martedì 14 gennaio 2020

Il "Risveglio"


Guido camminava, tenuto per mano dal fratello maggiore Silvio. Si trovavano in un immenso spazio lastricato di marmo bianco. Sui lati due file di colonne, bianche e marmoree anch’esse, e alberi frondosi.
C’era una strana atmosfera e un senso di freddo. Anche il cielo appariva grigio e plumbeo, sentiva dentro una strana inquietudine, non si vedeva altro intorno, non distintamente almeno, ma si percepiva a pelle la presenza di rovine e case diroccate in lontananza.
“Perché?” chiese al fratello, indicando quei luoghi lontani che gli comunicavano un senso di angoscia.
“La guerra”, rispose questi, e non aggiunse altro.
“Il solito sogno” si disse Guido svegliandosi.
Guido era ormai prossimo agli ottanta ma faceva quel sogno a intervalli anche ampi di tempo fin da quando era bambino. Non aveva mai capito a cosa si riferisse, non aveva un ricordo cosciente di quel luogo. Dato che in quel mondo onirico appariva evidentemente molto piccolo, poteva trattarsi del viale centrale di Prato della Valle a Padova; ne aveva scandagliato le foto su Google e, a suo giudizio, visto da molto in basso quel panorama sarebbe stato plausibile. A Padova infatti doveva avere circa tre anni all’epoca in cui ci abitava ancora, ma non aveva nessun altro elemento a conferma né gli fu mai chiaro per quale freudiana ragione quel sogno tornasse sempre uguale. Gli era ormai talmente familiare che pur dormendo si rendeva ormai conto di essere dentro un sogno.
A quel punto aprì gli occhi e si alzò stiracchiandosi, quindi si recò in cucina per prendere la colazione.
In realtà si sedette a un tavolo che gli parve insolitamente alto e quella non era la sua cucina. Da dove diavolo saltava fuori quella sala da pranzo, sobriamente arredata, con grandi finestre che aprivano su uno spazio nebbioso e indistinto spandendo un lucore grigiastro nell’ambiente?
Vide passare suo padre che, bardato col suo elegante cappotto di cammello, infilava il cappello e salutava la moglie, uscendo di casa. La mamma, con la sua immancabile vestaglia celeste, gli venne incontro con una tazza di caffellatte fumante in mano.
“Fai presto che devi venire fuori” gli disse, porgendo la tazza e accompagnando il gesto con una carezza sul capo.
Guido, scombussolato, cominciò a girare il cucchiaino nella tazza raccogliendo uno strato di panna rappresa che galleggiava sul liquido.
“Mamma continua a fare bollire il latte come quando ero bambino”-  si disse Guido – “ma mamma è morta da più di sessant’anni e papà da oltre trenta, come diavolo possono essere qui, ho forse le traveggole?”
Finì la sua tazza e si avviò verso la porta . Aprì l’uscio e si trovò in cucina. Anche quella cucina non gli era familiare più di tanto: disadorna, con un grande lavello di pietra e una piattaia sulla parete, ingombra di pentole e coperchi. Davanti al lavello nonna Maria stava risciacquando le tazze.
Quasi a ripetere un gesto antico, Guido si rannicchiò sotto il lavello per riflettere: questa nonna era più giovane di come la ricordava l’unica volta che, piccolissimo, la aveva incontrata. Nonna era morta prima che lui compisse quattro anni, era una vecchina curva, sempre vestita di nero e sempre sorridente. Anche mamma e papà erano strani perché erano sì adulti ma anche terribilmente giovani.
“Sto farneticando – si disse – devo subito uscire!” e si avviò verso una porta finestra della cucina che dava sull’esterno.
Scese un paio di gradini incredibilmente alti e si trovò in una specie di orto, o cortile, la cosa non era chiara.
Quello che era chiaro era che i suoi passi si facevano sempre più faticosi e tutto ciò che lo circondava aveva perso il colore e andava come spegnendosi.
A un tratto si sentì cadere, come se stesse scivolando in uno stretto passaggio. All’uscita di quel tubo appariva una luce accecante, quasi che improvvisamente stesse sorgendo il Sole in quel punto.
Non era giunto a metà del tragitto che si sentì stringere la gola. Tutto, intorno a lui, scomparve nel buio più nero, come se gli avessero spento l’interruttore. Era privo di sensi e non poteva valutare il tempo passato quando si ritrovò a testa sotto, tutto bagnato e con la spiacevole sensazione che lo stessero percuotendo.
Cacciò un grande urlo e in quel momento vide un’ampia lampada rotonda, luminosissima, che incombeva in alto, sopra la sua testa. Forse era quella che gli era apparsa come la luce del Sole? C’erano anche delle persone vestite di bianco intorno. Parlavano, ma lui non capiva che dicessero; si sentiva sfinito e prese sonno.
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“Dottore ce l’abbiamo fatta! Era ormai cianotico, strangolato dal cordone ombelicale, ma una bella sculacciata ha risolto. Ora ha aperto i polmoni!”
“C’è voluto parecchio – rispose il ginecologo alla corpulenta levatrice veneta – ma speriamo che non ci siano danni per questa prolungata anossia”
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Riccardo rientrò nella camera da letto e scosse la moglie, ancora addormentata.
“Irene, Irene svegliati! Una brutta notizia: papà, …mio padre, non c’è più!”.
Ė uscito?” Chiese Irene che, assonnata com’era, stentava a capire.
“Papà è morto, Irene!” Rispose Riccardo con un groppo alla gola.
“Come morto? L’ho salutato ieri sera e stava benissimo”, disse Irene, finalmente sveglia e sconvolta dalla notizia.
“ Stamattina mi sono alzato presto e, passando davanti alla sala, ho sentito come un pianto, una specie di vagito. Sono entrato per vedere cosa fosse e ho visto che il televisore era ancora acceso. Ho pensato che papà si fosse scordato e sono andato a spegnerlo ma quando mi sono girato ho visto che c’era anche papà nella stanza, seduto sulla sua poltrona, con la vestaglia da camera. Mi sono avvicinato per svegliarlo e l’ho sentito freddo e rigido. Non so perché ma mi sono messo a chiamarlo ad alta voce. Inutile!” – fece una pausa – “ho già chiamato il dottore. Dio quante cose bisognerà fare adesso!”
“Avrà sofferto?”
“Non mi sembra: aveva gli occhi chiusi, come se dormisse sereno, un’espressione quasi felice, se dirlo ha un senso”
“Sai che strano?” – disse Irene – “Quando ieri sera sono andata a dargli la buona notte mi ha detto una cosa insolita, non capivo e non gli ho risposto”.
“Cosa ha detto?”
“Mi ha detto: - credo che stanotte uscirà il Sole -”.

Giuliano Bertoni


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