domenica 17 maggio 2020

La ciocca di capelli



L’aria, benché fosse inverno, era tiepida e il sole aveva un colore lievemente diverso dal solito. L’astro si intravedeva a stento perché occultato per la maggior parte del suo percorso da alti squallidi palazzi malridotti, e spandeva intorno un chiarore diffuso dai toni quasi violacei.
Vagamente stupito, e in preda a una tristezza mortale, l’uomo si accorse di indossare un’elegante camicia di seta gialla e dei pantaloni di lino, bianchi, che non ricordava di avere mai posseduto ma che, tuttavia, gli ridestavano antiche sensazioni. Anche la strada che stava percorrendo gli era estranea benché avesse il convincimento che fosse quella giusta.
Lungo il bordo del marciapiede scorreva un rigagnolo scuro e limaccioso. Sapeva di doverlo evitare e lo superò con un balzo. Pochi passanti, dall'aspetto misero a trasandato, si aggiravano per la strada. Alcuni lo guardarono fisso con occhi minacciosi. La situazione gli sembrava sempre più strana e confusa e provava una certa inquietudine che, mano a mano che il tempo passava, si stava trasformando in un’agitazione simile alla paura.
Un grosso ratto, simile a una disgustosa e fetida palla grigiastra, sbucò da un tombino e gli attraversò veloce la strada girando verso di lui, con fare minaccioso e ill muso appuntito, digrignando piccoli, feroci, denti aguzzi. Con un tonfo, la bestia cadde nel rigagnolo ed emise uno squittio di dolore. La sua pelle principiò a sciogliersi e fumare come se fosse caduto nell'acido solforico.
L’uomo si arrestò un attimo, incerto e spaventato, ma una forza misteriosa lo spinse ad andare sempre avanti; sentiva di dover raggiungere una meta sconosciuta ma ignorava come, dove e perché.
Attraversò un tunnel, oscuro, sporco, maleodorante; accelerò il passo e iniziò a correre per raggiungerne la fine e la fioca luce che scorgeva in lontananza. Il cuore gli batteva violentemente nel petto: più correva e più gli sembrava di rallentare mentre le pareti, divenute untuose e molli, tendevano a rinchiudersi sopra di lui in un abbraccio mortale.
Quando faticosamente raggiunse l’uscita, scorse, di fronte a sé, l’infinita distesa del mare. Non aveva un aspetto normale e rassicurante, era invece un mare torbido e minaccioso. Non c’era vento, ma alte onde si levavano in alto e ricadevano lente tra gorgogli di viscida spuma giallastra.
Era un mare ostile, infetto e pericoloso. Lui e il mare sembravano osservarsi a vicenda nutrendo reciprocamente un profondo inspiegabile senso di odio.
Una mano delicata e gentile gli sfiorò il braccio. Si voltò di colpo e sgranò gli occhi per lo stupore mentre il suo animo si riempiva di commozione e di tenerezza.
- Elisa? Elisa, amore mio, sei tu? Sei proprio tu? Ma non eri…
La donna sorrise e lo fece tacere ponendogli un dito sulle labbra. Poi lo strinse forte tra le braccia poggiando la testa sulla sua spalla. Lui chinò il capo e accarezzò tremante la setosa massa di capelli neri della ragazza, capelli talmente lunghi che le scendevano come un manto regale fino alla vita sottile.
Senza una parola, lei, con dolcezza, lo prese per mano, quasi trascinandolo con sé. Lui, estasiato, incredulo, e con il cuore in tumulto, non riusciva a staccare gli occhi dalle snella e flessuosa figuretta di lei.
Quanto aveva sofferto nella vana speranza di poterla rivedere, di poterla toccare. Dal profondo della sua mente riaffiorava, per subito svanire, un angoscioso lontano ricordo: la sua mano che cercava invano di trattenerla, di afferrare i capelli svolazzanti di lei che invece gli sfuggiva, e si allontanava sempre più scomparendo nel nulla.
Senza  comprendere come, si trovò all'improvviso in una confortevole e accogliente stanza che gli fu subito familiare. Nel grande camino scoppiettava allegro il fuoco di alcuni ciocchi, proiettando intorno una luce dorata. Con dolcezza la donna si chinò e sdraiatasi sul morbido folto tappeto posto di fronte al focolare attirò l’uomo sopra di sé. Con un solo rapido gesto lui si strappò di dosso la camicia e, preso tra le mani il visino di lei, chiuse gli occhi e appoggiò le labbra sulle sue in un lungo, tenero e appassionato bacio.
Con uno schiocco secco una lingua di fuoco si levò dal camino e gli lambì la schiena. Con un grido di dolore aprì gli occhi, trovandosi improvvisamente avvolto dalle fiamme. Bruciavano i luridi cartoni dei quali si era ricoperto per sfuggire al freddo, e ardevano i suoi vestiti lerci e bisunti, e la sua carne, intrisa di benzina. Agonizzante cercò faticosamente di levarsi in piedi e di sfuggire al fuoco che lo stava divorando.
Tra il fumo che gli appannava la vista scorse i volti ghignanti di alcuni giovani teppisti, dal cranio rasato e dai corpi tatuati, uno dei quali emise una sguaiata risata, simile al nitrito di un cavallo, e lo colpì violentemente con una pedata al ventre ricacciandolo tra le fiamme mentre un suo compare gli lanciava contro un altro getto di carburante.
Le sirene delle auto della polizia e quella dei pompieri, richiamati da qualche passante, interruppero le risate e gli sberleffi dei malviventi i quali, inforcate precipitosamente le loro moto, sparirono rombando nella notte. Velocemente un pompiere gettò addosso a quella agonizzante torcia umana una coperta e, con un estintore a polvere, spense le fiamme. In breve sopraggiunse anche un autoambulanza. Un infermiere tolse la coperta, si chinò sul corpo ustionato e ancora fumante dell’uomo, lo esaminò, e scosse tristemente il capo.
- Niente da fare. Ormai è andato – disse.
Un poliziotto, ponendosi un fazzoletto sulla bocca e sul naso per mitigare il nauseante odore di carne bruciata, sbottò inferocito:
- Questo è il terzo barbone, in una settimana, al quale quei delinquenti danno fuoco. Ormai però abbiamo quasi individuato chi sono e, tra poco, spero che li prenderemo e metteremo fine alle loro criminali bravate.
Probabilmente, purtroppo, credo che non scopriremo mai chi sia questo povero sventurato.
- E’ l’ingegnere Marchetti – disse, con voce sommessa un signore anziano e ben-vestito che, recando un pacchetto in mano, si trovava tra la folla che si era radunata intorno al luogo del delitto e che la polizia stentava ad allontanare.
- Un ingegnere? – sbottò, sorpreso il poliziotto. – Com'è possibile? E si è ridotto a dormire per strada, coperto da lerci cartoni, in mezzo alla spazzatura? Ma lei chi è? Lo conosce? E come lo conosce? Fatelo passare, si avvicini.
L'uomo si accostò lentamente e disse con voce bassa, rotta dall'emozione:
- Sono l’avvocato Roberti. Sono io che vi ho chiamati. Sì, lo conosco bene, e stavo venendo a portargli qualcosa da mangiare, come faccio tutte le sere. Era lui che, ormai, non era più in grado di riconoscere me. Ero un grande amico di suo padre, morto tanti anni fa e che fortunatamente non ha assistito alla triste fine di suo figlio. Eh, sì. Purtroppo è una tragica storia.
Una poliziotta che, nel frattempo, aveva individuato e raccolto una tanica che aveva contenuto del liquido infiammabile, si avvicinò incuriosita.
- Ce la vuole raccontare questa storia? Che cosa ci può dire?
- Vede – disse tristemente il signore anziano, – l’ingegnere Marchetti era un uomo brillante e con un’ottima posizione. Fin da ragazzo si era perdutamente innamorato di Elisa, una sua compagna di scuola che, a sua volta, era pazza di lui. Si sposarono; poco tempo dopo parteciparono entrambi a una vacanza in crociera. Improvvisamente sopraggiunse una tremenda tempesta e, disgraziatamente, in seguito a un'ondata particolarmente violenta, la ragazza cadde in mare. L’ingegnere si gettò subito in acqua per soccorrerla, ma lei affondò come un sasso. Lui la seguì, cercando disperatamente di afferrarla; rimase sott'acqua talmente a lungo che i marinai della nave temettero che fosse affogato a sua volta.
Infine il suo corpo, semi svenuto, riemerse; fu recuperato a stento e, in una mano, stringeva una ciocca dei capelli della sua adorata sposa che aveva invano tentato di salvare. Da allora sembrò impazzito, divenne irriconoscibile, cominciò a bere ed era sempre ubriaco. Alla fine fu licenziato e la sua vita iniziò una precipitosa discesa. Rifiutò ostinatamente qualsiasi aiuto di amici e parenti. Purtroppo iniziò anche a drogarsi, perse la casa, e insieme con quella anche quella poca lucidità che gli era rimasta. Divenne un vagabondo di strada che ormai dormiva sotto i ponti tra gli stracci e i cartoni. Scomparve e non se ne sentì più parlare. Poi, da qualche mese è improvvisamente ricomparso e si è rifugiato qui, sotto questo portico, vicino alla sua vecchia casa. Non dava fastidio a nessuno e, tranne me, nessuno l’aveva riconosciuto. Non parlava più, dormiva quasi sempre e si agitava nel sonno, lamentandosi. Chissà quali sogni o quali incubi lo tormentavano, non lo sapremo mai.
La “scientifica” aveva terminato le sue foto e i suoi controlli. Il medico legale, che stava esaminando il cadavere, sussultò, e tratta dalla borsa una busta di plastica trasparente vi introdusse qualcosa.
- Brigadiere! – chiamò. – Ecco qualcosa che vi potrà essere molto utile per inchiodare quegli assassini analizzandone il DNA. Evidentemente questo poveretto è riuscito a strappare una ciocca di capelli ai suoi aggressori! È strano però. Stringeva in mano questi capelli che, non solo non si sono bruciati, ma… sembrano bagnati come se fossero stati immersi nell'acqua.
L’avvocato Roberti si avvicinò e contemplò stupefatto la busta, con all'interno una lunga ciocca di capelli corvini.
- Non vi serviranno a nulla, brigadiere, – mormorò con voce rotta, mentre una grossa lacrima gli scorreva sul viso. – Quei teppisti non li ho visti bene, perché erano ancora lontani, tuttavia avevano tutti la testa rasata. Questi non sono i capelli di quei delinquenti, sono i capelli di sua moglie Elisa… la mia povera figlia morta.

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