Nel 1944 avevo nove anni. In quell'epoca gli adulti, o almeno i miei genitori, non ritenevano che un bambino dovesse essere messo a conoscenza dei vari fatti che riguardavano la famiglia, doveva solo eseguire gli ordini che gli venivano impartiti e basta. Chiedere spiegazioni era superfluo e poteva anche procurare l'arrivo di qualche ceffone. Si era nel pieno della guerra e, dopo otto tragici bombardamenti, eravamo da tempo sfollati da Padova a Galzignano, un piccolo paesino veneto nei pressi dei colli Euganei. Abitavamo nelle due stanzette che un contadino ci aveva messo malvolentieri a disposizione nella sua grande fattoria.
Che
quel bambino fosse l'unico ad aver imparato e saper parlare il complicato
dialetto locale era irrilevante. Così come era irrilevante che lo stesso
bambino fosse quello che veniva inviato nel centro del lontano paese per fare
la spesa, che fosse l'unico addetto a recuperare l'acqua dal pozzo mediante un
pesante secchio metallico appeso ad una catena, e che fosse in grado di porre
del legname su di un ceppo e spaccarlo in minuscoli pezzi mediante un'accetta.
Quel legname era necessario per accendere il fuoco nella piccola cucina
economica che serviva sia per preparare il cibo sia per riscaldare l'ambiente
nelle gelide giornate invernali spesso imbiancate da decine di centimetri di
neve.
Il
tempo passava, la guerra continuava e gli eventi precipitavano. La tragedia
italiana si avviava verso il suo tragico epilogo: il 14 settembre dell'anno
precedente, la radio di Roma aveva annunziato che Benito Mussolini,
imprigionato in un albergo sul Gran Sasso era stato liberato da un commando
tedesco e aveva ripreso la suprema direzione del fascismo in Italia. Il 23
settembre si costituiva, in Roma, il "Governo Fascista Repubblicano"
ossia la cosiddetta "Repubblica di Salò. L'11 gennaio del 1944, il genero
del duce, Galeazzo Ciano (figlio dell'ammiraglio Costanzo), insieme con altri
grandi nomi del fascismo monarchico: Gottardi, De Bono, Pareschi e Marinelli
era stato fucilato per tradimento. Il giorno quattro di quello stesso mese di
giugno 1944, Roma era stata liberata e nell'Italia del nord divampava la guerra
civile tra le brigate nere, composte in parte anche da ragazzi tra i 16 e i 18
anni, e le formazioni dei partigiani che, in quell'epoca, erano definite
"ribelli".
Io
ignoravo quei tragici avvenimenti di cui in mia presenza non si parlava mai.
Del resto non si parlava molto neanche di altre cose e giunse il giorno in cui i
miei genitori mi accennarono che per un certo periodo sarei dovuto andare a
vivere in un altro paese, a casa di un collega di mio padre anche lui sfollato
da Padova per sfuggire ai bombardamenti. Non sapevo per quale motivo dovessi
andar via da casa e nessuno si sognò di spiegarmelo. Immaginai che fosse una
specie di punizione, perché spesso la minaccia preferita dai miei era quella di
mandarmi in collegio, Tra l'altro, in quegli anni i miei rapporti con i
genitori erano cupi e burrascosi. Solo in seguito appresi che mia madre,
incinta di quasi otto mesi, stava per essere ricoverata in una clinica, nella
cittadina di Este, dove di lì a poco sarebbe nato il mio primo fratello.
Non
ricordo con precisione come e quando io e mio padre partimmo, forse nell’ultima
decade di giugno. Il viaggio fu molto lungo e disagiato, ricordo solo il
momento dell'incontro di un ragazzetto malmesso e cencioso con la bella moglie,
bionda e gentile, del collega amico di mio padre: la signora Svea.
Oh
la signora Svea... Alta, snella, con il volto illuminato da un sorriso
dolcissimo e radioso, com'era bella la signora Svea! Quando giunsi alla
fattoria dove la sua famiglia era sfollata, fu lei ad aprire la porta, ed io
rimasi colpito dai suoi capelli biondi, dal suo sorriso, dalla sua figura
armoniosa.
Era quasi la fine di un mese molto caldo e afoso, la grande casa colonica ove
la signora Svea Rampazzo aveva trovato rifugio con il marito ed i figli, mi
sembrò immensa. Si ergeva, quasi isolata, in aperta campagna all'estrema
periferia di Maserà. un minuscolo paese veneto, che oggi so aver dato i natali
a Giorgio Perlasca, un commerciante che, simulando di essere un console
generale spagnolo, riuscì a salvare alcune migliaia di ebrei dalla persecuzione
nazifascista.
Quel primo giorno del
mio arrivo fu ricco di novità: gradevolissimo l'incontro con la mia sorridente
ed affascinante ospite, esitante e diffidente quello con i suoi figli Anita e Maurizio, due ragazzetti quasi miei coetanei
che, gelosi
della propria madre, vedevano in me uno sconosciuto intruso e che anche in seguito avrebbero
avuto nei miei confronti una malcelata diffidente ostilità.
Il pranzo e la cena
furono squisiti: riso cotto nel latte. In quel momento mi piacque moltissimo.
Mi piacque meno nei trenta o quaranta giorni successivi, durante i quali fu la
dieta prevalente e quasi costante. Ero troppo piccolo per rendermi pienamente
conto delle enormi difficoltà che vi erano, anche in quella sperduta zona di
campagna, per procurarsi dei generi commestibili che erano severamente
razionati dalle "tessere annonarie" e spesso introvabili, come
l'olio, lo zucchero e persino il sale.
Il ricordo di quel
periodo è dominato dal sole, dal caldo e dallo spazio. La grande fattoria nella
quale abitavamo, insieme con i contadini che n'erano i proprietari, era
circondata solo da alberi, prati e campi che si estendevano fino all'orizzonte.
Vicino alla nostra vi era solo un'altra casa colonica, forse ancora più grande,
distante qualche decina di metri. Era la proprietà di un altro agricoltore:
Angelo Bossetti.
Io ero felice, avevo
molta libertà di movimento e non c’erano più i numerosi impegni che dovevo
svolgere a Galzignano. Spesso mi allontanavo e arrivavo fino al torrente Melezzo, un fiumiciattolo cupo e limaccioso che
scorreva lento, profondamente incassato tra due sponde scoscese. Portavo
talvolta con me la mia "cassaforte", una scatola di metallo che
conteneva i miei tesori: diverse monete di pochi centesimi con l'effigie del Re
e del Duce, dei bottoni, alcune palline di terracotta, una piccola roncola
arrugginita e delle lamette usate, provenienti dal rasoio di sicurezza di mio
padre o trovate per terra. Con queste ultime ero solito rifinire dei rametti a
forma di "Y" con i quali mi costruivo delle fionde utilizzando, dopo
averle tagliate a strisce, vecchie e rattoppate camere d'aria per biciclette.
Un giorno la mia
lametta scivolò sul legno duro e penetrò profondamente, forse fino all'osso,
nell'indice della mia mano sinistra. Il sangue sgorgava copioso, ma non me ne
preoccupai eccessivamente. Ero abituato ai graffi, ai tagli ed alle cadute.
Avvolsi la ferita, curando di riaccostarne i lembi, con delle foglie che tenni
ferme con dei vinchi strappati alla sponda del fiume. Com'era mia consuetudine
non parlai dell'incidente ad alcuno e nessuno se n'avvide, ma per decine d'anni
avrei portato su di me il segno di quella cicatrice.
Anita e Maurizio dormivano
in una piccola cameretta, lo spazio non era sufficiente per accogliere un altro
letto e quindi il mio era stato posto nella grande camera al secondo piano dei
coniugi Rampazzo, ai piedi del letto matrimoniale. Era consuetudine della
signora Svea che i figli, ed io con loro, andassero a riposare dopo aver
pranzato. Era un'abitudine difficile da accettare perché ero talmente pieno
d'energia e di voglia di correre ed esplorare che, naturalmente, non avevo un
briciolo di sonno. Restavo quindi a lungo supino, con gli occhi sbarrati. Il
sole battendo sulle lastre di pietra che ricoprivano l'aia riverberava fasci di
luce sul soffitto dopo essere passato attraverso le fessure delle pesanti
imposte di legno della finestra che era di fronte al mio letto. Quelle strisce
di luce si muovevano e cambiavano forma quando i contadini passavano nel
cortile. Era per me uno svago osservare quei cambiamenti, quelle ombre in moto
come in una lanterna magica, mentre alle mie orecchie arrivava il chiocciare
delle galline ed il frinire ossessivo delle cicale che mi facevano cadere in
una stuporosa sonnolenza.
Dopo pochi giorni dal
mio arrivo presi a grattarmi furiosamente la testa, seguito ben presto dai
piccoli Maurizio ed Anita. Mi fu detto, con mia vergogna, che avevo portato tra
loro i pidocchi, ma la mia ospite sorrise e mi disse di non preoccuparmi, erano
cose che potevano spesso accadere. Per diversi giorni la signora Svea frizionò
a lungo la testa di noi bambini con del liquido, forse del petrolio. Subito
dopo ci avvolgeva il capo con degli asciugamani, enormi turbanti che dovevamo
portare per tutto il giorno. In quel periodo uscivo prevalentemente verso sera,
quando il buio prendeva il sopravvento e l'aria era meno calda. Talvolta,
addentrandomi tra gli alberi, era quasi una foresta, scorgevo decine di faville
luminose che danzavano contro il mantello della notte. Erano lucciole e con
l'innocente crudeltà dell'infanzia mi divertivo a catturare al volo quei poveri
insetti e li sfregavo tra le dita che, per qualche tempo, emanavano una flebile
fantomatica fosforescenza verdastra.
La crudeltà,
d'altronde, fa parte della vita. Avevo già notato alcuni polli, più grandi e
grossi degli altri, che talvolta gonfiato il petto e rizzate le piume
slanciavano il capo verso il cielo emettendo un roco e stonato chicchiriaménto.
Le contadine più anziane allora ridacchiavano tra loro e commentavano: "I
se ricorda de quand' i gera gai" (Si ricordano di quando erano galli).
Era di queste donne il compito di trasformare i poveri galletti in capponi.
Munite di ago e filo e dotate di piccoli coltelli affilati, le donne sedevano
su basse sedie impagliate in un angolo dell'aia e, tenendo ben stretti i
giovani polli, con poche veloci ed abili mosse li privavano della loro virilità
e dopo averli ricuciti li rimettevano in libertà. Con qualche flebile suono,
quasi un gorgoglìo, le povere bestie muovevano qualche passo incerto e
traballante, poi, come se nulla fosse successo, riprendevano a muovere a scatti
la loro ottusa testolina e a becchettare il terreno in cerca di cibo e di
insetti.
Nella masseria, che si trovava a qualche decina di metri dalla
nostra, abitava un fascista sui quarant’anni. Alto e robusto camminava
impettito senza dare confidenza a nessuno e si diceva che fosse una persona molto
importante, forse un gerarca. Svolgeva la sua attività nel centro di Maserà, e
nella fattoria dei nostri vicini aveva solo una camera ove si ritirava per
dormire. Non ricordo con esattezza il suo nome: Bonetti o forse Benetti. Ricordo
di averlo visto in pochissime occasioni, forse due o tre volte; era sempre in
divisa, con la pistola nella fondina del cinturone. Quando passava i contadini
si toglievano il cappello e chinavano il capo con riverenza. Ogni mattina si metteva
in cammino all'alba, si recava alla Casa del Fascio, distante forse un paio di
chilometri, e ne tornava talvolta a notte fonda.
Una sera, a cena, ascoltai alcune frasi concitate che
sussurrava la signora Svea al marito. Nel tardo pomeriggio del giorno
precedente dei partigiani si erano nascosti tra gli alberi lungo la stradina
che costeggiando il torrente Melezzo portava da Maserà alla fattoria; avevano atteso
a lungo in agguato che arrivasse il fascista e non appena l’avevano intravisto
gli avevano sparato contro alcuni colpi di fucile. Era l’imbrunire e questi,
rimasto fortunosamente illeso, con un balzo si era precipitato a ripararsi sotto
la sponda del fiume, e da quella trincea aveva tratto la pistola rispondendo al
fuoco e mettendo in fuga gli assalitori.
Non avevo mai visto la
signora Svea, solitamente gaia e sorridente, così nervosa e preoccupata.
Evidentemente temeva per la vita del marito che usciva prestissimo tutte le
mattine per recarsi in banca a Padova, ove lavorava, e tornava sul tardi quando
era ormai sopraggiunta l'oscurità.
Passarono alcuni caldi, assolati giorni. I contadini delle due
masserie, lavorando a lungo con la falce, avevano già mietuto il grano nei
campi e ora ne spargevano i covoni sull'aia ricoprendola con uno spesso strato
odoroso e dorato. Non appena il sole rovente rese le spighe calde e asciutte,
iniziò la trebbiatura che veniva effettuata a mano. Tutti, uomini e donne,
impugnavano il correggiato: un lungo bastone alla cui estremità era collegato
con una cinghia di cuoio un bastone più corto e pesante. Con grande perizia il
correggiato era fatto roteare in aria e la mazza più corta si abbatteva con un
tonfo sordo sul grano, separando la granella dalla pula. Nei giorni successivi quel
mare di frumento veniva in gran parte separato dalla paglia con rastrelli e
forconi, poi lo si raccoglieva con delle pale e si versava in enormi setacci
rotondi per separare il residuo cascame dai chicchi di grano che raccolti in
alcuni sacchi, erano trasportati a spalla nel granaio.
Il granaio era un
grande locale situato nell'immenso sottotetto della masseria. Qui era ammassato
il frumento nell'attesa di essere portato al mulino e qui ricordo di aver
giocato, di nascosto, con gli altri ragazzi della fattoria, nuotando e
ruzzolando in quel mare odoroso, dorato e morbido, dal quale, talvolta,
spuntavano gli occhietti vispi di un topolino campagnolo.
Una notte mi svegliai di colpo, destato da un lieve fruscìo,
la signora Svea, che forse aveva udito un rumore di passi, si era alzata dal
letto in camicia da notte e la sua figuretta si stagliava, illuminata dalla
luna, contro la finestra aperta. L’ammirai estatico in silenzio: le forme del
suo corpo trasparivano attraverso quel tessuto leggerissimo. Era la prima volta
che avevo l’occasione di ammirare la bellezza del corpo di una donna e provai
fortissimo un colpo al cuore insieme con il desiderio di abbracciarla e di
percepire il suo calore. Fu solo un attimo anche se a me sembrò lunghissimo. Il
silenzio fu rotto da un leggero vociare proveniente dal piazzale sottostante
mentre la signora Svea con un sussulto di sorpresa si affacciava ancor più
dalla finestra. Poco dopo emise un grido sottile di stupore e di paura, quasi
un lamento. Numerose ombre scure e minacciose, col fucile in spalla, stavano
attraversando il piazzale sottostante. Ricordo un turbinio d'avvenimenti: il
balzo veloce del marito che, gettatosi dal letto, si slanciava su di lei
gettandola a terra nel momento in cui il fascio di luce di una torcia elettrica
proveniente dal cortile la illuminava. Pochi attimi dopo, con uno scoppiettare
secco, alcuni proiettili si conficcarono nella cornice della finestra e nel
soffitto. Poi rumori per tutta la casa. Il fattore ed i suoi familiari, destati
anch'essi dal sonno, stavano sprangando e barricando porte e finestre al
pianterreno mentre alcuni di loro si precipitavano al piano superiore e anche
nella nostra stanza per controllare la situazione dalle finestre.
Per tutta la notte, fino alle prime luci dell'alba, risuonò il
richiamo del fattore verso l'abitazione del suo vicino: "Angeiii... Bossettooo...",
ma nessuno rispondeva. Quando il sole illuminò il paesaggio e si fu sicuri che
in giro non vi era più nessuno, il contadino e i suoi parenti imbracciarono
forconi e fucili da caccia e si recarono circospetti verso la vicina masseria.
Angelo Bossetto e tutti gli abitanti della casa furono trovati vivi ma legati e
imbavagliati. I partigiani (ma erano veramente partigiani o facevano parte di
alcune accozzaglie di sbandati che in quegli anni vagavano per le campagne?)
erano penetrati durante la notte forse allo scopo di catturare o uccidere il
repubblichino Bonetti, ma ancora una volta erano rimasti delusi. Per uno strano
scherzo del destino il fascista, in quell'occasione, aveva pernottato altrove.
Amareggiati, gli assalitori si erano dovuti accontentare di rubacchiare un po'
di denaro, cibo, coperte, lenzuola e posate.
Poi tutto riprese come prima. I giorni trascorrevano lenti,
caldi, assolati, lunghissimi. È straordinario quanto sia lunga una giornata
quando si è fanciulli e come sia breve quando si è vecchi… Cercai più volte di
fare amicizia con i figli della signora Svea, e forse Anita sembrò in qualche
occasione disponibile, ma il fratello provvide subito a strattonarla e
allontanarla da me. Non me ne preoccupai eccessivamente, c’erano altri
ragazzetti con cui giocare e c’era la libertà di andare ovunque, di aggirarmi
nei campi, di arrampicarmi sugli alberi, di curiosare in giro in quel mondo
sconosciuto sempre confortato dal sorriso e dall’affetto materno di quella bella
dolce signora che mi aveva ospitato.
Verso la fine di luglio ricomparve improvvisamente mio padre. Non
appena lo vidi mi impensierii, che cosa era successo? avevo fatto qualcosa di
sbagliato? Ormai da tempo la sua presenza mi preoccupava e quando compariva
c’era spesso qualche schiaffone in arrivo, ma questa volta sorrideva e appresi
che era venuto temporaneamente a prendermi perché pochi giorni prima, il 21
luglio, era nato il mio primo fratello e mia madre voleva farmelo conoscere. Dopo
quasi dieci anni non ero più figlio unico.
Iniziò un viaggio lungo e tortuoso, ricordo vagamente lunghi
percorsi a piedi e un assolato tragitto su di una corriera stracolma di
gente. Giungemmo infine ad Este, era la
piccola città, distante qualche decina di chilometri da Padova, in cui mia
madre era stata ricoverata in una clinica e ove aveva partorito. Era giunto il
momento di conoscere il nuovo arrivato. Salimmo alcune scale, tra un via vai di
infermieri frettolosi, ed entrammo in una stanza, c’erano due letti, in uno
riposava una signora sconosciuta, nell’altro vidi mia madre, pallida e
dimagrita. Mio padre era raggiante, cosa che mi stupì moltissimo, infatti molti
anni dopo confessò che solo allora, e per la prima volta, aveva provato
l’emozione e la gioia della paternità. In quell’occasione mi prese per un
braccio e mi fece vedere il mio nuovo fratello, un neonato che dormiva nella
sua culletta vicino al letto di mia madre. Era piccolo, paonazzo e grinzoso. Lo
trovai orrendo, ma balbettai diplomaticamente: "Com'è bellino".
Fuori, nel frattempo, ululavano da lontano le sirene che
preannunziavano stancamente l'ennesimo allarme aereo. Ci trattenemmo forse
un’ora, poi il viaggio riprese e tornai a Maserà dalla signora Svea per i pochi
giorni necessari a mia madre per ristabilirsi e per lasciare la clinica.
Infine, dato un addio al riso cotto nel latte, e un ultimo triste affettuoso abbraccio
alla mia ospite, fui ricondotto nel paesino di Galzignano, tra i colli. Quella
breve parentesi serena e avventurosa era terminata.
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