Il riconoscimento postumo di una grande scrittrice, dimenticata per oltre 50 anni, da parte della comunità ebraica, oltre che dal mondo culturale ufficiale, dopo il successo nel 2004 di Suite francese. La vita, le opere, i segreti familiari e del suo stile, che coniuga la tradizione del grande romanzo russo con quello francese, esposti in un'affascinate mostra al Mémorial della Shoah di Parigi
Ci sono libri che racchiudono ogni aspetto dello spirito umano e scritture così limpide e immediate che sanno prenderci per mano e guidarci a riflettere sul significato della vita. Appena entriamo nel Mémorial de la Shoah di Parigi, che ospita fino all'8 marzo, l'esposizione su Irène Némirovsky, l'occhio cade immediatamente sulle pagine dei manoscritti dei suoi romanzi e, mentre proviamo a leggere quella scrittura a caratteri minuti, serrata, interrotta da cancellature, vergata con un inchiostro blu chiaro, avvertiamo la sensazione che il sottile diaframma che solitamente congela il tempo e le parole sulla carta, fra chi scrive e chi legge, si vada dissolvendo. E' facile allora entrare nell'intimità dell'autrice di Suite francese, David Golder, I cani e i lupi, Due, Il colore del sangue, L'affare Kurilov, Jezabel, che ad appena 26 anni era già una scrittrice all'apice del successo nella Francia tra gli anni Venti e Trenta, e nella vita di una donna che riassume in sé la storia e le tragedie del Ventesimo secolo.
Dall'infanzia dorata in Russia (era nata a Kiev nel 1903 da una ricca famiglia della borghesia finanziaria ebraica), alla fuga precipitosa e avventurosa attraverso l'Europa, in seguito alla rivoluzione sovietica dell'Ottobre 1917, per arrivare in Francia nel 1919, "terra d'accoglienza", cosmopolita, dove ritrova una patria, un'identità, nell'illusoria certezza dell'appartenenza a pieno titolo alla cultura del paese ospitante (una laurea con lode alla Sorbona e la pubblicazione dei primi racconti non ancora ventenne); fino alla richiesta di una cittadinanza francese, sempre negata, e alle discriminazioni subite durante il regime collaborazionista di Vichy, con il tragico epilogo della sua deportazione nel campo di concentramento di Auschwitz, il 17 luglio del 1942, dove morì un mese dopo l'internamento, il 19 agosto, a soli 39 anni.
Per un tempo che sembra non trascorrere mai, girovaghiamo emozionate nelle due sale che ospitano la mostra, collegate da un corridoio che diffonde la voce cristallina, sicura, spezzata da infantili risate della Némirovsky, registrate in un'intervista radiofonica a metà degli anni Trenta. Ci sembra di conoscerla, di essere state accolte nell'intimità della sua casa, di sentirla come un'amica ideale, che ci ha regalato pagine e pagine che, come il "vascello veloce" di Emily Dickinson, ci ha condotte "in terre lontane...".
Le foto di Irene tappezzano le pareti. Lei bambina, adolescente, con i genitori (il padre banchiere, distratto dagli affari, la madre gelida, odiata, interessata solo a gioielli e amanti), ventenne ragazza della buona società, in vacanza al mare, giovane sposa di Michel Epstein (che condivise fino alla fine il suo tragico destino), con le due figlie, con il gatto Kissou; e poi le ultime istantanee, al momento dell'arresto e nel campo di "prima prigionia" a Pithiviers. I suoi taccuini di lavoro ci svelano i suoi segreti, la costruzione dei suoi romanzi e dei racconti. Buttava giù la trama e poi riempiva interi quaderni con la biografia completa dei suoi personaggi, il loro aspetto dettagliato, la voce, il comportamento, l'educazione, le fasi della vita; li vediamo come sono, li sentiamo, li conosciamo, come se fossero dei personaggi che si muovono su di un palcoscenico.
"Una volta fatto ciò", spiega Irene, "comincio a scrivere in una minuta informe il romanzo vero e proprio, e nel contempo le riflessioni che esso mi suggerisce; poi lascio riposare... quindi, il tutto sembra organizzarsi, costruirsi da sé. ". Lei la definiva "la vita anteriore al romanzo". Ma la preoccupazione dominante di ogni storia è sempre la stessa, non una preoccupazione morale, ma... della simpatia umana, lo sforzo di capire gli animi".
Non c'è mai sentimentalismo nella sua scrittura, essenziale, lineare, secca, cruda, a volte ironica, disincantata, spietata anche nel tratteggiare le passioni e le debolezze, le ipocrisie e i cinismo, che spesso fanno da sfondo alle sue narrazioni. C'è il ritmo veloce e diretto di una sceneggiatura e di un conseguente montaggio cinematografico. E la straordinaria capacità di introspezioni e di analisi, che le fa mettere a fuoco impietosamente lo spazio interiore dei suoi protagonisti, ci insegna a riconoscere "come accade a volte nel buio e nel silenzio, certi pensieri che il tumulto del giorno impediva di cogliere e di riconoscere in modo cosciente", ad avere il coraggio di accettarli e di chiamarli con il loro nome.
E' il danaro, come metafora dell'orgoglio, il tema dominante di David Golder, lo spietato finanziere ebreo che ne accumula e spende come fosse un giocatore d'azzardo, senza pietà per sé e per gli altri, che consuma il suo destino circondato da parassiti, parvenu, e dall'avidità di una moglie e di una figlia, prive di sentimenti. Solo davanti alla morte, come un povero ebreo spaventato, ritroverà un lampo di autenticità. Il successo del romanzo si trasferì subito anche nel cinema, che riadattò la storia e riempì le sale, così come avvenne un anno dopo con l'altro romanzo, Il ballo. La Némirovsky entrò così nell'olimpo, ma si tirò addosso l'accidia e le critiche della comunità ebraica. Manifesti e locandine d'epoca sono tra i documenti esposti, come anche le recensioni sui quotidiani dell'epoca.
La Russia, lasciata alle spalle, torna come scenario nell'incantevole racconto Come le mosche d'autunno del '31, pieno di nostalgia per un mondo perduto, visto attraverso il vissuto della vecchia governante Tatiana Ivanovna, che in 50 anni ha cresciuto tre generazioni della famiglia Karin, e conosciuto l'impero zarista e la rivoluzione sovietica. In I cani e i lupi del '40, la fuga dalle radici jiddish, a seguito dei pogrom, di Ada (uno straordinario ritratto di donna) e della sua composita famiglia, di ricchi banchieri e di miseri bottegai, verso la "terra promessa", la Francia, diventa una caccia famelica fra cani e lupi, di volta in volta buoni e cattivi, di invidie tra ebrei, di perenne marginalità e separazione, quelli ricchi e quelli relegati nei ghetti, di chi spera nell'ascesa sociale e di chi teme di ricadere in basso: " tra gli ebrei tutto avveniva in modo brusco e improvviso. Fortuna e disgrazia", scrive Irène, "si abbattevano su di loro come un fulmine sul gregge", creando un'altalena di inquietudine e di speranze.
Emblematica è la figura di Kurilov, scritto nel '32, terribile ministro dello zar Alessandro III°, il "pescecane alto, massiccio, dallo sguardo immobile", che il giovane studente rivoluzionario Lev M., a sua volta orfano di terroristi russi, cresciuto dal partito, "dai polsi sottili con il germe della tubercolosi", deve uccidere, anche quando ne scoprirà l'aspetto umano e le debolezze.
Nella Némirovsky il lucido realismo non può mai essere offuscato da un falsato concetto di pietà. La mostra di Parigi ha il grande pregio di offrire una guida completa delle opere e del valore artistico della scrittrice (circa una dozzina di romanzi, un incredibile numero di racconti pubblicati dalle più importanti riviste di quegli anni, quattro sceneggiature per film), con la complessità del suo pensiero, ancora molto da studiare e con l'attualità del suo messaggio, lucido e analitico sugli avvenimenti storici, che l'hanno vista protagonista.
Mai schiava di opportunismi né di convenzioni, decisa a non schierarsi politicamente, estranea alla tradizione spirituale ebraica, concede nel luglio del '35 , in un'atmosfera sociale già carica d'insofferenza antisemita, un'intervista a "L'Univers israelite", nella quale si dichiara orgogliosa delle sue radici.
Irene, allora, si sente ancora protetta dall'appartenenza alla sua classe sociale e dalla consapevolezza che l'universo letterario, cui lei fa parte, non le avrebbe mai chiesto documenti di appartenenza a religioni, nazionalità, etnie, né tanto meno l'avrebbe sottoposta a censure o emarginazioni. Eppure già nel 1933, con l'ascesa al potere di Hitler, aveva confidato profeticamente in una sua lettera: "amica mia, fra un po' saremo tutti morti". Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nel settembre del '39, Irene ha già preso insieme al marito la decisione di non espatriare: troppo doloroso per la seconda volta sradicare le proprie radici!
Nel tentativo di mettere in salvo le due figlie, consapevole del precipitare degli eventi, pragmatica come sempre, si fa battezzare con loro, mai piegandosi al collaborazionismo. Fino alla fine rivendicherà con dignità il suo diritto alla nazionalità francese, di cui si sentiva legittimata.
In una bacheca, alla fine dell'esposizione, accanto al manoscritto di Suite francese, l'opera incompiuta, pubblicata dopo 60 anni, come un simbolo della Memoria, osserviamo la famosa valigetta in cuoio marrone che lo conteneva e che le figlie, ancora bambine, portarono in salvo. Fra il 1941 e il '42, esiliate ad Issy - l'Eveque, Irene, che ormai porta sul petto la stella gialla, scrive freneticamente le prime due parti della grande saga (ispirata al capolavoro di Tolstoj, Guerra e pace): "Temporale di giugno" e "Dolce". La sua ambizione è scrivere un libro di mille pagine dal ritmo perfetto in cui le diverse parti si colleghino fra loro come "varietà e armonia". Parallelamente, compila i suoi quaderni di riflessioni. Il romanzo quasi si compenetra con gli eventi drammatici della sua vita. C'è disincanto, rabbia, disprezzo, stupore, dolore per la devastazione morale che sta perpetuando il collaborazionismo. E' consapevole che sta scrivendo per i posteri e di essere "come in una zattera in mezzo ad un oceano di foglie putride, inzuppate dal temporale della notte scorsa, con le gambe ripiegate sotto di me". Ma la scrittura le tiene il cervello occupato, cerca di mantenere la testa fredda e poi osserva: "Mio Dio, cosa mi combina questo paese? Dal momento che mi respinge, osserviamolo freddamente, guardiamolo mentre perde l'onore e la vita... Aspettiamo".
Come una corale, Suite francese intreccia vicende individuali e collettive in presa diretta della fuga dei parigini sotto l'avanzare delle truppe tedesche e fa esplodere i sentimenti dei vari protagonisti. "L'essere umano è complesso, molteplice, diviso, misterioso, ma ci vogliono le guerre", scrive Irene, "o i grandi rivolgimenti per constatarlo". E nello scenario devastante della convivenza forzata fra gli occupanti e gli sfollati nel paesino di Bussy, l'impossibile storia d'amore fra la borghese Lucile, il cui marito è al fronte, e il raffinato ufficiale tedesco, serve a lei, profonda conoscitrice dell'animo umano, per farci comprendere l'amara verità che: "E' la guerra che rende tutto colpevole".
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