Quando ero bambino, verso i cinque anni, ero piuttosto sveglio e
avevo già imparato abbastanza bene a leggere e scrivere. Quasi certamente,
anche se non me lo ricordo, fu mia madre a fornirmi i primi insegnamenti.
Decise quindi di farmi sostenere gli esami, e di passare direttamente alla
seconda classe elementare saltando la prima. Non fu un problema, perché nella
prima elementare, in quell’epoca, a parte le aste, qualche abbozzo di lettura e
di scrittura, e qualche canzoncina, s’imparava ben poco. Nella seconda classe,
la mia maestra, che si chiamava Gemma Pirillo Colombati, un donnone materno e
simpatico dotato di enorme pazienza, si sforzava con impegno e dolcezza a
immettere tutta la sua scienza nelle zucche vuote di ben trentasette marmocchi,
maschi e femmine.
Io ero, ovviamente, il più piccolino di tutti, e la classe
contava anche qualche ripetente che giganteggiava tra di noi. Uno di questi,
che si chiamava Marcandoro, mi prese a benvolere e, quando alla fine dell’anno
facemmo la foto di gruppo, mi prese facilmente in braccio. In quel periodo
imparammo molte cose: oltre alla lettura e alla scrittura si appresero i primi
rudimenti dell’aritmetica, della storia e della geografia. Le giornate
passavano veloci e si concludevano, terminate le lezioni, in una fila ordinata,
come tanti soldatini, nell’atrio della scuola, davanti al portone d’ingresso.
Il direttore si poneva di fronte a noi e, guardandoci severamente in
atteggiamento mussoliniano, con le mani sui fianchi, gridava con voce
stentorea, “saluto al Re!” E noi, tutti in coro: “Viva il Re!”. Subito dopo:
“Saluto al Duce!”, cui seguiva il nostro, “A noi!”. Sommessamente, ma non
abbastanza da non buscarsi una severa occhiata da parte del direttore,
Burchiello, il più discolo di noi, ne faceva il seguito in rima: “Poenta e
fazoi” (Polenta e fagioli).
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