giovedì 17 maggio 2018

L'uso del dialetto.

Alcuni attenti osservatori mi hanno chiesto per quale motivo utilizzo, nelle forme dialogate del romanzo "L'Intruso", il termine professò invece di professo’.
Il napoletano, così come l’italiano, è una lingua neoromanza derivata dal latino ed è una variante diatopica del gruppo italico-meridionale. Sotto la dominazione aragonese (1442) era la lingua utilizzata in tutti gli atti amministrativi. Come tutte le lingue diatopiche, che sono sottoposte a delle varianti in conseguenza delle diverse località in cui sono utilizzate, ha subito, nel tempo, numerosi, e talvolta profondi cambiamenti, anche in seguito all’influenza di altre lingue neolatine: quali quella spagnola, francese e normanna. Solo a partire dal 1554 si stabilì che, negli uffici pubblici e nel settore politico-diplomatico venisse utilizzato il volgare toscano, mentre il popolo e, quasi sempre, anche la nobiltà e il clero, continuavano a usare il napoletano. Oggi, anche nella stessa città di Napoli, persistono leggere differenze linguistiche, e anche di intonazione, tra un quartiere e l’altro, anche se la sempre maggiore diffusione della lingua italiana ha comportato e comporta ulteriori varianti. La parola italiana “professore” che in napoletano era "prifessure" divenuta in seguito "prufessure" è utilizzata, nel linguaggio parlato, con la dizione “prufessò” o “professò”. Questa dizione non rappresenta un troncamento, per cui dovrebbe essere scritta: professo’ con l’apostrofo, bensì una elisione, e quindi si preferisce il termine professò. Ovviamente sono disponibile a qualsiasi motivato dissenso linguistico e grammaticale.

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