria ma non sufficiente.
Sei un liberale vecchio stile. Se non indossi gli occhiali pince-nez alla Cavour è solo perché il tuo ottico non li vende più.
Lettura consigliata: Storia d’Europa nel secolo decimonono - Benedetto Croce

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