martedì 23 febbraio 2021

Supernova - di Roberto Bertoni

 Avevo deciso di non pubblicare altre anticipazioni del romanzo che sto scrivendo, ma oggi faccio un'eccezione perché, a mio modesto giudizio, questo capitolo merita e, soprattutto, si inserisce nel solco di un dibattito molto presente, in questi giorni, su tutti i media, compreso questo.

P.S. Sì, è lungo. Bisogna prendersi almeno un quarto d'ora per leggerlo.
SUPERNOVA
Aveva seguito quei ragazzi fin dall’inizio, fin da quando davano davvero l’impressione di essere una banda di sciamannati, un gruppo di sognatori ingenui, adoranti sotto al palco di un guitto con qualche buona intuizione e tanta, troppa demagogia. Era stato uno dei pochi a fermarsi ad ascoltare. Ed era tornato in redazione dando a molti colleghi il consiglio di non fermarsi a guardare l’istrione che si agitava e urlava a favor di telecamera ma di farsi un giro fra la folla che gremiva le piazze in cui andava in scena questo show, a metà fra lo spettacolo grottesco, la rivendicazione politica e lo sfogo tribunizio di un comico che sapeva rubare la scena meglio di chiunque altro.
Aveva ancora in mente la sufficienza con cui alcuni giovanotti di poche speranze e inusitata arroganza lo guardavano, ogni volta che raccomandava loro di non fermarsi in superficie ma di cercare i dettagli, le storie, gli argomenti delle persone che criticavano.
Una volta andato in pensione, aveva deciso di rinunciare a partecipare a determinate trasmissioni, in particolare quelle mattutine. Se lo poteva permettere e non aveva più alcuna voglia di perder tempo con la protervia di una serie di avanzi di discoteca che veniva lì con l’aria da “so tutto io” a impartirgli lezioni sul mondo e sull’uomo. Lui si poteva permettere di mandarli al diavolo, loro erano costretti a star lì a pavoneggiarsi e lustrare le scarpe del potere arrembante in auge in quella stagione, nella speranza di un avanzamento di carriera che altrimenti non sarebbe mai arrivato.
Provava tristezza nei confronti di quei giovanotti precocemente invecchiati, privi di esempi, di maestri e di punti di riferimento, privi di buone letture e dell’umiltà di ascoltare, intenti a coltivare unicamente il proprio ego e a fare la ruota a favor di telecamera, senza tuttavia essere quel vecchio mattatore che ancora alla sua età riusciva a monopolizzare l’attenzione di milioni di persone. Loro non erano nessuno e la storia li aveva già ampiamente inghiottiti e cancellati, eppure non si ponevano alcuna domanda. Andavano in televisione e sentenziavano, tornavano al giornale e sputavano veleno, aprivano i social e non ne parliamo proprio: in quell’universo parallelo sembravano dei bambini di tre-quattro anni, intenti a montarsi l’uno con l’altro fino a sparare fesserie talmente enormi da riuscire a squalificare l’intera categoria, benché gli autori di determinati deliri altro non fossero che dei personaggi in cerca d’autore, dei “manzoniani che tirano quattro paghe per il lesso”.
Aveva seguito quei ragazzi in movimento per oltre dieci anni. era stato ai loro incontri, si era fermato a parlare con la nascente militanza e si era reso conto che quel soggetto non spuntava fuori dal nulla. Aveva provato persino a raccontarlo al suo direttore, il quale non gli aveva potuto impedire di scriverlo ma, al momento opportuno, ne aveva approfittato per toglierselo dai piedi e sostituirlo con un perfetto esempio della nouvelle vague del giornalismo italiano. Al posto di un allievo di Biagi e Montanelli, un importante giornale italiano aveva preferito uno di quei quarantenni tutti social, cinguettii, smanie futuriste e arie da grand’uomo, uno che, con ogni probabilità, al massimo aveva letto qualche fumetto di terz’ordine e non l’aveva neanche capito, ma assai capace di comprendere la fase storica e di adattarvisi. Gli era stato affidato anche un inserto, che naturalmente aveva più pagine che lettori, talmente fatto male che persino gli inserzionisti si erano interrogati se valesse la pena continuarea mettervi le proprie pubblicità. Era stato allontanato? Ma neanche per sogno! Perché la meritocrazia, in certi ambienti, è quella cosa che si predica per gli altri ma non si applica mai a se stessi. Va bene per gli insegnanti, per i dipendenti pubblici, per i “fannulloni” dello Stato e del para-Stato e per chiunque si opponga ai tempi moderni e alla passione viscerale di un’élite in disarmo per tutto ciò che è compromesso al ribasso e ammucchiata selvaggia. Quando si tratta di valutare la qualità effettiva di un prodotto, comprese le vendite, all’improvviso il gioco funziona diversamente: si va avanti se si capisce da che parte tira il vento, altrimenti sono guai.
Il vecchio cronista, stanco di perder tempo con quella congrega, da qualche settimana aveva rinunciato anche alla collaborazione gratuita che aveva accettato per antica passionaccia. Si era aperto un blog e scriveva lì: i lettori certo non gli mancavano, i soldi neppure, e grazie a quella trovata aveva riassaporato il gusto antico del suo mestiere, quello che aveva cominciato a svolgere oltre mezzo secolo prima, quando tutti i baroni rampanti che ora impestavano i luoghi del potere non erano neanche in mente di Dio ed esistevano ancora dei galantuomini in grado di trasmettere sapere e tensione etica.
Vedeva il sogno di quei ragazzi andare in frantumi e gli tornavano in mente i loro volti, quel sabato a Bologna, un giorno ormai remoto ma significativo per il panorama politico italiano. Non li aveva mai votati ma si era guadagnato il loro rispetto e la loro stima, cosa rarissima per un giornalista, dato che, neanche del tutto a torto, quel mondo guardava all’informazione quasi con sdegno.
E così, una sera, immerso nel silenzio della sua casa romana, si mise al computer e vergò di getto un post che l’indomani si sarebbe divertito a condividere anche sui social.
Lo intitolò provocatoriamente “Supernova”.
Voi, ragazzi miei, non avete sbagliato idea: avete sbagliato secolo. Oddio, anche sulle idee ci sarebbe un po’ da discutere ma non è questo il punto. Voi avete predicato una rivoluzione impossibile in un Paese vecchio e imbolsito come il nostro, in cui l’età media supera i quaranta e i giovani se ne vanno perché qui ormai fanno carriera unicamente gli zerbini e i lustrascarpe, peraltro senza possedere neanche la dignità dei vecchi sciuscià che, quanto meno, ci mettevano l’anima e lo facevano perché si usciva da una guerra sostanzialmente perduta.
Voi avete sparato tante fesserie e i vostri capi di più. Avete predicato una rivoluzione impossibile e, per giunta, inattuabile nelle forme, nei toni e nei modi che avevate indicato all’inizio. Avete provato ad assaltare il Palazzo d’Inverno ma non avevate alle spalle un Lenin, avete sempre rifiutato il concetto stesso di ideologia e non vi siete mai premurati di mettere in piedi una struttura adeguata al compito che vi eravate prefissati. Eppure vi ho seguito. Non vi ho mai votato perché io non sono uno di voi. Io sono un vecchio barbogio, uno di quei dinosauri di cui giustamente avete auspicato l’estinzione e che nulla possono avere in comune con una forza dinamica come quella che voi incarnate. Vi ho seguito se non altro per antico spirito di contrapposizione, memore del bastian contrario sessantottino che sono stato, prima di imborghesirmi e recarmi a lavorare alla corte dei padroni che avrei voluto distruggere da ragazzo. A voi è capitato lo stesso, involontariamente avete seguito una parabola simile alla mia, anche se diversi sono stati i tempi e le forme. Anche voi eravate partiti per cambiare tutto e poi vi siete resi conto, strada facendo, di quanto sia forte il sistema, che inevitabilmente ha cambiato voi. Ciò detto, non credo affatto che non sia cambiato a sua volta: in parte in meglio, in parte in peggio. L’odio, la violenza, i toni urlati, gli eccessi: quella è tutta roba che c’era già; voi, al massimo, l’avete acuita ma non vi si può certo considerare i responsabili della barbarizzazione di ciò che già era barbaro di suo né della profanazione di alcun tempio. Diciamo che sono stati altri a introdurre, almeno dalle mie parti, modi e comportamenti che non c’erano mai stati prima del loro avvento.
Voi siete stati la speranza di una generazione che nessuno aveva saputo ascoltare, che aveva manifestato invano per anni, alla quale i vecchi citrulli come me non hanno lasciato che debiti e conti da pagare senza i soldi per farlo, alla quale la politica non ha fornito risposte e sui quali l’informazione ha spalato letame per anni. Lasciate perdere chi dice che state implodendo ed esplodendo come una Supernova per via delle vostre esagerazione e dei vostri tabù oggettivamente cretini. Voi state collassando non perché il sistema ha vinto ma perché ha perso, e voi ormai ne siete parte. Voi siete il Titanic che si spezza in due e le scialuppe non bastano per tutti. Siete la folla impazzita che corre da tutte le parti mentre uno come me recita la parte dell’orchestrale che suona il violino rassegnato alla propria fine. Voi state crollando perché vi siete illusi, ragazzi miei. Vedete, i futuristi d’antan, con tutti i loro limiti e difetti, comprese poesie orrende e versi oggettivamente stronzi, ebbero successo perché quella che usciva dalla guerra e si lanciava verso l’abisso del fascismo era comunque una società giovane e dinamica. Non che sia andata bene neanche a loro, tutt’altro, ma quella era una società affamata di futuro, ansiosa di lasciarsi alle spalle il vecchio per gettarsi fra le braccia del nuovo. Peccato che il nuovo si chiamasse Mussolini e le conseguenze di quella scelta siano note. Quella in cui avete combattuto voi è una società che di novità non ne ha alcuna voglia; al massimo, si tuffa fra le braccia di qualche finto rivoluzionario, con molti slogan, poche idee ma confuse e la boria e la supponenza necessarie per farsi strada al giorno d’oggi. Quando va bene, abbraccia qualche tecnico venuto a miracol mostrare e destinato, tempo dodici mesi o poco più, a tornarsene sulla collina o a coltivare il suo orticello, come tutti i cincinnati senza truppe che, per quanto capaci, qualcuno illude che in una democrazia si possa governare senza avere consenso. Beh, mi spiace per loro ma il consenso è necessario finanche per i dittatori, figuriamoci in una parvenza di democrazia qual è la nostra!
Voi avete sbagliato anche narrazione: avete sempre detto che tutto era superato, che le ideologie erano morte, che erano morte le appartenenze e che esistevano unicamente le cose giuste e quelle sbagliate, il tutto a vostro insindacabile giudizio. In poche parole, avete rinunciato ad avere una visione del mondo, salvo che l’ideologia, per la matrice greca del termine, altro non è che il discorso su una visione e che senza di essa tutto il resto viene meno.
Un’ideologia opposta alla vostra c’era e c’è tuttora: quella del profitto, del denaro e del darwinismo sociale. Al diavolo i morti, i deboli, i poveri! Viva l’industria senza regole, l’evasione fiscale, il profitto a ogni costo! Via le tasse, gli inutili orpelli e, se necessario, anche i corpi intermedi e le istituzioni, che tanto una e una sola è la direzione da seguire! Vedete come vi toccate? Anche loro dicono la stessa cosa, solo che hanno in mente una direzione esattamente opposta alla vostra. Anche loro si dicono post-ideologici ma non lo sono affatto, solo che suona bene. E poi hanno le bocche di fuoco necessarie per supportare le proprie idee, voi no e non vi siete mai preoccupati di dotarvi di un luogo che non fosse un blog o una pagina social per dire la vostra.
Voi avete provato a includere escludendo, a governare avendo paura del potere, a cambiare senza lasciarvi cambiare, ad attraversare le diverse fasi storiche e il necessario percorso di crescita e maturazione pretendendo di rimanere sempre gli stessi, fino a quando le innumerevoli contraddizioni che si erano stratificate negli anni non hanno condotto la montagna di non detti su cui si basava il vostro stare insieme a franare tutta insieme.
Non avete saputo fare i conti con questa società statica e sfiduciata, attratta dagli uomini della provvidenza proprio come un secolo fa ma non più disposta, grazie a Dio, a compiere marce su Roma, e non per questo meno fascista o meno incline a tentazioni autoritarie. Diciamo che questa è una società che chiede l’uomo forte ma vuole che le entri in casa, non ha voglia di partecipare ad alcunché. Chiede garanzie che nessuno le può dare, certezze che non stanno né in cielo né in terra, è spaventata a morte e non sa da che parte andare, e non saranno certo i sapienti che ogni tanto spuntano come funghi a indicarle la via.
Voi avevate detto che la partecipazione è indispensabile, ma poi vi siete chiusi in voi stessi, nei vostri riti tribali, nei vostri dogmi in contrasto gli uni con gli altri, e siete affondati non tanto perché gli avversari hanno vinto ma perché hanno drammaticamente perso, e la loro frana si è tirata giù anche il vostro desiderio di combattere non si sa più per cosa.
Un tempo teorizzavate una società nella quale nessuno fosse lasciato indietro: bene, anzi benissimo. Ci avete provato ma poi l’iceberg pandemia vi ha messo di fronte al fatto che nessuno può farcela da solo, che non si possono spostare le montagne solo col pensiero e che per cambiare davvero lo stato delle cose è necessario lottare insieme agli altri, e voi comincio a pensare che siate ontologicamente incapaci di farlo, di stare con il prossimo, di uscire da voi stessi e dalla vostra comfort zone fatta di parole assolute e toni ultimativi.
Eppure, nonostante tutto, vi ringrazio. Vi ringrazio per esserci stati in questi anni, per avermi insegnato qualcosa che non sapevo, per avermi restituito qualche sprazzo di passione politica, a me e al mio cuore ormai straziato da troppi insuccessi, per esservi incazzati spesso a ragion, per aver strillato e persino per aver ecceduto nel casino in Aula, perché ogni tanto anche quello è stato necessario. Vi ringrazio perché avete comunque lottato senza che nessuno, o quasi, vi supportasse e di questo ve ne va dato atto.
Gli stessi che preconizzavano la morte già dieci anni fa adesso gioiranno, lasciateli fare. Come sosteneva il principe de Ligne, “non hanno abbastanza intelligenza per capire quanta gliene manchi”. Non hanno capito che voi non siete mai stati la soluzione ma l’indicatore di un problema, la cartina al tornasole del nostro e del loro disastro esistenziale. Non hanno mai capito chi siate e da dove veniate, anche perché dubito che sappiano chi siano e da dove vengano loro. Non hanno mai capito nulla di nulla, e non potrebbe essere altrimenti.
Lasciateli in preda ai loro deliri cinguettanti, lasciate che si compiacciano l’uno con l’altro come quei vecchi lord inglesi che preferivano affondare con in bocca il sigaro, sorseggiando il proprio whisky vestiti con tuba e marsina piuttosto che confondersi con la plebe. Lasciate che i padreterni terminino la loro predicazione: non farà danni, si perderà, come molte cose di quest’epoca, in un oceano di parole inutili. Una cosa, però, promettetemela, anche se non sono nessuno, almeno per voi: riguardate una foto di com’eravate quando avete iniziato e dite a voi stessi che ne valeva comunque la pena. Sì, ne è valsa la pena di incontrarvi e di stare insieme a voi, anche se da osservatore sospettoso, talvolta da avversario, il più delle volte incredulo e qualche volta persino felice di lasciarmi travolgere da un fremito di autentica follia. Ne è valsa la pena, e lo scrivo ora che il viaggio si è concluso.
Inutile dire che l’indomani il post fu un trionfo.

Roberto Bertoni

sabato 30 gennaio 2021

Irène Némirovsky. L'odissea di una scrittrice inghiottita dalla Shoah - di Maria Cristina Serra, da Parigi, 27 gennaio 2011,

 Il riconoscimento postumo di una grande scrittrice, dimenticata per oltre 50 anni, da parte della comunità ebraica, oltre che dal mondo culturale ufficiale, dopo il successo nel 2004 di Suite francese. La vita, le opere, i segreti familiari e del suo stile, che coniuga la tradizione del grande romanzo russo con quello francese, esposti in un'affascinate mostra al Mémorial della Shoah di Parigi

Ci sono libri che racchiudono ogni aspetto dello spirito umano e scritture così limpide e immediate che sanno prenderci per mano e guidarci a riflettere sul significato della vita. Appena entriamo nel Mémorial de la Shoah di Parigi, che ospita fino all'8 marzo, l'esposizione su Irène Némirovsky, l'occhio cade immediatamente sulle pagine dei manoscritti dei suoi romanzi e, mentre proviamo a leggere quella scrittura a caratteri minuti, serrata, interrotta da cancellature, vergata con un inchiostro blu chiaro, avvertiamo la sensazione che il sottile diaframma che solitamente congela il tempo e le parole sulla carta, fra chi scrive e chi legge, si vada dissolvendo. E' facile allora entrare nell'intimità dell'autrice di Suite francese, David Golder, I cani e i lupi, Due, Il colore del sangue, L'affare Kurilov, Jezabel, che ad appena 26 anni era già una scrittrice all'apice del successo nella Francia tra gli anni Venti e Trenta, e nella vita di una donna che riassume in sé la storia e le tragedie del Ventesimo secolo.
Dall'infanzia dorata in Russia (era nata a Kiev nel 1903 da una ricca famiglia della borghesia finanziaria ebraica), alla fuga precipitosa e avventurosa attraverso l'Europa, in seguito alla rivoluzione sovietica dell'Ottobre 1917, per arrivare in Francia nel 1919, "terra d'accoglienza", cosmopolita, dove ritrova una patria, un'identità, nell'illusoria certezza dell'appartenenza a pieno titolo alla cultura del paese ospitante (una laurea con lode alla Sorbona e la pubblicazione dei primi racconti non ancora ventenne); fino alla richiesta di una cittadinanza francese, sempre negata, e alle discriminazioni subite durante il regime collaborazionista di Vichy, con il tragico epilogo della sua deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz, il 17 luglio del 1942, dove morì un mese dopo l'internamento, il 19 agosto, a soli 39 anni.
Per un tempo che sembra non trascorrere mai, girovaghiamo emozionate nelle due sale che ospitano la mostra, collegate da un corridoio che diffonde la voce cristallina, sicura, spezzata da infantili risate della Némirovsky, registrate in un'intervista radiofonica a metà degli anni Trenta. Ci sembra di conoscerla, di essere state accolte nell'intimità della sua casa, di sentirla come un'amica ideale, che ci ha regalato pagine e pagine che, come il "vascello veloce" di Emily Dickinson, ci ha condotte "in terre lontane...".
Le foto di Irene tappezzano le pareti. Lei bambina, adolescente, con i genitori (il padre banchiere, distratto dagli affari, la madre gelida, odiata, interessata solo a gioielli e amanti), ventenne ragazza della buona società, in vacanza al mare, giovane sposa di Michel Epstein (che condivise fino alla fine il suo tragico destino), con le due figlie, con il gatto Kissou; e poi le ultime istantanee, al momento dell'arresto e nel campo di "prima prigionia" a Pithiviers. I suoi taccuini di lavoro ci svelano i suoi segreti, la costruzione dei suoi romanzi e dei racconti. Buttava giù la trama e poi riempiva interi quaderni con la biografia completa dei suoi personaggi, il loro aspetto dettagliato, la voce, il comportamento, l'educazione, le fasi della vita; li vediamo come sono, li sentiamo, li conosciamo, come se fossero dei personaggi che si muovono su di un palcoscenico.
"Una volta fatto ciò", spiega Irene, "comincio a scrivere in una minuta informe il romanzo vero e proprio, e nel contempo le riflessioni che esso mi suggerisce; poi lascio riposare... quindi, il tutto sembra organizzarsi, costruirsi da sé. ". Lei la definiva "la vita anteriore al romanzo". Ma la preoccupazione dominante di ogni storia è sempre la stessa, non una preoccupazione morale, ma... della simpatia umana, lo sforzo di capire gli animi".
Non c'è mai sentimentalismo nella sua scrittura, essenziale, lineare, secca, cruda, a volte ironica, disincantata, spietata anche nel tratteggiare le passioni e le debolezze, le ipocrisie e i cinismo, che spesso fanno da sfondo alle sue narrazioni. C'è il ritmo veloce e diretto di una sceneggiatura e di un conseguente montaggio cinematografico. E la straordinaria capacità di introspezioni e di analisi, che le fa mettere a fuoco impietosamente lo spazio interiore dei suoi protagonisti, ci insegna a riconoscere "come accade a volte nel buio e nel silenzio, certi pensieri che il tumulto del giorno impediva di cogliere e di riconoscere in modo cosciente", ad avere il coraggio di accettarli e di chiamarli con il loro nome.
E' il danaro, come metafora dell'orgoglio, il tema dominante di David Golder, lo spietato finanziere ebreo che ne accumula e spende come fosse un giocatore d'azzardo, senza pietà per sé e per gli altri, che consuma il suo destino circondato da parassiti, parvenu, e dall'avidità di una moglie e di una figlia, prive di sentimenti. Solo davanti alla morte, come un povero ebreo spaventato, ritroverà un lampo di autenticità. Il successo del romanzo si trasferì subito anche nel cinema, che riadattò la storia e riempì le sale, così come avvenne un anno dopo con l'altro romanzo, Il ballo. La Némirovsky entrò così nell'olimpo, ma si tirò addosso l'accidia e le critiche della comunità ebraica. Manifesti e locandine d'epoca sono tra i documenti esposti, come anche le recensioni sui quotidiani dell'epoca.
La Russia, lasciata alle spalle, torna come scenario nell'incantevole racconto Come le mosche d'autunno del '31, pieno di nostalgia per un mondo perduto, visto attraverso il vissuto della vecchia governante Tatiana Ivanovna, che in 50 anni ha cresciuto tre generazioni della famiglia Karin, e conosciuto l'impero zarista e la rivoluzione sovietica. In I cani e i lupi del '40, la fuga dalle radici jiddish, a seguito dei pogrom, di Ada (uno straordinario ritratto di donna) e della sua composita famiglia, di ricchi banchieri e di miseri bottegai, verso la "terra promessa", la Francia, diventa una caccia famelica fra cani e lupi, di volta in volta buoni e cattivi, di invidie tra ebrei, di perenne marginalità e separazione, quelli ricchi e quelli relegati nei ghetti, di chi spera nell'ascesa sociale e di chi teme di ricadere in basso: " tra gli ebrei tutto avveniva in modo brusco e improvviso. Fortuna e disgrazia", scrive Irène, "si abbattevano su di loro come un fulmine sul gregge", creando un'altalena di inquietudine e di speranze.
Emblematica è la figura di Kurilov, scritto nel '32, terribile ministro dello zar Alessandro III°, il "pescecane alto, massiccio, dallo sguardo immobile", che il giovane studente rivoluzionario Lev M., a sua volta orfano di terroristi russi, cresciuto dal partito, "dai polsi sottili con il germe della tubercolosi", deve uccidere, anche quando ne scoprirà l'aspetto umano e le debolezze.
Nella Némirovsky il lucido realismo non può mai essere offuscato da un falsato concetto di pietà. La mostra di Parigi ha il grande pregio di offrire una guida completa delle opere e del valore artistico della scrittrice (circa una dozzina di romanzi, un incredibile numero di racconti pubblicati dalle più importanti riviste di quegli anni, quattro sceneggiature per film), con la complessità del suo pensiero, ancora molto da studiare e con l'attualità del suo messaggio, lucido e analitico sugli avvenimenti storici, che l'hanno vista protagonista.
Mai schiava di opportunismi né di convenzioni, decisa a non schierarsi politicamente, estranea alla tradizione spirituale ebraica, concede nel luglio del '35 , in un'atmosfera sociale già carica d'insofferenza antisemita, un'intervista a "L'Univers israelite", nella quale si dichiara orgogliosa delle sue radici.
Irene, allora, si sente ancora protetta dall'appartenenza alla sua classe sociale e dalla consapevolezza che l'universo letterario, cui lei fa parte, non le avrebbe mai chiesto documenti di appartenenza a religioni, nazionalità, etnie, né tanto meno l'avrebbe sottoposta a censure o emarginazioni. Eppure già nel 1933, con l'ascesa al potere di Hitler, aveva confidato profeticamente in una sua lettera: "amica mia, fra un po' saremo tutti morti". Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nel settembre del '39, Irene ha già preso insieme al marito la decisione di non espatriare: troppo doloroso per la seconda volta sradicare le proprie radici!
Nel tentativo di mettere in salvo le due figlie, consapevole del precipitare degli eventi, pragmatica come sempre, si fa battezzare con loro, mai piegandosi al collaborazionismo. Fino alla fine rivendicherà con dignità il suo diritto alla nazionalità francese, di cui si sentiva legittimata.
In una bacheca, alla fine dell'esposizione, accanto al manoscritto di Suite francese, l'opera incompiuta, pubblicata dopo 60 anni, come un simbolo della Memoria, osserviamo la famosa valigetta in cuoio marrone che lo conteneva e che le figlie, ancora bambine, portarono in salvo. Fra il 1941 e il '42, esiliate ad Issy - l'Eveque, Irene, che ormai porta sul petto la stella gialla, scrive freneticamente le prime due parti della grande saga (ispirata al capolavoro di Tolstoj, Guerra e pace): "Temporale di giugno" e "Dolce". La sua ambizione è scrivere un libro di mille pagine dal ritmo perfetto in cui le diverse parti si colleghino fra loro come "varietà e armonia". Parallelamente, compila i suoi quaderni di riflessioni. Il romanzo quasi si compenetra con gli eventi drammatici della sua vita. C'è disincanto, rabbia, disprezzo, stupore, dolore per la devastazione morale che sta perpetuando il collaborazionismo. E' consapevole che sta scrivendo per i posteri e di essere "come in una zattera in mezzo ad un oceano di foglie putride, inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate sotto di me". Ma la scrittura le tiene il cervello occupato, cerca di mantenere la testa fredda e poi osserva: "Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l'onore e la vita... Aspettiamo".
Come una corale, Suite francese intreccia vicende individuali e collettive in presa diretta della fuga dei parigini sotto l'avanzare delle truppe tedesche e fa esplodere i sentimenti dei vari protagonisti. "L'essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre", scrive Irene, "o i grandi rivolgimenti per constatarlo". E nello scenario devastante della convivenza forzata fra gli occupanti e gli sfollati nel paesino di Bussy, l'impossibile storia d'amore fra la borghese Lucile, il cui marito è al fronte, e il raffinato ufficiale tedesco, serve a lei, profonda conoscitrice dell'animo umano, per farci comprendere l'amara verità che: "E' la guerra che rende tutto colpevole".

martedì 26 gennaio 2021

Lino Guanciale: “Il mio Ricciardi apre una finestra su una Napoli inedita”

 Tratto da -napolitoday.it - Lino Guanciale: “Il mio Ricciardi apre una finestra su una Napoli inedita”

Lino Guanciale: “Il mio Ricciardi apre una finestra su una Napoli inedita”
Foto di Anna Camerlingo

Qualsiasi cosa tocchi Lino Guanciale si trasforma in oro. Tutte le serie che interpreta fanno il boom di ascolti, l’ultimo esempio è proprio di quest’anno con la stagione conclusiva, almeno per lui, de L’Allieva. Riempie i teatri riuscendo nella missione di portarci i ragazzi, in genere, un po' più refrattari.

Che piaccia al pubblico, soprattutto a quello femminile, è noto ma il vero successo di Guanciale sta nel saper bilanciare la sua carriera con ruoli pop, sempre scelti con sapienza e attenzione, e con ruoli drammatici, a volte anche aulici, in spettacoli teatrali altamente impegnati. In entrambi i casi si approccia con molta umiltà e grande impegno.

Da questa sera sarà di nuovo in tv con la prima delle sei puntate de Il Commissario Ricciardi, tratto dal famosissimo ciclo di romanzi scritti da Maurizio de Giovanni e dirette da Alessandro D’Alatri.

Il Commissario Ricciardi è il ruolo che probabilmente sintetizza la cifra della sua carriera in una produzione di sicuro successo. Un personaggio letterario estremamente popolare e che lui incarna non tradendo l’indole tormentata di Ricciardi. Infatti, chi conosce i romanzi e successivamente i fumetti della Bonelli, sarà contento di vedere in carne e ossa Luigi Alfredo Ricciardi, ritrovando nell'interpretazione fatta da Guanciale le caratteristiche che lo hanno fatto amare fin dalle prime pagine.

Lo stesso Lino Guanciale è rimasto conquistato da Ricciardi rassegnato a una vita solitaria dove non ci può essere un reale futuro. I suoi chiaroscuri lo hanno affascinato da quando era solo un semplice lettore di quell'uomo sui generis per la Napoli degli anni ’30, un barone ricco di famiglia, che decide di infischiarsi del titolo e beni di famiglia per fare il commissario di Polizia di Napoli. Una capacità investigativa fuori dal comune, basata sulla comprensione della vita e delle passioni umane e su una profonda empatia con la sua strana "dote" sconosciuta a tutti: vedere l’ultimo istante delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. Una maledizione che lo ha costretto a chiudere le porte all'amore. Vive una vita solitaria dove gli unici rapporti che si concede sono con la sua amata Tata Rosa (Nunzia Schiano), il suo fido e abile braccio destro, il brigadiere Raffaele Maione (Antonio Milo) e il dottor Modo (Enrico Ianniello), medico legale dalle idee antifasciste. Finché non incontra Enrica e Livia, due donne che volente o nolente lo portano a un’apertura. “Via via c’è una progressiva apertura al mondo che fa leva sull'amore” spiega Guanciale.

Quando lo incontriamo in collegamento ZOOM in occasione dell’attività stampa è come sempre affabile. Sorridente, al contrario del suo Ricciardi che raramente concede un sorriso.

Intervista a Lino Guanciale

Lino, Ricciardi è un personaggio fatto di poche parole ma di sguardi malinconici (lui guarda tanto), di mimica facciale che rivela il suo universo interiore, e anche di gestualità. Diciamolo, è un personaggio da teatro. Quanto ha aiutato la tua lunga carriera teatrale nella costruzione del personaggio e anche a entrarci?

Assolutamente sì, in lui c’è tanto teatro. Con D’Alatri abbiamo cercato tra le pagine dei romanzi i tratti distintivi su cui costruire la versione visiva del personaggio. Ricciardi è un grande flâneur, nel senso che è un uomo abituato ad attraversare tutto da una certa distanza ma senza perdere alcun dettaglio degli altri esseri umani in un periodo storico complesso. Questo è un processo che generalmente un attore dovrebbe acquistare pari pari, per approcciare al mestiere mettendosi nei panni degli altri, osservandoli cercando di comprenderli empaticamente anche sospendendo il suo giudizio. Tutte cose che Ricciardi ha di suo e che fanno parte dell’imprinting teatrale che è quindi insito nel personaggio. Il background teatrale ha unito tutti noi partendo dal testo per non tradire la natura dei nostri personaggi, una cosa che si fa in genere in teatro. Di teatrale Ricciardi c’è proprio la sua visione del mondo. Metodologicamente, in genere, si costruisce partendo dalla lettera del testo che bisogna incarnare, trovando poi delle proprie soluzioni interpretative originali. In Ricciardi ho trovato un’assoluta sintonia del lavoro che in genere faccio in teatro”.

Il Commissario Ricciardi è affascinante anche per il suo dualismo e anche per gli ideali ai quali è aderente. È un personaggio letterario che ha subito conquistato. E’ probabile che questo grande successo sia anche dovuto al fatto che lui, come Maione, Modo ed Enrica siano personaggi tutti d’un pezzo rappresentando un’integrità tipica di un’altra epoca?

E’ molto evidente come, con infinita genuinità e autenticità, tutti questi personaggi approccino alle proprie relazioni più strette in un mondo che invece inizia a essere velocemente complesso. In questo, secondo me, sono figure molto attuali, soprattutto se pensiamo alla nostra dimensione odierna, costretta a ristringersi nelle formule più primarie e basiche dell’affettività e dello stare insieme, che normalmente ha poche regole facili, che oggi vengono negate. In quest’integrità affettiva c’è un grammo di modernità che troviamo nella scrittura”.

Tu come primo elemento di approccio sei partito dalla sua indole empatica presente fin dall'infanzia nonostante lo schermo che mette tra lui e il mondo e di conseguenza alla rassegnazione e al tormento che ha a causa del ‘fatto’. Ciuffo ribelle a parte, quali sarebbero potuti essere i limiti e la difficoltà che rischiavano di verificarsi nell’ incarnare un personaggio letterario così vivido nello spettatore grazie anche delle graphic novel che sono state realizzate?

Sicuramente Ricciardi è stata una scommessa per la sua popolarità. L’obiettivo è la resa dello spirito di un uomo tormentato dai suoi dolori e dal fardello del dono maledetto che si porta dietro proprio per dargli maggiore autenticità. Spero di esserci riuscito. Io sono entrato con massima umiltà nell’interpretazione di questo personaggio che mi ha affascinato prima ancora come lettore avendomi subito incuriosito quando, anni fa, divenne un caso letterario. Come lettore mi sono fatto dei teatrini immaginari sul suo mondo che mi hanno incantato. Quando mi è stato comunicato che ero stato scelto per interpretare questo bellissimo personaggio ho fatto subito leva sull'imprinting che avevo avuto partendo da quegli elementi di fascinazione che mi avevano colpito da lettore. Questo ha contribuito a restituire elementi di verginità al lavoro evitando di inciampare nel rischio di tradire la natura del testo e anche quello del personaggio. Inoltre, fondamentali sono stati anche i suggerimenti di Maurizio de Giovanni dandomi delle coordinate su come sia stato costruito il personaggio di Ricciardi”.

Parlavi di elementi di fascinazione. Tipo?

E’ difficile non innamorarsi di Ricciardi. La sua seduzione non è assolutamente intenzionale, anzi, lui si scherma dalla realtà e cerca una via di salvezza dal dolore che lo lacera. Una riflessione che io ho fatto per deformazione professionale basandomi anche dalla descrizione che de Giovanni fa di lui bambino, prima che lui scopra di possedere ‘il fatto’, è quella di un bambino gioioso, socievole, caratteristiche che non sono totalmente scomparse in lui. Si è messo poi una corazza che l’hanno fatto chiudere che va contro forse ai suoi reali istinti e desideri di apertura verso il mondo. E’ un empatico malgrado sé stesso. Poi va considerato anche il contesto storico in cui si muove Ricciardi: lui ha un potere paranormale in un’epoca che ha messo a dura prova l’umanità a causa dei regimi totalitari che influenzavano il pensiero della gente. Sono tutte cose che hanno aiutato e che per me sono stati importanti per aderire a questo personaggio partendo da questa piccola porticina”.

Quanto è stato importante avere una idea di regia chiara come quella data da D’Alatri?

Io ho avuto la fortuna di avere molti maestri e di avere avuto registi che sono stati dei padri loro malgrado, come Luca Ronconi, Franco Branciaroli e Massimo Popolizio. Ritengo, che l’incontro con Alessandro D’Alatri sia arrivato in un momento mio professionale in cui avevo bisogno di una guida come quella di Alessandro. Avevo proprio la necessità di avere un confronto vivo come ho avuto con lui: molto discutendo, molto condividendo e molto costruendo l’immaginario comune sui personaggi e le situazioni con le nostre divertenti chiacchierate, è stato poi capace di prendere da me da tutti gli attori ciò che più giusto. Lo ringrazio tantissimo perché è stata un’opportunità di crescita molto forte. Ho avvertito uno switch importante e credo che si avverta”.

Dopo le stagioni di Non dirlo al mio capo e il film I Peggiori, Il Commissario Ricciardi ti riporta a Napoli. Cosa avete cercato di restituire nella creazione complessa della Napoli degli anni ‘30?

Anche per questo ritengo un privilegio averlo interpretato perché è una sfida su più livelli. Una di queste è quella di aprire una finestra particolarissima su una Napoli inedita con il Fascismo in piena espansione; l'attitudine eterna, dei napoletani, il coraggio, di sopravvivere alle sfide imposte da certe situazioni. Una città diversa da quella che siamo soliti vedere rappresentata. Spesso sentiamo anche parlare a sproposito solo della Napoli violenta e criminale dimenticando la cultura, la musica, il teatro. Ricordiamoci che questa è l'unica città invasa ad essersi liberata da sola dall'occupazione nazista. Grazie al coraggio, allo spirito di iniziativa, di tanti, tra questi moltissime donne”.

I set sono aperti ma cinema e teatri restano chiusi. Penso che questo sia stato il primo anno che tu non sia andato in tournée. Come la stai vivendo?

Parafrasando il titolo della prima puntata, Il Senso del dolore, che andrà in onda stasera, mi viene da dire che è un dolore senza senso. I teatri e i cinema sono stati luoghi sicuri dal punto di vista del contagio, come hanno affermato molte statistiche. Si è scelto di chiuderli seguendo anche una logica comprensibile per evitare spostamenti serali al di fuori di quelli lavorativi. Si è anche disposti anche ad accettarlo per mettere al primo posto la salute di tutti noi. Quello che lamento è la mancanza di trasparenza. Ci sta che non si abbiano le idee chiare di fronte a un’emergenza che non ci si è mai trovati ad affrontare. Ma d’altra parte, sapere a quando sarebbe destinato il nostro ritorno, predisporrebbe coloro che fanno teatro a organizzarsi meglio sia praticamente sia alla necessità di prepararsi a questo ritorno che non può essere sistemato con ‘Ops, c’è stato un blackout, adesso siamo tornati quelli di prima. No, il teatro adesso si deve organizzare per raccontare il mondo che è cambiato. C’è bisogno di sapere che tipo di destino vogliamo dare a tutto questo. E poi c’è anche un’altra scoperta che è venuta fuori che invita a una riflessione d fare…”

Che riflessione?

Penso che gran parte dell’opinione diffusa sia quella che noi siamo quelli che fanno divertire, per cui ci si può anche fermare un attimo. Parte della responsabilità di quest’opinione che circola è nostra. Perché non ci siamo preoccupati abbastanza di raccontare una cosa che ancora oggi facciamo fatica a raccontare. Per esempio, chiedi a un’artista perché è necessario il suo lavoro, pochi riescono a essere efficaci e precisi, perché non ci siamo mai trovati nella situazione di doverci difendere. Partivamo dall'idea che il nostro lavoro fosse riconosciuto come utile, e oggi abbiamo scoperto che non è esattamente così. A questo punto noi dobbiamo essere i primi a capire perché siamo utili, che scopo ha il mestiere che facciamo”.

Come suggerisce anche il tuo attuale look sei nel pieno delle riprese della nuova serie Sopravvissuti.

Sì, gireremo fino alla primavera tra Roma e Genova. E’ un thriller, che ruota attorno alla storia di un naufragio: i protagonisti sono dispersi e creduti morti e dopo un anno tornano a casa con bel po' di segreti. E’ la storia del forte strappo tra coloro che restano e quelli sopravvissuti al naufragio. Il cast è internazionale e a dirigere c’è Carmine Elia, il regista de La Porta Rossa, altro punto di riferimento sul set con cui ormai ho avuto la fortuna di aprire un sodalizio artistico”.

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Lino Guanciale: “Il mio Ricciardi apre una finestra su una Napoli inedita”

Antonia Fiorenzano










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domenica 24 gennaio 2021

Pierino. di Giovanni Pascoli.

 

Questa poesia è poco conosciuta e se ne trovano anche versioni monche o leggermente differenti. Per me resta un poema dolcissimo e struggente. Lo so, Pascoli è stato considerato un decadente e ormai si studia sempre meno. Io mi auguro che questa nostra epoca, così gretta, meschina e materialistica, possa sperare di trovare molti “decadenti” come Pascoli.

Il bimbo nacque e la mamma morì.
La morte nel suo cammino
com’è distratta a volte
dimenticò di prendere il bambino.
Un anno dopo il padre
riprese moglie, e il bimbo
aveva il torto d’esserci.
Un buon vecchio il piccino
accettò ch’era di troppo.
Chiusi gli occhi
tenea nella sua culla
e la boccuccia mezza
aperta al sonno,
il vecchio in braccio
si recò quel nulla
caldo, e divenne padre;
Era suo nonno.
Quando si resta soli al mondo,
un po’ di più, che c’è di meglio a fare
ch’esser mite e buono?
Essere quello che, via, via che passa
gente ne spera il piccioletto dono?
Quello che gente picchia alla sua porta
ed ei s’affaccia col pio capo bianco?
Quello che prende su ciò che ha lasciato
di sè la madre morta?
Quello che al bimbo che ricerca il petto
di mamma e annaspa con le sue manine,
porta la capra che lascia il capretto
sopra le balze alpine?
Dunque Pierino nacque,
fu povero orfanello, ebbe gli occhioni
di cielo con del latte il riflesso, e poi, bel bello
quel solitario balbettio sommesso
che par la boschereccia d’un uccello:
fu l’angelo ch’è l’uomo
avanti d’esser uomo: ed il suo nonno
lo contemplava al mo’ che si contempla
un cielo che si dora:
e quel tramonto amava quell’aurora.
Il nonno lo portò nella sua casa
antica e grande in mezzo a un gran giardino.
Oh! quanto verde! Intorno, c’erano peri e meli
un tremolar di steli,
frulli di foglie e d’ale
un gridio di cicale
nel greve mezzogiorno,
e poi tra lusco e brusco
i pigolii sommessi dei nidi sui cipressi
e cinguettii di polle,
e lo sdrucciolo molle
dell’acqua in mezzo al musco;
era per l’angioletto un paradiso
quell’antico giardino!
Al Paradiso s’avvezzò Pierino.
Sua balia era una capra,
suo fratello di latte era un capretto
e il caprettino adesso già faceva
le sue corse ed i suoi balzi
e l’omettino anch’esso
volle incignare i suoi piedini scalzi
e fece il primo passo
e fatto il primo volle farne un altro…
un altro, un’altro.
E via col capo avanti
e con le braccia avanti,
trempellando, nuotando, vacillando
fra le tremule mani del buon avo,
che gli era intorno e gli dicea:
“Vieni, oh! non ti tengo più…
là… là… là… bravo
Oh! bei giorni sereni
com’erano contenti!
S’udian due risatine a quando a quando
ch’eran tutte e due la gentil cosa
ch’erano tutte e due color di rosa
senza biancor di denti.
Egli era il re, suo nonno
era il suo servo: “Babbo aspetta!”
il nonno aspettava
“No vieni” egli veniva
“Ridi” rideva
“Canta” cantava.
O Famigliuola
fra i nidi e l’ombre,
sola, sola, sola.
L’uno, due anni, e l’altro sugli ottanta
l’uno diceva le ultime parole,
l’altro le prime
ed erano le stesse.
Diceva il nonno al bimbo le più care
le meglio che sapesse per farlo compitare
Dicea: “Pierino, core del mio core”
e lui: “Pielino, cole del mio cole”.
Li benediva il sole.
E suo padre? Suo padre
Vivea con l’altra moglie: e nella casa
Intanto era un novello essere entrato:
a Pierino era nato
un fratello, e vagìa nella sua culla,
Pierino non sapeva
E non vedeva nulla;
avea suo nonno, e molto era beato.
Altro per lui non c’era.
E suo nonno, una sera,
morì… non se ne accorse
Pierino; non capì. Spesso suo nonno
Gli avea detto: “Pierino,
presto, domani forse,
morrò: questo tuo povero nonnino
che ti voleva tanto tanto bene,
non lo vedrai mai più…” Sì; ma Pierino
non lo capiva un sonno
che non ha un caffè e latte al suo mattino!
Un prete andava innanzi mormorando
Le sue preghiere. Verde era e fiorita
La campagna, odoravan le siepi.
Alcuni vecchi raccogliean la voce
Del prete con un brontolio discorde.
Una vacca aggiaccata sopra un greppo
Li guardò coi suoi grandi occhi materni.
Dietro l’umile cassa era il piccino.
Si giunse al camposanto solitario
Cinto d’una marèa verde di felci,
senza cipressi, senza monumenti,
pieno solo di croci e di fiorranci.
S’entrava da un cancello, che la notte
Si chiudeva. Alle verdi aste di legno
S’attorcigliava un’edera. Pierino
(perché mai?) si fermò con gli occhi fissi
A riguardare il tremulo cancello.
Dopo due mesi…- “Brutto!
Sudicio! Sporco! Non si può guardare!
Via! Non lo voglio a tavola. Oh! Ecco
Io non lo reggo più! Mangia lui tutto!
Domani acqua e pan secco!
Lèvati, brutto! Vattene, cretino!
Nato male!” A chi parla ella…? A Pierino.
O povero Pierino!
Dopo portato il nonno al camposanto,
venne un uomo (suo padre) e una donna
con un bambino, l’altro. E quella donna
l’aborriva, e Pierino non capiva.
Ma pianse, e quanto! Quanto!
S’addormentava a sera
con gli occhi pieni zeppi del suo pianto;
li riapriva a giorno
con una meraviglia nera nera.
“O dov’è?” –non appena era veduto,
“che fai costì?” – gli si diceva, ed esso
a poco a poco s’appartò nell’ombra:
Era come una culla
Che si affonda nell’acqua a poco a poco.
Non rise più: gli presero i balocchi
Suoi, per darli a quell’altro. Non un giuoco
più: non parlava più: solo con gli occhi
grandi cercava intorno.
Il cocchino d’un tempo
diventò l’appestato, il maledetto.
Suo padre non vedeva: egli vedeva
con gli occhi della moglie!
Oh! Era stato un angioletto; ed ora?…
Gli si diceva: “Al diavolo…” La cosa
Però finiva in baci ed in carezze….
Oh! Non a lui – “Mio bottoncin di rosa!
mia gioia e luce! Vita mia! Cuor mio!
Io v’ho lassù rubato
Il più bello dei vostri angioli, o Dio!
Io porto il vostro paradiso in collo!”
Pierino in terra, muto, in un cantuccio,
si ricordava un po’…Quelle parole
Non gli eran nuove. Non piangeva. Il viso,
Lo smunto suo visino,
voltava in là. Guardava fiso fiso
all’uscio del giardino.
senza cipressi, senza monumenti,
Una sera…una sera
lo cercano: non c’era
più. Dov’era? D’inverno!
per una nottataccia orrida e buia!
La neve avea coperte
Le tracce dei suoi piedi. Ecco, e Pierino
Si ritrovò soltanto
Sul fare del mattino.
Qualcun nella nottata
avea creduto di sentir per aria
Una voce di pianto,
Una voce di vento solitaria:
“Papà! Papà! Papà!” Tutto il villaggio
Cercò di qua, cercò di là. Pierino
Era nel camposanto.
Egli era steso, freddo come pietra,
avanti quel cancello.
Com’era giunto per la gran pianura,
dentro la notte scura,
Sino all’entrata? Delle sue manine
Una toccava un’asta del cancello.
Avea voluto aprire.
Lì dentro era qualcuno che l’amava!
Avea chiamato tanto! Tanto! Tanto!
“Papà! Papà! Papà!”
Era caduto alfine,
rimpetto al camposanto.
Pierino s’era anch’esso addormentato
A quattro passi dal suo vecchio amico.
L’avea chiamato: il nonno
Non si destava: e allor gli pigliò sonno.

giovedì 31 dicembre 2020

A Claudia Alivernini con affetto e riconoscenza

 Ricordo, perchè li ho vissuti, i frettolosi risvegli notturni sotto il suono lugubre delle sirene, il rombo dei bombardieri, le fiamme in cielo dei razzi illuminanti che scendevano lenti appesi a dei paracadute, le fiamme in terra delle case che bruciavano. Il terrore delle persone in fuga, i cadaveri tra le macerie e... molto altro. Sì, andava male, erano altri tempi c'era la guerra e andava malissimo ma c'era anche la speranza, un desiderio di fratellanza e di mutuo soccorso, un sentirsi uniti da terribili eventi, ma oggi?... Oggi che stiamo per abbandonare un anno a sua volta terribile, e che mai come ora dovremmo sentirci solidali e affratellati mi cadono letteralmente le braccia e provo nausea, disgusto e schifo. No, non per le conseguenze del Covid19, non per l'insipienza dei governanti, non per le difficoltà che giornalmente dobbiamo affrontare, ma per la consapevolezza che siamo assediati da migliaia di esseri disgustosi e ignobili che odiano e offendono per il solo gusto di odiare e offendere, gente dalla mente putrida e bacata che è arrivata al punto di insultare e augurare la morte a quella dolce e timida infermiera alla quale l'ospedale Spallanzani ha chiesto di dare l'esempio e di essere tra le prime a vaccinarsi. Una fanciulla che sta trascorrendo i suoi giovani anni soccorrendo i malati gravi e rischiando la vita. Una che ha dovuto chiudere il suo profilo social per le minacce e gli insulti ricevuti per il solo fatto di essersi vaccinata, ed io, mai come oggi, mi vergogno mi essere italiano e di vivere in un paese nel quale, tramite internet, è riuscita a germinare e a diffondersi una feccia così fetida e immonda di odiatori e di striscianti esseri che sputano veleno e contaminano l'aria ancor peggio del peggior virus.

domenica 27 dicembre 2020

Addio, Mario Piga

Domenica mattina, manca un quarto d’ora alle otto. Nessun suono nell'aria; un tempo, un tempo molto lontano, dalla chiesa qui vicina giungeva il rintocco sonoro e accattivante delle campane. Poi le campane sono state ammutolite e il loro suono è stato simulato da un registratore che, mediante degli altoparlanti, diffonde dei rintocchi che con quelli vibranti e struggenti delle campane vere non hanno nulla in comune. Oggi anche l’altoparlante tace, la città è spettrale, silenziosa e vuota. L’aria è attraversata dal frullare delle ali di un gabbiano, anche i colombi, che un tempo volteggiavano a frotte, sono scomparsi. I piccioni temono come la peste questi gabbiani feroci e sanguinari che giungono fin qui dal mare in cerca di cibo. Non mi piacciono i gabbiani, sono eleganti con le loro grandi ali ma sono più crudeli e aggressivi dei falchi, e spesso gli altri uccelli diventano la loro preda.

Nelle strade deserte e vuote appare un camioncino bianco, un cancello si spalanca, il furgone si immette in un vialetto in discesa e si ferma all'interno di un cortile. Ne discendono due uomini con una tuta rossa, evidentemente si tratta di un mezzo del pronto soccorso e, in quel palazzo, qualche altra tragedia si sta consumando.

Il mio pensiero vola a una persona che non c’è più. Una persona che spesso compariva su questa pagina. Era un amico. Si, può sembrare strano perché a volte siamo stati in contrasto a causa delle sue espressioni spesso fin troppo irruente e sprezzanti nei confronti di certi avversari politici. Talvolta mi ha irritato, è vero, ma le sue invettive erano oneste e sincere, profondamente sentite ed espresse con vigore e senza malizia dal profondo dell’animo suo. L’ho capito, e anche se non ero d’accordo l’ho accettato. Era comunque un amico e gli amici si accettano anche se non condividiamo le loro idee che, comunque, hanno il sacrosanto diritto di esprimere. Che dire? L’ho accettato e me ne sono ritrovato amico al di là di quanto avessi potuto immaginare. E ora mi manca. Si, Mario, ora mi manchi e rimpiango le tue invettive contro certi... idioti. Invettive che ti uscivano dall'anima, un’anima onesta e sincera e quindi, anche solo per questo, apprezzabile. Spero solo che tu non abbia sofferto e che l’angelo nero ti abbia portato via in silenzio durante il sonno. Non sarà facile dimenticarti e non lo faremo. Io non lo farò. Addio, caro vecchio impetuoso e focoso amico, ci mancherai. Mi mancherai.

sabato 26 dicembre 2020

Coronavirus

 Apro gli occhi, un’occhiata al quadrante luminoso della radiosveglia mi fa sussultare: sono le 8:45! Strano. Di solito in questi ultimi giorni mi sveglio molto prima, e ricordo bene di essermi coricato verso le 23:30. È un’abitudine che ho preso da poco, di solito restavano sveglio fino alle tre o anche alle 4:00 del mattino e mi alzavo tardissimo, ma ora, dopo la cena e mentre guardo qualche spettacolo televisivo gli occhi mi si chiudono, mi ritrovo a sonnecchiare e preferisco coricarmi. La luce del giorno penetra attraverso gli scuri, mi alzo lentamente evitando movimenti bruschi alla mia schiena indolenzita e mi sciacquo velocemente il viso con l’acqua calda. Finalmente, dopo alcuni giorni di lavoro degli operai, la caldaia ha ripreso a funzionare! Inzuppo la spugna nell'acqua bollente e me la appoggio sugli occhi. Il calore mi fa bene e mi rischiava la vista. Mi metto faticosamente calzini, un gesto semplice che gli anni hanno reso difficile. Indosso un mio pesante e antiquato pigiama di flanella e una vestaglia di pile. Spalanco la porta finestra e apro gli scuri: una folata di vivificante aria fredda mi investe, respiro a pieni polmoni. Fuori, un’acquerugiola stanca continua a riversarsi da un cielo cupo e nuvoloso. Durante la notte ha piovuto molto, la temperatura è scesa e l’aria è gelida. Un colombo infreddolito svolazza e si posa su di un lampione. Sembra l’unico essere vivente ancora in giro. Le strade sono deserte, non si sente alcun suono e non si vede anima viva. Oggi è sabato, è il 26 dicembre di questo disastroso anno duemilaventi. La città è immobile, muta e silenziosa ricorda i paesaggi spettrali dei film di fantascienza dopo che qualche misterioso morbo ha sterminato l’umanità. Il morbo in effetti esiste, è quel dannato Coronavirus, detto anche Covid19 che da oltre un anno si sta diffondendo nel mondo intero e ci sta costringendo ad una vita asociale e sempre più squallida. Pare che uno dei tanti vaccini che l’umanità ha faticosamente e velocemente elaborato sia in arrivo. Considerata la scarsa organizzazione imperante, mi chiedo quanto tempo sarà necessario prima che la maggior parte di noi possa essere vaccinata: sei mesi? Un anno o forse due? Quanti morti e quanti disastri ci attendono ancora? Un tempo consideravo la vita con ottimismo, ora non più.

lunedì 16 novembre 2020

Potrebbe uno scrittore essere identificato solo dalla sua punteggiatura? di Rose Bazzoli - 27 luglio 2020

 

Sì. Una volta lessi un libro con dei periodi lunghissimi, pochi punti e un uso sapiente di virgole e punti e virgola. Si tratta di un libro di racconti di Marco Zucchini: "La vuelta al perro" ed. Gilgamesh. Bel libro. Il titolo vuol dire in pratica 'la passeggiata del cane', che è uno dei racconti. Mai visti dei periodi così lunghi, eppure ben scritti, nella letteratura contemporanea. Quelli che dicono che il punto e virgola è morto dovrebbero leggere questo libro. Lo stile lo riconoscerei subito e infatti, a distanza di anni, lo ricordo ancora, insieme a titolo e autore.

Un altro esempio di punteggiatura riconoscibilissima, o meglio, di assenza di punteggiatura, è quella nell'ultimo capitolo dell'Ulysses di James Joyce. È il famoso monologo di Molly Bloom, oltre quaranta pagine dove troviamo due soli segni di punteggiatura in otto lunghissime frasi nelle quali Molly comincia pensando a una richiesta che il marito le ha fatto il giorno prima, per passare poi a considerazioni sui propri amanti, su di sé, sugli altri personaggi del romanzo, in un flusso incessante di idee, ricordi e sensazioni che scorrono liberamente senza pause, proprio come fanno spesso i pensieri.

L'assenza di punteggiatura rende meravigliosamente lo stream of consciousness ed è una caratteristica specifica che ci fa subito riconoscere il brano di questo autore.

OK il flusso dei pensieri, ma c'è chi ha voluto riprodurre nello scritto lo stile concitato del parlato, omettendo o limitando al massimo la punteggiatura, come fa Buzzati nell'incipit di Sciopero dei telefoni:

«Da principio udii due donne che parlavano, caso strano, di vestiti. “Niente affatto io dico i patti erano chiari lei la gonna me la doveva consegnare giovedì e adesso siamo a lunedì sera le dico e la gonna non è ancora pronta e io sa che cosa faccio, cara la mia signora Broggi io la gonna gliela lascio e se la metta lei se le accomoda!”»

C'è chi si è chiesto se la punteggiatura di un autore, considerata nella sua nudità, possa rivelarsi così distinta da tutte le altre e l'ha estrapolata dal testo, creando alcune opere entrate oramai nel Canone. Il confronto fatto da Adam J. Calhoum tra una porzione senza testo di McCarthy e una di Faulkner, per esempio, fornisce il seguente risultato:

E cosa accade, convertendo i segni in colori? Le pagine di Faulkner (a destra) diventano così:

Ma guardate un estratto da un altra opera:

Si potrebbe ben dire che la punteggiatura "dia colore" al testo? No, perché qui il testo è stato del tutto eliminato ed è la punteggiatura a farla da padrona. Ma siamo più nel campo delle sperimentazioni artistiche, che letterarie, anche se taluni autori sono riusciti a fare uso di questa tecnica di punteggiatura libera dal testo.

Hemingway per esempio ha usato a volte le virgolette con all'interno uno spazio bianco, per rappresentare un dialogo silenzioso:

« »

« »

(lo spazio ovviamente dovrebbe essere più lungo)

Per restare all’impiego di segni di punteggiatura autonomi dal testo scritto, pensiamo anche ai fumetti, dove, interni o esterni al balloon, spesso giganteschi, hanno la funzione di visualizzare metaforicamente uno stato d’animo: uno o più punti esclamativi e interrogativi indicano convenzionalmente sorpresa (!!!) o dubbio, incertezza, incomprensione (??) o (!?).

In Baricco (City, Rizzoli, 2003) troviamo i puntini tra le virgolette, a indicare il dialogo silenzioso:

«E quindi la licenzio, signorina Shell».

«Prego?»

«Sono costretto a licenziarla, signorina».

«Sul serio?»

«Mi spiace».

«…»

«…»

«…»

«…»

Giuseppe Pontiggia, nel suo L’arte della fuga, conduce la possibilità del dialogo tra segni interpuntivi ad un livello d’elaborazione ulteriore, arrivando a riempire le battute del suo dialogo con segni matematici (un chiaro intento provocatorio):

«Chi è?» domandò dietro l’uscio l’ingegnere, asciugandosi il viso.

«(+) (+ -)».

«Ah, sei tu» disse l’ingegnere. Aprì la porta.

«Stavo uscendo» aggiunse. «Mi dispiace. Questa sera devo uscire».

«(° + - +)?»

«No. Con un’altra. È una commessa dell’UPIM».

«(& ∞ ! ’’’’ + ^ +) (- ^^) ?»

«Non ancora. Ma presto».

«(^ + -) = (^ + -)».

«Grazie».

A partire dagli anni Ottanta del Novecento, è il punto a regnare sovrano, con periodi brevissimi. In Baricco troviamo anche l'assenza dei segni grafici del discorso diretto, come in Questa storia (2005):

Non so.

È una sensazione.

Sì, forse.

È quella cosa lì.

Sì.

E adesso ripensa a Butford, Elizaveta.

Butford.

Sì.

Okay, lo sto pensando.

Cosa ti sembra?

Uno schifo.

Ecco.

Paolo Giordano, invece, ne La solitudine dei numeri primi fa totalmente a meno del punto e virgola, anche se non si può dire che questo segno abbia disertato del tutto la letteratura degli ultimi anni.

-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

Insomma, come la lingua è in continua evoluzione, così è la punteggiatura, anche se, a meno di essere già scrittori affermati, sarebbe meglio, per noi comuni mortali, attenersi alle regole generali imparate a scuola (fatta eccezione per certe "manie" delle maestre di un tempo, ma questa è un'altra storia).