lunedì 30 ottobre 2023

La signora Svea.

Nel 1944 avevo nove anni. In quell'epoca gli adulti, o almeno i miei genitori, non ritenevano che un bambino dovesse essere messo a conoscenza dei vari fatti che riguardavano la famiglia, doveva solo eseguire gli ordini che gli venivano impartiti e basta. Chiedere spiegazioni era superfluo e poteva anche procurare l'arrivo di qualche ceffone. Si era nel pieno della guerra e, dopo otto tragici bombardamenti, eravamo da tempo sfollati da Padova a Galzignano, un piccolo paesino veneto nei pressi dei colli Euganei. Abitavamo nelle due stanzette che un contadino ci aveva messo malvolentieri a disposizione nella sua grande fattoria.

Che quel bambino fosse l'unico ad aver imparato e saper parlare il complicato dialetto locale era irrilevante. Così come era irrilevante che lo stesso bambino fosse quello che veniva inviato nel centro del lontano paese per fare la spesa, che fosse l'unico addetto a recuperare l'acqua dal pozzo mediante un pesante secchio metallico appeso ad una catena, e che fosse in grado di porre del legname su di un ceppo e spaccarlo in minuscoli pezzi mediante un'accetta. Quel legname era necessario per accendere il fuoco nella piccola cucina economica che serviva sia per preparare il cibo sia per riscaldare l'ambiente nelle gelide giornate invernali spesso imbiancate da decine di centimetri di neve.

Il tempo passava, la guerra continuava e gli eventi precipitavano. La tragedia italiana si avviava verso il suo tragico epilogo: il 14 settembre dell'anno precedente, la radio di Roma aveva annunziato che Benito Mussolini, imprigionato in un albergo sul Gran Sasso era stato liberato da un commando tedesco e aveva ripreso la suprema direzione del fascismo in Italia. Il 23 settembre si costituiva, in Roma, il "Governo Fascista Repubblicano" ossia la cosiddetta "Repubblica di Salò. L'11 gennaio del 1944, il genero del duce, Galeazzo Ciano (figlio dell'ammiraglio Costanzo), insieme con altri grandi nomi del fascismo monarchico: Gottardi, De Bono, Pareschi e Marinelli era stato fucilato per tradimento. Il giorno quattro di quello stesso mese di giugno 1944, Roma era stata liberata e nell'Italia del nord divampava la guerra civile tra le brigate nere, composte in parte anche da ragazzi tra i 16 e i 18 anni, e le formazioni dei partigiani che, in quell'epoca, erano definite "ribelli".

Io ignoravo quei tragici avvenimenti di cui in mia presenza non si parlava mai. Del resto non si parlava molto neanche di altre cose e giunse il giorno in cui i miei genitori mi accennarono che per un certo periodo sarei dovuto andare a vivere in un altro paese, a casa di un collega di mio padre anche lui sfollato da Padova per sfuggire ai bombardamenti. Non sapevo per quale motivo dovessi andar via da casa e nessuno si sognò di spiegarmelo. Immaginai che fosse una specie di punizione, perché spesso la minaccia preferita dai miei era quella di mandarmi in collegio, Tra l'altro, in quegli anni i miei rapporti con i genitori erano cupi e burrascosi. Solo in seguito appresi che mia madre, incinta di quasi otto mesi, stava per essere ricoverata in una clinica, nella cittadina di Este, dove di lì a poco sarebbe nato il mio primo fratello.

Non ricordo con precisione come e quando io e mio padre partimmo, forse nell’ultima decade di giugno. Il viaggio fu molto lungo e disagiato, ricordo solo il momento dell'incontro di un ragazzetto malmesso e cencioso con la bella moglie, bionda e gentile, del collega amico di mio padre: la signora Svea.

Oh la signora Svea... Alta, snella, con il volto illuminato da un sorriso dolcissimo e radioso, com'era bella la signora Svea! Quando giunsi alla fattoria dove la sua famiglia era sfollata, fu lei ad aprire la porta, ed io rimasi colpito dai suoi capelli biondi, dal suo sorriso, dalla sua figura armoniosa.
Era quasi la fine di un mese molto caldo e afoso, la grande casa colonica ove la signora Svea Rampazzo aveva trovato rifugio con il marito ed i figli, mi sembrò immensa. Si ergeva, quasi isolata, in aperta campagna all'estrema periferia di Maserà. un minuscolo paese veneto, che oggi so aver dato i natali a Giorgio Perlasca, un commerciante che, simulando di essere un console generale spagnolo, riuscì a salvare alcune migliaia di ebrei dalla persecuzione nazifascista.

Quel primo giorno del mio arrivo fu ricco di novità: gradevolissimo l'incontro con la mia sorridente ed affascinante ospite, esitante e diffidente quello con i suoi figli Anita e Maurizio, due ragazzetti quasi miei coetanei che, gelosi della propria madre, vedevano in me uno sconosciuto intruso e che anche in seguito avrebbero avuto nei miei confronti una malcelata diffidente ostilità.

Il pranzo e la cena furono squisiti: riso cotto nel latte. In quel momento mi piacque moltissimo. Mi piacque meno nei trenta o quaranta giorni successivi, durante i quali fu la dieta prevalente e quasi costante. Ero troppo piccolo per rendermi pienamente conto delle enormi difficoltà che vi erano, anche in quella sperduta zona di campagna, per procurarsi dei generi commestibili che erano severamente razionati dalle "tessere annonarie" e spesso introvabili, come l'olio, lo zucchero e persino il sale.

Il ricordo di quel periodo è dominato dal sole, dal caldo e dallo spazio. La grande fattoria nella quale abitavamo, insieme con i contadini che n'erano i proprietari, era circondata solo da alberi, prati e campi che si estendevano fino all'orizzonte. Vicino alla nostra vi era solo un'altra casa colonica, forse ancora più grande, distante qualche decina di metri. Era la proprietà di un altro agricoltore: Angelo Bossetti.

Io ero felice, avevo molta libertà di movimento e non c’erano più i numerosi impegni che dovevo svolgere a Galzignano. Spesso mi allontanavo e arrivavo fino al torrente Melezzo, un fiumiciattolo cupo e limaccioso che scorreva lento, profondamente incassato tra due sponde scoscese. Portavo talvolta con me la mia "cassaforte", una scatola di metallo che conteneva i miei tesori: diverse monete di pochi centesimi con l'effigie del Re e del Duce, dei bottoni, alcune palline di terracotta, una piccola roncola arrugginita e delle lamette usate, provenienti dal rasoio di sicurezza di mio padre o trovate per terra. Con queste ultime ero solito rifinire dei rametti a forma di "Y" con i quali mi costruivo delle fionde utilizzando, dopo averle tagliate a strisce, vecchie e rattoppate camere d'aria per biciclette.

Un giorno la mia lametta scivolò sul legno duro e penetrò profondamente, forse fino all'osso, nell'indice della mia mano sinistra. Il sangue sgorgava copioso, ma non me ne preoccupai eccessivamente. Ero abituato ai graffi, ai tagli ed alle cadute. Avvolsi la ferita, curando di riaccostarne i lembi, con delle foglie che tenni ferme con dei vinchi strappati alla sponda del fiume. Com'era mia consuetudine non parlai dell'incidente ad alcuno e nessuno se n'avvide, ma per decine d'anni avrei portato su di me il segno di quella cicatrice.

Anita e Maurizio dormivano in una piccola cameretta, lo spazio non era sufficiente per accogliere un altro letto e quindi il mio era stato posto nella grande camera al secondo piano dei coniugi Rampazzo, ai piedi del letto matrimoniale. Era consuetudine della signora Svea che i figli, ed io con loro, andassero a riposare dopo aver pranzato. Era un'abitudine difficile da accettare perché ero talmente pieno d'energia e di voglia di correre ed esplorare che, naturalmente, non avevo un briciolo di sonno. Restavo quindi a lungo supino, con gli occhi sbarrati. Il sole battendo sulle lastre di pietra che ricoprivano l'aia riverberava fasci di luce sul soffitto dopo essere passato attraverso le fessure delle pesanti imposte di legno della finestra che era di fronte al mio letto. Quelle strisce di luce si muovevano e cambiavano forma quando i contadini passavano nel cortile. Era per me uno svago osservare quei cambiamenti, quelle ombre in moto come in una lanterna magica, mentre alle mie orecchie arrivava il chiocciare delle galline ed il frinire ossessivo delle cicale che mi facevano cadere in una stuporosa sonnolenza.

Dopo pochi giorni dal mio arrivo presi a grattarmi furiosamente la testa, seguito ben presto dai piccoli Maurizio ed Anita. Mi fu detto, con mia vergogna, che avevo portato tra loro i pidocchi, ma la mia ospite sorrise e mi disse di non preoccuparmi, erano cose che potevano spesso accadere. Per diversi giorni la signora Svea frizionò a lungo la testa di noi bambini con del liquido, forse del petrolio. Subito dopo ci avvolgeva il capo con degli asciugamani, enormi turbanti che dovevamo portare per tutto il giorno. In quel periodo uscivo prevalentemente verso sera, quando il buio prendeva il sopravvento e l'aria era meno calda. Talvolta, addentrandomi tra gli alberi, era quasi una foresta, scorgevo decine di faville luminose che danzavano contro il mantello della notte. Erano lucciole e con l'innocente crudeltà dell'infanzia mi divertivo a catturare al volo quei poveri insetti e li sfregavo tra le dita che, per qualche tempo, emanavano una flebile fantomatica fosforescenza verdastra.

La crudeltà, d'altronde, fa parte della vita. Avevo già notato alcuni polli, più grandi e grossi degli altri, che talvolta gonfiato il petto e rizzate le piume slanciavano il capo verso il cielo emettendo un roco e stonato chicchiriaménto. Le contadine più anziane allora ridacchiavano tra loro e commentavano: "I se ricorda de quand' i gera gai" (Si ricordano di quando erano galli). Era di queste donne il compito di trasformare i poveri galletti in capponi. Munite di ago e filo e dotate di piccoli coltelli affilati, le donne sedevano su basse sedie impagliate in un angolo dell'aia e, tenendo ben stretti i giovani polli, con poche veloci ed abili mosse li privavano della loro virilità e dopo averli ricuciti li rimettevano in libertà. Con qualche flebile suono, quasi un gorgoglìo, le povere bestie muovevano qualche passo incerto e traballante, poi, come se nulla fosse successo, riprendevano a muovere a scatti la loro ottusa testolina e a becchettare il terreno in cerca di cibo e di insetti.

Nella masseria, che si trovava a qualche decina di metri dalla nostra, abitava un fascista sui quarant’anni. Alto e robusto camminava impettito senza dare confidenza a nessuno e si diceva che fosse una persona molto importante, forse un gerarca. Svolgeva la sua attività nel centro di Maserà, e nella fattoria dei nostri vicini aveva solo una camera ove si ritirava per dormire. Non ricordo con esattezza il suo nome: Bonetti o forse Benetti. Ricordo di averlo visto in pochissime occasioni, forse due o tre volte; era sempre in divisa, con la pistola nella fondina del cinturone. Quando passava i contadini si toglievano il cappello e chinavano il capo con riverenza. Ogni mattina si metteva in cammino all'alba, si recava alla Casa del Fascio, distante forse un paio di chilometri, e ne tornava talvolta a notte fonda.

Una sera, a cena, ascoltai alcune frasi concitate che sussurrava la signora Svea al marito. Nel tardo pomeriggio del giorno precedente dei partigiani si erano nascosti tra gli alberi lungo la stradina che costeggiando il torrente Melezzo portava da Maserà alla fattoria; avevano atteso a lungo in agguato che arrivasse il fascista e non appena l’avevano intravisto gli avevano sparato contro alcuni colpi di fucile. Era l’imbrunire e questi, rimasto fortunosamente illeso, con un balzo si era precipitato a ripararsi sotto la sponda del fiume, e da quella trincea aveva tratto la pistola rispondendo al fuoco e mettendo in fuga gli assalitori.

 Non avevo mai visto la signora Svea, solitamente gaia e sorridente, così nervosa e preoccupata. Evidentemente temeva per la vita del marito che usciva prestissimo tutte le mattine per recarsi in banca a Padova, ove lavorava, e tornava sul tardi quando era ormai sopraggiunta l'oscurità.

Passarono alcuni caldi, assolati giorni. I contadini delle due masserie, lavorando a lungo con la falce, avevano già mietuto il grano nei campi e ora ne spargevano i covoni sull'aia ricoprendola con uno spesso strato odoroso e dorato. Non appena il sole rovente rese le spighe calde e asciutte, iniziò la trebbiatura che veniva effettuata a mano. Tutti, uomini e donne, impugnavano il correggiato: un lungo bastone alla cui estremità era collegato con una cinghia di cuoio un bastone più corto e pesante. Con grande perizia il correggiato era fatto roteare in aria e la mazza più corta si abbatteva con un tonfo sordo sul grano, separando la granella dalla pula. Nei giorni successivi quel mare di frumento veniva in gran parte separato dalla paglia con rastrelli e forconi, poi lo si raccoglieva con delle pale e si versava in enormi setacci rotondi per separare il residuo cascame dai chicchi di grano che raccolti in alcuni sacchi, erano trasportati a spalla nel granaio.

  Il granaio era un grande locale situato nell'immenso sottotetto della masseria. Qui era ammassato il frumento nell'attesa di essere portato al mulino e qui ricordo di aver giocato, di nascosto, con gli altri ragazzi della fattoria, nuotando e ruzzolando in quel mare odoroso, dorato e morbido, dal quale, talvolta, spuntavano gli occhietti vispi di un topolino campagnolo.

Una notte mi svegliai di colpo, destato da un lieve fruscìo, la signora Svea, che forse aveva udito un rumore di passi, si era alzata dal letto in camicia da notte e la sua figuretta si stagliava, illuminata dalla luna, contro la finestra aperta. L’ammirai estatico in silenzio: le forme del suo corpo trasparivano attraverso quel tessuto leggerissimo. Era la prima volta che avevo l’occasione di ammirare la bellezza del corpo di una donna e provai fortissimo un colpo al cuore insieme con il desiderio di abbracciarla e di percepire il suo calore. Fu solo un attimo anche se a me sembrò lunghissimo. Il silenzio fu rotto da un leggero vociare proveniente dal piazzale sottostante mentre la signora Svea con un sussulto di sorpresa si affacciava ancor più dalla finestra. Poco dopo emise un grido sottile di stupore e di paura, quasi un lamento. Numerose ombre scure e minacciose, col fucile in spalla, stavano attraversando il piazzale sottostante. Ricordo un turbinio d'avvenimenti: il balzo veloce del marito che, gettatosi dal letto, si slanciava su di lei gettandola a terra nel momento in cui il fascio di luce di una torcia elettrica proveniente dal cortile la illuminava. Pochi attimi dopo, con uno scoppiettare secco, alcuni proiettili si conficcarono nella cornice della finestra e nel soffitto. Poi rumori per tutta la casa. Il fattore ed i suoi familiari, destati anch'essi dal sonno, stavano sprangando e barricando porte e finestre al pianterreno mentre alcuni di loro si precipitavano al piano superiore e anche nella nostra stanza per controllare la situazione dalle finestre.

Per tutta la notte, fino alle prime luci dell'alba, risuonò il richiamo del fattore verso l'abitazione del suo vicino: "Angeiii... Bossettooo...", ma nessuno rispondeva. Quando il sole illuminò il paesaggio e si fu sicuri che in giro non vi era più nessuno, il contadino e i suoi parenti imbracciarono forconi e fucili da caccia e si recarono circospetti verso la vicina masseria. Angelo Bossetto e tutti gli abitanti della casa furono trovati vivi ma legati e imbavagliati. I partigiani (ma erano veramente partigiani o facevano parte di alcune accozzaglie di sbandati che in quegli anni vagavano per le campagne?) erano penetrati durante la notte forse allo scopo di catturare o uccidere il repubblichino Bonetti, ma ancora una volta erano rimasti delusi. Per uno strano scherzo del destino il fascista, in quell'occasione, aveva pernottato altrove. Amareggiati, gli assalitori si erano dovuti accontentare di rubacchiare un po' di denaro, cibo, coperte, lenzuola e posate.

Poi tutto riprese come prima. I giorni trascorrevano lenti, caldi, assolati, lunghissimi. È straordinario quanto sia lunga una giornata quando si è fanciulli e come sia breve quando si è vecchi… Cercai più volte di fare amicizia con i figli della signora Svea, e forse Anita sembrò in qualche occasione disponibile, ma il fratello provvide subito a strattonarla e allontanarla da me. Non me ne preoccupai eccessivamente, c’erano altri ragazzetti con cui giocare e c’era la libertà di andare ovunque, di aggirarmi nei campi, di arrampicarmi sugli alberi, di curiosare in giro in quel mondo sconosciuto sempre confortato dal sorriso e dall’affetto materno di quella bella dolce signora che mi aveva ospitato.

Verso la fine di luglio ricomparve improvvisamente mio padre. Non appena lo vidi mi impensierii, che cosa era successo? avevo fatto qualcosa di sbagliato? Ormai da tempo la sua presenza mi preoccupava e quando compariva c’era spesso qualche schiaffone in arrivo, ma questa volta sorrideva e appresi che era venuto temporaneamente a prendermi perché pochi giorni prima, il 21 luglio, era nato il mio primo fratello e mia madre voleva farmelo conoscere. Dopo quasi dieci anni non ero più figlio unico.

Iniziò un viaggio lungo e tortuoso, ricordo vagamente lunghi percorsi a piedi e un assolato tragitto su di una corriera stracolma di gente.  Giungemmo infine ad Este, era la piccola città, distante qualche decina di chilometri da Padova, in cui mia madre era stata ricoverata in una clinica e ove aveva partorito. Era giunto il momento di conoscere il nuovo arrivato. Salimmo alcune scale, tra un via vai di infermieri frettolosi, ed entrammo in una stanza, c’erano due letti, in uno riposava una signora sconosciuta, nell’altro vidi mia madre, pallida e dimagrita. Mio padre era raggiante, cosa che mi stupì moltissimo, infatti molti anni dopo confessò che solo allora, e per la prima volta, aveva provato l’emozione e la gioia della paternità. In quell’occasione mi prese per un braccio e mi fece vedere il mio nuovo fratello, un neonato che dormiva nella sua culletta vicino al letto di mia madre. Era piccolo, paonazzo e grinzoso. Lo trovai orrendo, ma balbettai diplomaticamente: "Com'è bellino".

Fuori, nel frattempo, ululavano da lontano le sirene che preannunziavano stancamente l'ennesimo allarme aereo. Ci trattenemmo forse un’ora, poi il viaggio riprese e tornai a Maserà dalla signora Svea per i pochi giorni necessari a mia madre per ristabilirsi e per lasciare la clinica. Infine, dato un addio al riso cotto nel latte, e un ultimo triste affettuoso abbraccio alla mia ospite, fui ricondotto nel paesino di Galzignano, tra i colli. Quella breve parentesi serena e avventurosa era terminata.

 



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