Alcuni attenti osservatori mi hanno chiesto per quale motivo utilizzo, nelle forme dialogate del romanzo "L'Intruso", il termine professò invece di professo’.
Il napoletano, così come l’italiano, è una lingua neoromanza derivata dal latino ed è una variante diatopica del gruppo italico-meridionale. Sotto la dominazione aragonese (1442) era la lingua utilizzata in tutti gli atti amministrativi. Come tutte le lingue diatopiche, che sono sottoposte a delle varianti in conseguenza delle diverse località in cui sono utilizzate, ha subito, nel tempo, numerosi, e talvolta profondi cambiamenti, anche in seguito all’influenza di altre lingue neolatine: quali quella spagnola, francese e normanna. Solo a partire dal 1554 si stabilì che, negli uffici pubblici e nel settore politico-diplomatico venisse utilizzato il volgare toscano, mentre il popolo e, quasi sempre, anche la nobiltà e il clero, continuavano a usare il napoletano. Oggi, anche nella stessa città di Napoli, persistono leggere differenze linguistiche, e anche di intonazione, tra un quartiere e l’altro, anche se la sempre maggiore diffusione della lingua italiana ha comportato e comporta ulteriori varianti. La parola italiana “professore” che in napoletano era "prifessure" divenuta in seguito "prufessure" è utilizzata, nel linguaggio parlato, con la dizione “prufessò” o “professò”. Questa dizione non rappresenta un troncamento, per cui dovrebbe essere scritta: professo’ con l’apostrofo, bensì una elisione, e quindi si preferisce il termine professò. Ovviamente sono disponibile a qualsiasi motivato dissenso linguistico e grammaticale.
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