Guido
salì con l’ascensore e scese al quinto piano. In quel palazzo di fine ‘800
l’ascensore era stato aggiunto molti anni dopo, così al sesto piano non ci
arrivava perché quello spazio era stato utilizzato per posizionarvi la cabina
con i motori e le funi. Dovette quindi salire varie rampe di scale per
raggiungere il “super-attico” di Elvira cui si accedeva da una scala laterale
del sesto pianerottolo. Elvira infatti aveva acquistato da diversi anni il
“lavatoio” in disuso del palazzo adiacente a quello dei genitori e, con l’aiuto
di un amico architetto, lo aveva trasformato in un originale appartamento, con
tramezzi che non raggiungevano l’altissimo soffitto ma creavano diversi
ambienti in un “open space” che faceva apparire grande quel piccolo spazio. Al centro,
un’elegante scala a chiocciola conduceva ad un soppalco che prendeva luce da un
abbaino; era la “zona notte”, arredata con un lettone molto basso, due comodini
e una sorta di piccolo armadio. Al piano d’ingresso, alle pareti era addossata una serie di librerie a giorno,
incredibilmente zeppe di libri di ogni genere. I pochi spazi liberi dai libri
ospitavano antiche tele ad olio in cornici dorate, regali dei suoi genitori.
Sul fondo l’architetto aveva ricavato un vano cucina, allargandosi, con una struttura
in vetro e alluminio, sulla ampia terrazza da cui si godeva lo splendido
panorama della città.
Le scale, percorse velocemente, lo portarono
dinanzi alla porta col fiato corto e, per non farsi vedere ansimante, Guido
attese qualche minuto prima di suonare il campanello.
Elvira lo accolse con un largo sorriso. Erano
amici ormai da tanti anni; per lui Elvira era una persona assolutamente
speciale. Se ne era innamorato già nell’adolescenza, quando si sentiva mancare
il terreno sotto i piedi perché, scomparsa la madre, fondamento suo e di tutta
la famiglia, il padre aveva pensato bene di trasferirsi a Roma dove vivevano i
suoi fratelli. Il fatto è che, andando nella grande città, Guido aveva perso
tutti i punti di riferimento e le
amicizie che si era costruito fino allora; nella nuova scuola andava malissimo,
gli insegnanti, e soprattutto i compagni di classe, lo avevano accolto come
fosse un selvaggio idiota, lo avevano completamente isolato non facendo mancare
battute velenose al suo indirizzo.
Nel tentativo di fargli recuperare l’handicap
scolastico, la sorella del padre che, vedova e senza figli, si era presa cura
di quelli del fratello, lo aveva perciò indirizzato da Elvira, che allora era
una studentessa universitaria di lettere ed esibiva già una solida preparazione
culturale, affinché lo assistesse nelle materie principali.
Elvira era maggiore di lui di sette anni, era
una ragazzona bionda con gli occhi di cielo, un cuore materno e una grande
capacità di rapportarsi ai più giovani. Guido le si era aggrappato mentalmente
e lei lo aveva sostenuto con forza e determinazione, rianimandolo e
resuscitandone l’autostima vacillante.
Col suo aiuto Guido si era lentamente ripreso,
anche nel suo cammino scolastico. Aveva dovuto combattere con la famiglia che,
spaventata dei cattivi risultati del primo trimestre, voleva ritirarlo dal
ginnasio per iscriverlo a qualche istituto tecnico, ritenuto più semplice da
affrontare. Con la tigna che lo contraddistingueva e l’appoggio morale di
Elvira si era messo sotto come un pazzo, recuperando quello che pareva
impossibile e infine, sia pure con qualche defaillance riparata a settembre,
aveva conseguito la licenza ginnasiale. Il supporto delle lezioni di Elvira si
era protratto poi negli anni successivi, fino agli esami di maturità, e in quel
frattempo il loro rapporto era maturato, sempre in termini di confidenza e
affetto reciproco, ma restando sempre dentro i limiti di una corretta amicizia,
e molte volte si erano visti anche fuori, per uno spettacolo teatrale, per un
cinema o una pizza.
Nel frattempo Elvira aveva conseguito la laurea
“magna cum laude” e Guido vi aveva contribuito con piacere, compiendo numerosi
viaggi in copisteria per dettare alla dattilografa la tesi che Elvira andava
compilando a mano con quella sua terribile, quasi illeggibile, calligrafia alla
quale lui era ormai avvezzo.
Agli esami di maturità di Guido, agli orali,
egli avrebbe rifiutato la presenza di chiunque, familiare o amico che fosse, ma
accettò di buon grado quella di Elvira, che abitando vicino alla sua scuola,
aveva voluto assistere, per confortarlo in un impegno che a quell'epoca veniva
vissuto da tutti gli studenti con un patos particolare, anche perché gli esami
non prevedevano sconti: commissione esterna, quattro scritti ed esami orali di
tutte le materie, ginnastica inclusa, con corposi riferimenti dell’intero
triennio. A parte la classica deficienza in greco, dove però Guido riuscì
inaspettatamente a cavarsela, il giovane temeva l’esame di “Storia dell’arte”,
materia che aveva sempre trascurato, considerandola “secondaria” e che veniva
ora sottoposta al giudizio di un giovane professorino che pareva alquanto
pignolo e aveva già dato qualche dispiacere ai suoi compagni di classe.
La sala d’esame era stata ricavata in un
corridoio (la grande palestra quel giorno ospitava le commissioni di matematica
e scienze) con la cattedra parallela alla lunga parete e qualche banco,
riservato agli studenti in attesa e i loro eventuali accompagnatori, allocato
sulla parete di fronte, sostanzialmente molto vicino alla cattedra.
Guido prese posto sulla sedia di legno in fronte
al prof, quasi tremante e con le mani sudatissime, non certo per il caldo che
pure era intenso in quel mese di luglio, mentre Elvira, che in quell'occasione indossava una leggera gonnellina dai colori sfumati e una camiciola scollata,
rimaneva seduta nel banco antistante. Il
seggiolino basso e le lunghe gambe accavallate consentivano,
casualmente, una generosa vista delle sue grazie e gli occhi del professore ne
furono repentinamente calamitati. Il prof aprì a caso il libro e pose la
domanda: la riforma dei Carracci. Se
c’era qualcosa che Guido non aveva neppure ripassato era proprio quella; era
per giunta una delle forme d’arte che più gli erano rimaste sgradite e decise
di affidarsi all’arrampicata sugli
specchi, secondo l’antica regola che vuole che si dica qualunque cosa,
evitando la scena muta a tutti i costi. Fortuna volle che l’attenzione del
professore fosse sempre più centrata sulle cosce di Elvira e quindi non prestasse nessuna
attenzione a ciò che l’esaminando stesse dicendo.
Elvira, che tra l’altro aveva ormai una
personale esperienza di insegnamento, si era accorta sia del suo terrore che
dell’occhieggio dell’insegnante. Come raccontò lei stessa: “ero diventata rossa come un peperone ma mi
accorsi che tu sembravi prossimo alla morte e decisi di fare fino in fondo la
puttana, cambiando posizione e allargando le gambe per offrire un panorama
completo”. Guido nel frattempo sciorinava un po’ a vanvera una messe di
parole: le vaste campiture cromatiche, i
soggetti allegorici, le influenze raffaellesche e tutto un repertorio di
banalità che, se ascoltato con attenzione, non avrebbe tratto in inganno
nemmeno un analfabeta ma il prof si aggiustò col dito il colletto sudaticcio,
distolse un attimo lo sguardo magnetizzato per porgerlo al suo esaminando e
disse: “molto bene! Può accomodarsi”.
Dopo la maturità i loro contatti si erano un po’
diradati: non c’era più la scusa delle lezioni private, Guido era molto
impegnato negli studi universitari ed Elvira vagava per tutta la provincia tra
supplenze e incarichi annuali. Prima di ottenere una cattedra le occorsero
diversi anni. Nel frattempo in Italia accadeva di tutto: il ’68, gli anni di
piombo e il Vietnam che, pur essendo una questione fuori dai nostri confini,
incideva profondamente sulla vita pubblica e gli eventi interni della penisola
come pure, contemporaneamente, teneva banco la rivoluzione culturale cinese. In
quegli anni Elvira coltivò la sua passione per i viaggi, passione strettamente
correlata al suo spirito libero e profondamente Bohemien. Lasciò presto la casa
paterna e si affittò un appartamentino in Trastevere che arredò in armonia col
suo carattere: con poca e semplice mobilia dispersa tra una marea di libri.
Solo sul finire degli anni ‘60 le capitò l’occasione di acquistare il
“lavatoio” che trasformò nel “superattico” già descritto. Nei suoi viaggi in
Inghilterra, in Francia e in Germania si abbandonò a vari flirt, cosa non
difficile col suo fisico e quel misterioso fascino che la caratterizzava, ma
non volle mai stabilire legami fissi con nessuno dei personaggi conosciuti. Il
legame matrimoniale era fuori dai suoi canoni esistenziali: un po’ aderiva alle
posizioni femministe che si affermavano particolarmente in quegli anni e forse
ancora di più temeva di non possedere quelle caratteristiche di devozione a un
compagno che sarebbero necessarie allo scopo.
Nel frattempo i contatti con Guido si erano sì
diradati ma senza mai estinguersi. In qualche modo un filo li aveva tenuti
sempre legati. Guido cercava la sua anima gemella senza successo, passando di
delusione in delusione, e, nei momenti di sconforto cercava Elvira che trovava
sempre puntuale ad ascoltare le sue storie, e quel semplice, morbido, rapporto,
se pure non risolveva le questioni gli dava tuttavia ogni volta una rinnovata
carica vitale.
Una sera di primavera Guido era andato a
prenderla con l’auto di suo padre e avevano fatto insieme una piccola gita
fuori città, si erano fermati in un bar a sorbire un gelato e presero la via
del ritorno quando già cominciava ad annottare. Giunti a casa di Elvira si
sedettero sul divano a sorbire un bicchierino di whiskey. Guido viveva sempre
quegli incontri come un nirvana che lo teneva sospeso fuori dalla realtà. Senza
una precisa intenzione, in uno slancio di affetto passò un braccio sopra la
spalla di Elvira e la tirò a se stringendola sul suo petto. Si aspettava di
essere dolcemente respinto, dato che lei non lo avrebbe mai voluto mortificare,
e questo lo sapeva bene, ma la cosa andò diversamente. Elvira rispose
prontamente all'invito implicito e lo baciò appassionatamente; prese una mano
di Guido e la pilotò sotto il reggiseno
mentre iniziava a sbottonarsi i vestiti. Guido fu preso dal panico. Quella cosa
era volata tante volte nelle sue fantasie segrete che avrebbe dovuto toccare il
cielo con un dito, invece sentì dentro di se un’ansia mai provata prima:
sentiva che tutta la sua virilità lo aveva abbandonato di colpo; l’ansia da
prestazione era oltre i limiti del possibile, capiva che avrebbe fatto una
pessima figura, non era assolutamente in grado in quel momento di soddisfare le
aspettative della donna e cercò la salvezza nella fuga pur di non affrontare un
insuccesso plateale con colei che sentiva
così vicina ai suoi sentimenti. La fermò quindi mentendo di sentirsi
male, di sentirsi anche impreparato e aver bisogno di tornare a casa sua.
Ovviamente lei ci restò di sasso: pensò di averla fatta grossa, di avere
equivocato la situazione e di non essere per niente gradita. Non sapeva più
come scusarsi e la cosa non faceva che accentuare la mortificazione che Guido
stava vivendo ma non ebbe il coraggio di dire la verità e si allontanò con
poche parole di ringraziamento per la bella serata che suonarono a entrambi
false e inopportune quali in effetti erano.
Tornato a casa, guido si sentì terribilmente
frastornato: temeva di scoprirsi improvvisamente impotente o forse era
omosessuale e non lo sapeva? E come diavolo la metteva adesso con una donna che
in cuor suo aveva sempre desiderato ed ora aveva offeso e colpito mortalmente nell'orgoglio?
Questi pensieri gli martellavano nella mente ma
non trovava una soluzione. Passato qualche giorno di dubbi e sofferenze, prese
l’iniziativa di scrivere una lettera a Elvira. Tutta la verità non si sentì di
dirla, era troppo per il suo orgoglio, ma cercò di trovare le parole più adatte
per confortare la ragazza e soprattutto per reclamare il suo bisogno e la ferma
volontà di conservare il loro rapporto di amicizia. Di più al momento non si sentiva
di chiedere nel timore di non avere a sua volta nulla da offrire che non fosse quell'affetto che oggettivamente sentiva.
Elvira quell'anno aveva un incarico
d’insegnamento in un liceo umbro. Passati un paio di giorni Guido ricevette un
“espresso” da Città di Castello. In una lunga lettera Elvira esprimeva tutti i
suoi timori di aver rovinato il loro rapporto, si scusava più volte
incolpandosi di aver combinato un pasticcio e gli chiedeva un incontro nei due
giorni che avrebbe trascorsi a Roma. Guido accettò di cuore e ci fu un incontro
quasi surreale dato che nessuno dei due sapeva veramente cosa dire per cui
conclusero che sarebbero andati avanti cancellando dalla mente quell'episodio che venne catalogato come la conseguenza di un bicchierino di troppo. Elvira,
consolata per l’assoluzione che Guido le aveva garantito, ripartì per l’Umbria
dove in quei giorni doveva fungere da accompagnatrice di studenti liceali per
una gita scolastica.
Quella gita fu inaspettatamente un elemento
determinante per gran parte della sua vita futura. Nel gruppo infatti c’era
anche Paolo, un ragazzone dotato di viva intelligenza, colto ed eclettico, che
però quell'anno appariva distratto e svogliato e rischiava di concludere l’anno
con un insuccesso. Elvira, che si era fatta un , punto d’onore di riuscire a
recuperare il ragazzo, aveva finito col concedersi a un livello di confidenza
che a chiunque sarebbe apparso fuori luogo, trattandosi di un rapporto tra
docente e discepolo. Fatto sta che sia per l’indubbia avvenenza di Paolo sia
per l’intrinseco bisogno d’amore della prof quella gita fu galeotta e i due si
trovarono immersi in una difficile storia d’amore. Difficile non solo per il
rapporto funzionale quanto pure per gli undici anni di differenza tra i due,
ben di più di quelli che la separavano da Guido.
La relazione che era nata fu tenuta inizialmente
segreta, solo Guido ne fu messo al corrente, più che altro per mantenere il
loro rapporto su un piano di lealtà, ma questi, pur nutrendo in cuor suo
sentimenti di gelosia misti allo scetticismo sulla situazione, non se la sentì
di unirsi al coro di dissenso che certamente ne sarebbe scaturito e si mise in
attesa degli eventi, anche perché non avrebbe saputo in che ruolo proporsi.
Egli quindi si indirizzò altrove. Le faccende all'università si complicavano per via delle intemperie politiche seguenti alla
formazione del Movimento Studentesco che, dopo il ’69 erano sfociate in
continue manifestazioni con scontri e scorrerie di gruppi estremisti che
avevano reso instabile e precario il corso di lezioni, esami e laboratori e lui
si era ritrovato tagliato fuori da una burocrazia che lo aveva bloccato al
primo biennio: una empasse che avrebbe potuto superare solo con l’approvazione
di un nuovo piano di studi ma per poterlo fare doveva comunque aspettare un
anno perché il senato accademico desse il benestare. In quella pausa forzata
riprese quindi a frequentare i vecchi compagni di scuola, quelli che si erano
inseriti nella classe negli anni del liceo provenendo da altre città o altri istituti,
anche loro isolati dal gruppo “storico” della classe e gli unici con cui aveva
potuto stringere dei rapporti di amicizia vera. Tra questi c’era una tale
Luciana che aveva fatto coppia con Roberto, già compagno di banco di Guido, la
quale, avendo una pletora di cugine in “età da marito”, cercava sempre di
coinvolgere gli amici nelle festicciole che queste organizzavano nelle
rispettive case. Luciana, notato che Guido in quel periodo appariva triste e
costernato, lo invitava con particolare insistenza, col pretesto di farlo
distrarre dai cupi pensieri che lo opprimevano. Guido accettava quegli inviti
ma evitava come la morte le noiosissime cugine di Luciana; cercava sempre di
individuare una qualunque altra figura femminile che apparisse “scompagnata” e
con quella tentava di risolvere la serata, con un po’ di conversazione,
barzellette, qualche giro di ballo e, normalmente, nient’altro.
Fu ad una di queste noiose feste che incontrò
una moretta senza accompagnatore che stava assaggiando con aria compiaciuta le
tartine che sarebbero state offerte agli ospiti.
“Quanto magni!” Esclamò Guido, afferrando a sua
volta una pizzetta. Non era certo un grande esordio ma lei si girò e,
guardandolo fisso con quel volto sorridente che bene esprimeva la sua innata cordialità,
rispose semplicemente: “quanto te”.
Rossella, questo era il suo nome, era un’amica della padrona di casa,
aveva passato tutto il pomeriggio a preparare con lei quel rinfresco e ne stava
saggiando il risultato prima che tutti si riversassero nella sala.
Guido scoppiò a ridere e la ragazza rise con
lui. Fu allora che rimase folgorato da quegli occhi intelligenti e vivissimi
che parevano penetrarlo per rubargli ogni pensiero. La invitò quindi ad un
ballo, e poi a tutti i successivi. Conversarono tutta la sera di tutto e di
niente, lui, preoccupato del proprio aspetto che lo faceva apparire molto più
giovane di quanto non fosse, pose subito sul piatto la sua età, meravigliandosi
che lei l’avesse azzeccata al primo colpo e scoprì così che Rossella, che
pareva una studentessa delle medie, era più grande di lui di quattro anni e
lavorava già da quando aveva appena 14 anni. Ballando Guido la stringeva a se e
lei non si sottrasse neppure a un ballo guancia a guancia. Sentì che tutta la
virilità perduta stava tornando, c’era qualcosa di magico in quell'incontro ma
la festa finì verso le dieci di sera, come avveniva allora in tutte le famiglie
borghesi, e si salutarono così, senza alcun seguito. Rossella fu riaccompagnata
a casa dal fratello venuto a prenderla.
Il giorno dopo Guido e Luciana si telefonarono.
“Beh, com'è andata?” - chiese Luciana – “mi sembra che ti sia divertito”. Guido
le parlò di Rossella: “ho incontrato una creatura dolcissima”.
“Bene, vi rivedrete?”
“Non credo, non so come fare”
“Non le hai chiesto il telefono?”
“No”
Luciana rimase basita. Con la efficienza che la
contraddistingueva fece un rapido giro di telefonate, ottenne il numero
dell’ufficio di Rossella e lo comunicò immediatamente a Guido, ingiungendogli
perentoriamente di chiamarla, pena inimmaginabili punizioni che gli avrebbe
inflitto.
Guido era sostanzialmente un timido, inoltre non
si era ancora liberato del tutto dei suoi fantasmi e lasciò passare un altro
paio di giorni prima di decidersi a fare quel numero.
“Pronto, buongiorno, vorrei parlare con la
signorina Rossella…”
“Sono io Guido”.
Certamente a Rossella era già stato comunicato
l’interessamento di Guido ma lui rimase ugualmente stupito che una segretaria
che riceve decine di telefonate al giorno potesse riconoscere una voce,
alterata dal telefono, dopo due sole parole. In seguito si sarebbe reso conto
che quella era solo una delle molte doti innate di quella persona, una donna
capace di leggere l’anima di chiunque in pochi istanti e senza mai sbagliare.
Rossella faceva un orario di lavoro lunghissimo
in una ditta privata ed era impegnata fino al sabato, quindi si dettero un
appuntamento per la domenica che fu la prima di una serie interminabile di
domeniche. Negli altri giorni si telefonavano nel dopo cena e restavano a parlare
a lungo senza curarsi del fastidio dei familiari, innervositi dall'indisponibilità dell’apparecchio.
La ragazza, prossima ormai alla trentina, era,
come si diceva allora, illibata. A quei tempi questa era considerata ancora una
dote da tenere in serbo per il matrimonio e, appartenendo ad una famiglia del
tutto tradizionalista, Rossella si abbandonava volentieri a quello che con
termine inglese si chiama petting ma
non consentiva di andare oltre. Guido da una parte era cosciente del valore che
la verginità assumeva in quei tempi per una donna e dall'altra sentiva ancora
il bisogno di consolidare la fiducia nella propria virilità che andava sempre
più confermandosi man mano che la confidenza e la familiarità con Rossella
progredivano, quindi evitava sempre di forzare la mano, anche quando
l’eccitazione era al culmine e suggeriva prepotentemente di andare oltre. Passò
così oltre un anno. Guido era indietro con l’università e pur coltivando
intenzioni matrimoniali voleva conseguire la laurea prima di impegnarsi nel
formare una famiglia. Rossella era incerta: tra la fiducia che l’amore per
Guido le ispirava e i dubbi derivanti dalla differenza di età e dalla ritrosia
di lui a fare presentazioni in famiglia, motivata appunto dalla impossibilità
di dare al momento una qualsiasi indicazione sulla data di possibili nozze,
scelse la prima e si affidò. Fu così che un giorno, al culmine di una serata di
baci e carezze intime, emise un lapidario: “ma sì, chissenefrega” e accolse il
suo partner in un rapporto completo. Fu per entrambi un’esperienza calda,
esaltante, meravigliosa. Quello che Rossella non seppe mai è che in quell'occasione la verginità la avevano persa in due, o forse lo intuì ma non
disse mai nulla.
Passarono ancora molti
mesi e, quando finalmente Guido vide la sua laurea in dirittura di arrivo,
presentò Rossella a suo padre. Temeva quell’incontro perché supponeva che
nascessero obiezioni per il fatto che la giovane non aveva titoli di studio
superiori ed era figlia di un modesto artigiano, ma il genitore fu invece
subito conquistato dalla spontaneità limpida della “fanciulla”, la cui
esistenza gli era nota fino a quel momento solo per via delle interminabili
telefonate del figlio, e la accolse con affetto e simpatia. Confortato dal
risultato, Guido si presentò anche ai genitori di lei e la cosa prese i
connotati della ufficialità.
Per ritardi burocratici
e complicazioni nella stesura della tesi passò ancora un altro anno prima che
potessero decidere una data per il matrimonio. Nel frattempo Guido la volle presentare
anche ad Elvira alla quale chiese di fargli da testimone di nozze.
Elvira in quegli anni
aveva seguito una personale evoluzione esistenziale, fuori dai canoni comuni.
Al termine di quell'anno scolastico in Umbria, aveva accolto a casa sua Paolo, l’allievo
di cui si era innamorata, e si era dedicata anima e corpo a lui. Consumando le
sue giornate fra la scuola di mattina e le lezioni private fino a tarda sera,
gli aveva pagato le non piccole spese della facoltà di medicina cui si era
iscritto, privandosi pure di ore di sonno per stimolarlo e aiutarlo negli
studi, fino alla compilazione della tesi, e poi nella specializzazione. Paolo
si era dimostrato abile e diligente; gli studi fatti lo appassionavano ed era
sinceramente grato alla sua mecenate con la quale condivideva casa, cibo e
letto ma evidentemente, col passare degli anni, l’ardore dei primi tempi si era
attenuato.
Guido conduceva ormai
una tranquilla vita familiare con la sua sposa. Si erano sposati subito dopo la
sua laurea ed era passato oltre un anno prima che lui trovasse un rapporto di
lavoro stabile. Nel frattempo Rossella aveva lasciato il vecchio impiego per un
posto ministeriale che le consentiva di avere più tempo da dedicare alla
famiglia. La retribuzione era molto modesta e, essendo lei la sola a percepire
un reddito, per molti mesi avevano stretto la cinghia ma quando, dopo poco più
di un anno, Guido ottenne il posto di ricercatore le cose cambiarono
notevolmente.
Nel suo campo Guido
aveva un certo geniaccio e pian piano si stava svezzando dal suo ricercatore di
riferimento: quello con cui aveva preparato la tesi di laurea, uno molto in
gamba ma autoritario e con il viziaccio di voler determinare tutto lui,
compresa la vita privata dei suoi collaboratori. Per ottenere una maggiore
autonomia Guido coltivava il rapporto con il direttore del centro, uno
scienziato anziano di chiara fama e molto attivo su tutti i fronti. Nell'ambiente si era conquistato la fama di persona seria, precisa e affidabile
e questo gli consentiva di eseguire anche consulenze e perizie private, il che
gli permetteva di condurre una vita più agiata.
Aveva già più di cinque anni di anzianità di
lavoro quando dovette prendere in carico una giovane laureanda che voleva
svolgere una tesi sperimentale. Guido aveva in programma una ricerca originale
e rivoluzionaria nel suo campo per cui una mano in più sarebbe tornata utile ma
aveva molti dubbi sulla possibilità di ottenere una buona collaborazione con
una persona del tutto digiuna dell’argomento e per di più con una preparazione
culturale completamente diversa. Comunque si mise subito al lavoro, curando in
primo luogo la preparazione teorica che riteneva indispensabile, conscio che
riversare in poco tempo le conoscenze e le esperienze di molti anni di lavoro
fosse un’impresa tutt'altro che facile.
Clelia, questo era il nome della ragazza, era
una bella giovane, con un corpo scultoreo modellato, oltre che da madre
Natura, dalla sua passione: la danza. A
prima vista quel mantello di capelli biondi non sembrava nato per la scienza e
probabilmente questa prima impressione di Guido traspariva, sicché si fece
subito evidente una posizione sulla difensiva di Clelia che da buona femminista
non accettava un atteggiamento da lei considerato discriminatorio. Fu forse
anche questa la molla che la spinse a mettersi sotto con un impegno
straordinario che, con l’insegnamento di Guido, che era dotato di una buona
chiarezza espositiva, la portò a padroneggiare l’argomento in un tempo molto
più breve di quanto il suo mentore non prevedesse. Anche nella pratica
strumentale mostrò una attitudine particolare e Guido capovolse rapidamente
quel frettoloso giudizio iniziale e non poté impedirsi di restarne conquistato:
tutte le manifestazioni di ingegno lo colpivano nel profondo, in più Clelia aveva
anche un consistente fascino fisico del quale era consapevole e compiaciuta.
Anche lei nel frattempo doveva aver cambiato il suo giudizio: la cura con cui
Guido accompagnava il suo operato e la simpatia che si era creata fra loro
stimolava una sempre maggiore confidenza fino a far entrare il loro rapporto in
una dimensione giocosa e affettuosa al tempo stesso. Nelle pause di lavoro si
sfidarono a compilare versi in metrica e rima: l’uno scriveva una strofa e
l’altra ne faceva una di seguito. Con questo strano espediente letterario
finirono col confessarsi i reciproci sentimenti.
Il seguito fu tutto un crescendo rossiniano:
Clelia appariva pazza d’amore, al punto che non riuscivano più a dare di se
un’immagine di normalità ma finirono nei pettegolezzi di tutto l’istituto.
Guido cercava di porre un argine a tanta esuberanza ma in fondo se ne lusingava
e lo faceva con scarsa convinzione. Finì col trovarsi talmente preso e
condizionato da quel rapporto da non riuscire più a concepire di poter vivere
senza. Sull'altro piatto della bilancia c’era il suo amore per Rossella. A lei
non avrebbe mai rinunciato, si trovava nell'assurda situazione di amare due
donne contemporaneamente, non era una forma di pigrizia mentale o di furberia,
era amore vero per entrambe anche se quello per Clelia si esprimeva con una
passionalità diversa, di una intensità mai provata prima. In quel rapporto
pareva essere entrato un elemento soprannaturale di magia, talmente forte che
riusciva ormai difficile distinguere i pensieri delle due persone che
sembravano marciare all'unisono, come per una forma di telepatia.
Elvira fu la sola ad essere messa al corrente
della nuova situazione che si era creata. Guido, come sempre, cercava in lei
appoggio e comprensione ma ella reagì in modo molto diverso dalle sue
aspettative: lo mise al corrente di come Rossella fosse in angoscia per dubbi e
sospetti relativi a quei cambiamenti di comportamento di cui Guido non si
rendeva conto del tutto. Rossella le aveva telefonato più volte, angosciata per
i timori sulla stabilità del suo matrimonio; come poteva Guido illudersi che
una donna con tale capacità intuitiva, una che ti legge dentro senza che tu
abbia aperto bocca, non si fosse resa conto di nulla?
Elvira lo redarguì che tornasse “sulla retta
via”, bruciando senza appello la pretesa di Guido di tenere le due relazioni
sullo stesso piano. Non credeva nell'amore di Clelia, la considerava anzi una
poco di buono.
Quella volta Guido si allontanò deluso e
scornato: no, Elvira non lo capiva più e forse, in fondo, era pure gelosa.
Con Clelia portò a termine un importante lavoro
di ricerca che fu presentato a Parigi in un congresso mondiale con notevoli
apprezzamenti. Quello stesso anno la ragazza si laureò con ottimi voti e rimase
come volontaria nel laboratorio di Guido. Passarono così un paio di anni che
per Giulio furono Inferno e Paradiso ma la cosa giunse poi inaspettatamente e
dolorosamente a termine.
Fu Clelia a rompere l’incanto, rivolgendo le sue
attenzioni verso un collega fermamente odiato da Giulio.
A Giulio parve di impazzire. La perdita di quell'amore era certo in primo piano ma ciò che più lo angosciava era il fatto
di conoscere quel tristo individuo per la sua falsità e sostanziale immoralità.
Cercò di dissuadere Clelia da quell'errore e di contrastare quella tresca con
tutte le sue forze ma ogni sua iniziativa fu rigettata, vista semplicemente come il vano agitarsi della sua
gelosia. Clelia bevve fino in fondo quel calice e solo dopo capì la mostruosità
del suo errore, quando si trovò sputtanata per tutto l’istituto dal dottor
Cuccioni che si beava di spargere in giro i racconti particolareggiati dei loro
amplessi, riferendoli a tutti i colleghi e godendo nel poter mostrare di avere
aggiunto una conquista al suo carniere e oltraggiato un collega delle cui
capacità era stato sempre invidioso.
Contemporaneamente anche per Elvira si consumava
un amaro finale. Paolo, l’amore cui aveva sacrificato tanti anni della sua
esistenza, la aveva abbandonata. Giunto ormai a un certo livello di
affermazione professionale, divenuto Aiuto ospedaliero e apprezzato
gastroenterologo, si era staccato dalla “anziana” amante ed era andato a
convivere con una giovane collega cardiologa. La cosa non era avvenuta all'improvviso: c’erano stati ritorni e ripensamenti legati più che altro alla
riconoscenza che Paolo sentiva verso Elvira ma ormai la cosa aveva assunto un
carattere definitivo.
Entrò dunque in quella mansarda così familiare e
rassicurante per il suo animo e portò un affettuoso abbraccio ad Elvira.
Rossella sapeva che si sarebbe fermato a cena dall'amica ed era a casa
tranquilla, conosceva l’affetto del marito per Elvira e di lei si fidava.
Certamente auspicava che la comune amica potesse lenire lo sconforto del marito
trovando le parole e gli argomenti adatti. Lei aveva capito tutto e aveva
sinceramente condiviso la sua sofferenza. Non si era compiaciuta dell’uscita di
scena della rivale, con la sua profonda capacità di leggere l’anima delle
persone, e ancora più quella delle persone amate, capiva che Guido stava attraversando
uno dei periodi più bui e sconsolati della vita: aveva passato la notte ad
asciugarne le lacrime, gli era rimasta vicino in silenzio, senza rimproveri né
compiacimenti; aveva rispettato il suo dolore senza proporsi inopportunamente
come rimedio, e Guido la aveva compresa. Anche lui beneficiava, sia pure in
minor misura, di un sesto senso che gli faceva comprendere le parole non dette
di chi gli era vicino ed ora sentiva tutto il vuoto dentro di sé e il peso del
dolore inflitto agli altri.
Non era per quello però che era andato da Elvira
quella sera. Dei suoi guai ne aveva già parlato con lei e non voleva rievocarli
perché Elvira era sempre stata contro quella relazione e, almeno in quel caso,
non avrebbe tratto conforto dalle sue parole. No, Guido questa volta era li con
un ruolo del tutto speculare: aveva capito che Elvira stava a sua volta vivendo
una situazione di dolore immenso, un senso di fallimento dell’intera esistenza
e lo sconforto di chi si avvia verso la stagione della decadenza fisica senza
nessuno con cui condividere le ore della vita quotidiana, i desideri, i sogni,
le speranze. Nel tumulto della sua vita passata si era sempre occupata degli
altri, aveva anche rinunciato all'idea di avere dei figli propri ed ora tutto
questo le pesava come un macigno sul cuore. Quella sera perciò Guido cercava di
non pensare alle sue pene d’amore: voleva far sentire a Elvira tutta la sua
vicinanza e quell'affetto che in tanti anni non si era mai corrotto. Lei conosceva i suoi gusti e preparò un piatto
di pennette al salmone seguito da
medaglioni di filetto con patatine, il tutto innaffiato da un fresco
vinello dei castelli. Dopo cena si sedettero a parlare sul divano sorbendo un
caffè fortissimo come usava prepararlo lei che
anzi, nel suo, aggiungeva pure un cucchiaino di Nescafè solubile, per
renderlo ancora più corposo e lo accompagnò con le sue immancabili Gauloises di
cui faceva un consumo continuo.
Guido la cinse con le braccia accostando la
guancia alla sua ed Elvira si abbandonò ad un lunghissimo, profondo bacio.
Questa volta Guido non poteva sottrarsi: le
giovanili incertezze erano ormai scomparse e negarsi adesso sarebbe stata una
pugnalata che Elvira non meritava. Salirono quindi la scala a chiocciola e si
amarono su quel letto, sotto la strana finestra sul tetto che brillava sotto un
cielo di stelle.
“Dimmi che ami solo me, che ami solo me”
Ripeteva Elvira al limite dell’orgasmo.
Sono quelle frasi senza consistenza che spesso
accompagnano i rapporti amorosi. Che costava dirlo? Guido però non ne fu
capace.
“Sai quanto ti voglio bene!” le rispose, e non
aggiunse altro.
Non poteva fare troppo tardi, sarebbe parso
strano a Rossella, quindi si rivestì con cura e si congedò con un bacio,
promettendo che si sarebbe fatto vivo presto.
In effetti non lasciò passare molto tempo prima
di chiamarla al telefono ma talora non ebbe risposta, altre volte lei gli
rispose ma accampando pretesti per non riceverlo. Guido non capiva e cominciò a
restarci male, così passarono vari mesi in cui non ci fu alcun contatto.
Erano passati circa sei mesi da quell'incontro quando una sera Guido andò a rispondere al telefono. Era il dottor Paolo.
“Guido, debbo darti una brutta notizia” - esordì
Paolo – “Elvira non c’è più”.
Elvira era stata colpita da una forma leucemica
particolarmente maligna e non aveva voluto che nessuno assistesse al suo
progressivo declino. Solo Paolo era stato ammesso al suo fianco e la aveva
assistita fino alla fine. Adesso, a esequie avvenute, faceva un giro di
telefonate per avvertire i suoi ultimi amici.
di Anonimo
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