Un’amica che ama scrivere, afferma: Bisognerebbe fare un post
sull’uso dei superlativi e avverbi che finiscono in "mente" vizio che
fatico a controllare quando scrivo. Nelle revisioni non faccio che tagliare e
cercare sinonimi.
L’argomento è tutt’altro che ozioso e interessa quella
gran parte degli scrittori, o aspiranti tali, che desiderano non commettere
errori. Tuttavia, in questo caso, così come in quello che riguarda la
cosiddetta “d” eufonica, non si tratta di errori bensì di fluidità della
scrittura e dello stile dello scrittore.
L’avverbio, di per sé, non è altro che uno strumento
che serve, o dovrebbe servire, a migliorare o a rendere più completa la storia
che desideriamo raccontare. L’avverbio in generale, e quello che termina in “
mente” in particolare, non gode di molta simpatia presso alcuni scrittori e
alcuni editori. Spesso si legge o si ascolta nelle cosiddette lezioni di
“scrittura creativa “ che sarebbe meglio evitare o quantomeno ridurne
l’utilizzo per una serie di motivi: l’uso eccessivo di questi avverbi sarebbe
essenzialmente dovuto a un’azione soprattutto di riempitivo, e non tanto per
dare una ulteriore informazione: inoltre quando capita una serie di morfemi
omofoni, e cioè con analogo suono, si ottiene una ridicola o comunque scarsa
musicalità della frase.
Il mio parere, ma ovviamente è solo una mia opinione,
è che si debba, per quanto possibile, evitare una lunga serie di avverbi che
facciano rima tra di loro, tuttavia occorre soprattutto rispettare e aver fede
nel proprio stile di scrittura tenendo presente che, evitare l’uso di un
avverbio che comunque fa parte del tessuto connettivo della nostra lingua, può
sembrare una ulteriore perniciosa abitudine tendente a impoverire il nostro
linguaggio.
In molti più casi di quanto non si creda, l’uso di un
avverbio non solo non è un riempitivo ma addirittura è il modo migliore per
rappresentare al lettore l’evidenza di una situazione e di uno stato d’animo
che altrimenti non si percepirebbe. Facciamo qualche esempio.
Giovanni: “ puoi farmi questa traduzione in inglese? “.
Claudia: “ si “.
l’impressione che il lettore ricava da queste due
semplici frasi è che ci si trovi in cospetto di due persone che si rispettano
reciprocamente, e che ognuna di loro ha la piena consapevolezza della capacità
dell’altro. Giovanni non ha alcun dubbio che Claudia abbia le competenze occorrenti per fare quanto
richiesto, il suo “ puoi “ è solo una forma di cortesia, tendente anche ad
accertare che la sua interlocutrice sia disponibile, e che abbia il tempo
necessario per fare quanto richiesto.
Altro esempio.
Giovanni: “ puoi farmi questa traduzione in inglese?
“.
Claudia: “ certamente “.
Ecco che il lettore ha la sensazione che ci troviamo
di fronte ad una diversa situazione: Giovanni fa la sua richiesta con cortesia,
ma è chiaramente in posizione dominante. Claudia è in posizione subordinata e
vuole dimostrare a Giovanni che accoglierà subito la sua richiesta.
Altro esempio.
Giovanni: “ puoi farmi questa traduzione in inglese?
“.
Claudia: “ ovviamente “.
Altro cambiamento di situazione: il lettore percepisce
il conflitto, Giovanni è solo apparentemente cortese, sa bene che Claudia ha le
competenze necessarie ma in pratica la sfida. Claudia risponde con noncurante
irritazione, il suo “ ovviamente “ significa che Giovanni si sta dimostrando uno
stupido, perché egli sa che lei è perfettamente in grado di farlo, e quindi la
sua domanda è inutile e provocatoria.
Non sono certo che gli esempi che ho riportato possano
convincere i miei cortesi lettori, il mio scopo è, tuttavia, dimostrare che, se
usati appropriatamente e con accortezza, gli avverbi sono fondamentali per la
stesura di un racconto che offra spunti di riflessione, e che renda ben chiara
la situazione a coloro che stanno leggendo. Con altrettanta chiarezza è altresì
evidente che occorre sempre esaminare con la massima attenzione l’uso
dell’avverbio appropriato, perché quello che potrebbe sembrare un suo sinonimo
non avrebbe la stessa forza e potrebbe conferire alla frase un significato del
tutto diverso.
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