Guido camminava, tenuto per mano dal fratello maggiore Silvio. Si
trovavano in un immenso spazio lastricato di marmo bianco. Sui lati due file di
colonne, bianche e marmoree anch’esse, e alberi frondosi.
C’era una strana atmosfera e un senso di freddo. Anche il cielo appariva
grigio e plumbeo, sentiva dentro una strana inquietudine, non si vedeva altro
intorno, non distintamente almeno, ma si percepiva a pelle la presenza di
rovine e case diroccate in lontananza.
“Perché?” chiese al fratello, indicando quei luoghi lontani che gli
comunicavano un senso di angoscia.
“La guerra”, rispose questi, e non aggiunse altro.
“Il solito sogno” si disse Guido svegliandosi.
Guido era ormai prossimo agli ottanta ma faceva quel sogno a intervalli
anche ampi di tempo fin da quando era bambino. Non aveva mai capito a cosa si
riferisse, non aveva un ricordo cosciente di quel luogo. Dato che in quel mondo
onirico appariva evidentemente molto piccolo, poteva trattarsi del viale
centrale di Prato della Valle a Padova; ne aveva scandagliato le foto su Google
e, a suo giudizio, visto da molto in basso quel panorama sarebbe stato
plausibile. A Padova infatti doveva avere circa tre anni all’epoca in cui ci
abitava ancora, ma non aveva nessun altro elemento a conferma né gli fu mai
chiaro per quale freudiana ragione quel sogno tornasse sempre uguale. Gli era
ormai talmente familiare che pur dormendo si rendeva ormai conto di essere
dentro un sogno.
A quel punto aprì gli occhi e si alzò stiracchiandosi, quindi si recò in
cucina per prendere la colazione.
In realtà si sedette a un tavolo che gli parve insolitamente alto e
quella non era la sua cucina. Da dove diavolo saltava fuori quella sala da
pranzo, sobriamente arredata, con grandi finestre che aprivano su uno spazio
nebbioso e indistinto spandendo un lucore grigiastro nell’ambiente?
Vide passare suo padre che, bardato col suo elegante cappotto di
cammello, infilava il cappello e salutava la moglie, uscendo di casa. La mamma,
con la sua immancabile vestaglia celeste, gli venne incontro con una tazza di
caffellatte fumante in mano.
“Fai presto che devi venire fuori” gli disse, porgendo la tazza e
accompagnando il gesto con una carezza sul capo.
Guido, scombussolato, cominciò a girare il cucchiaino nella tazza
raccogliendo uno strato di panna rappresa che galleggiava sul liquido.
“Mamma continua a fare bollire il latte come quando ero bambino”- si disse Guido – “ma mamma è morta da più di
sessant’anni e papà da oltre trenta, come diavolo possono essere qui, ho forse
le traveggole?”
Finì la sua tazza e si avviò verso la porta . Aprì l’uscio e si trovò in
cucina. Anche quella cucina non gli era familiare più di tanto: disadorna, con
un grande lavello di pietra e una piattaia sulla parete, ingombra di pentole e
coperchi. Davanti al lavello nonna Maria stava risciacquando le tazze.
Quasi a ripetere un gesto antico, Guido si rannicchiò sotto il lavello
per riflettere: questa nonna era più giovane di come la ricordava l’unica volta
che, piccolissimo, la aveva incontrata. Nonna era morta prima che lui compisse
quattro anni, era una vecchina curva, sempre vestita di nero e sempre
sorridente. Anche mamma e papà erano strani perché erano sì adulti ma anche
terribilmente giovani.
“Sto farneticando – si disse – devo subito uscire!” e si avviò verso una
porta finestra della cucina che dava sull’esterno.
Scese un paio di gradini incredibilmente alti e si trovò in una specie
di orto, o cortile, la cosa non era chiara.
Quello che era chiaro era che i suoi passi si facevano sempre più
faticosi e tutto ciò che lo circondava aveva perso il colore e andava come
spegnendosi.
A un tratto si sentì cadere, come se stesse scivolando in uno stretto
passaggio. All’uscita di quel tubo appariva una luce accecante, quasi che
improvvisamente stesse sorgendo il Sole in quel punto.
Non era giunto a metà del tragitto che si sentì stringere la gola.
Tutto, intorno a lui, scomparve nel buio più nero, come se gli avessero spento
l’interruttore. Era privo di sensi e non poteva valutare il tempo passato
quando si ritrovò a testa sotto, tutto bagnato e con la spiacevole sensazione
che lo stessero percuotendo.
Cacciò un grande urlo e in quel momento vide un’ampia lampada rotonda,
luminosissima, che incombeva in alto, sopra la sua testa. Forse era quella che
gli era apparsa come la luce del Sole? C’erano anche delle persone vestite di
bianco intorno. Parlavano, ma lui non capiva che dicessero; si sentiva sfinito
e prese sonno.
*********
“Dottore ce l’abbiamo fatta! Era ormai cianotico, strangolato dal
cordone ombelicale, ma una bella sculacciata ha risolto. Ora ha aperto i
polmoni!”
“C’è voluto parecchio – rispose il ginecologo alla corpulenta levatrice
veneta – ma speriamo che non ci siano danni per questa prolungata anossia”
*********
Riccardo rientrò nella camera da letto e scosse la moglie, ancora
addormentata.
“Irene, Irene svegliati! Una brutta notizia: papà, …mio padre, non c’è
più!”.
“Ė
uscito?” Chiese Irene che, assonnata com’era, stentava a capire.
“Papà è morto, Irene!” Rispose Riccardo con un groppo alla gola.
“Come morto? L’ho salutato ieri sera e stava benissimo”, disse Irene,
finalmente sveglia e sconvolta dalla notizia.
“ Stamattina mi sono alzato presto e, passando davanti alla sala, ho
sentito come un pianto, una specie di vagito. Sono entrato per vedere cosa
fosse e ho visto che il televisore era ancora acceso. Ho pensato che papà si
fosse scordato e sono andato a spegnerlo ma quando mi sono girato ho visto che
c’era anche papà nella stanza, seduto sulla sua poltrona, con la vestaglia da
camera. Mi sono avvicinato per svegliarlo e l’ho sentito freddo e rigido. Non
so perché ma mi sono messo a chiamarlo ad alta voce. Inutile!” – fece una pausa
– “ho già chiamato il dottore. Dio quante cose bisognerà fare adesso!”
“Avrà sofferto?”
“Non mi sembra: aveva gli occhi chiusi, come se dormisse sereno,
un’espressione quasi felice, se dirlo ha un senso”
“Sai che strano?” – disse Irene – “Quando ieri sera sono andata a dargli
la buona notte mi ha detto una cosa insolita, non capivo e non gli ho
risposto”.
“Cosa ha detto?”
“Mi ha detto: - credo che stanotte uscirà il Sole -”.
Giuliano Bertoni
A me è piaciuto.
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