lunedì 22 giugno 2020

ELVIRA




Guido salì con l’ascensore e scese al quinto piano. In quel palazzo di fine ‘800 l’ascensore era stato aggiunto molti anni dopo, così al sesto piano non ci arrivava perché quello spazio era stato utilizzato per posizionarvi la cabina con i motori e le funi. Dovette quindi salire varie rampe di scale per raggiungere il “super-attico” di Elvira cui si accedeva da una scala laterale del sesto pianerottolo. Elvira infatti aveva acquistato da diversi anni il “lavatoio” in disuso del palazzo adiacente a quello dei genitori e, con l’aiuto di un amico architetto, lo aveva trasformato in un originale appartamento, con tramezzi che non raggiungevano l’altissimo soffitto ma creavano diversi ambienti in un “open space” che faceva apparire grande quel piccolo spazio. Al centro, un’elegante scala a chiocciola conduceva ad un soppalco che prendeva luce da un abbaino; era la “zona notte”, arredata con un lettone molto basso, due comodini e una sorta di piccolo armadio. Al piano d’ingresso, alle pareti  era addossata una serie di librerie a giorno, incredibilmente zeppe di libri di ogni genere. I pochi spazi liberi dai libri ospitavano antiche tele ad olio in cornici dorate, regali dei suoi genitori. Sul fondo l’architetto aveva ricavato un vano cucina, allargandosi, con una struttura in vetro e alluminio, sulla ampia terrazza da cui si godeva lo splendido panorama della città.
Le scale, percorse velocemente, lo portarono dinanzi alla porta col fiato corto e, per non farsi vedere ansimante, Guido attese qualche minuto prima di suonare il campanello.
Elvira lo accolse con un largo sorriso. Erano amici ormai da tanti anni; per lui Elvira era una persona assolutamente speciale. Se ne era innamorato già nell’adolescenza, quando si sentiva mancare il terreno sotto i piedi perché, scomparsa la madre, fondamento suo e di tutta la famiglia, il padre aveva pensato bene di trasferirsi a Roma dove vivevano i suoi fratelli. Il fatto è che, andando nella grande città, Guido aveva perso tutti i punti di riferimento e le amicizie che si era costruito fino allora; nella nuova scuola andava malissimo, gli insegnanti, e soprattutto i compagni di classe, lo avevano accolto come fosse un selvaggio idiota, lo avevano completamente isolato non facendo mancare battute velenose al suo indirizzo.
Nel tentativo di fargli recuperare l’handicap scolastico, la sorella del padre che, vedova e senza figli, si era presa cura di quelli del fratello, lo aveva perciò indirizzato da Elvira, che allora era una studentessa universitaria di lettere ed esibiva già una solida preparazione culturale, affinché lo assistesse nelle materie principali.
Elvira era maggiore di lui di sette anni, era una ragazzona bionda con gli occhi di cielo, un cuore materno e una grande capacità di rapportarsi ai più giovani. Guido le si era aggrappato mentalmente e lei lo aveva sostenuto con forza e determinazione, rianimandolo e resuscitandone l’autostima vacillante.
Col suo aiuto Guido si era lentamente ripreso, anche nel suo cammino scolastico. Aveva dovuto combattere con la famiglia che, spaventata dei cattivi risultati del primo trimestre, voleva ritirarlo dal ginnasio per iscriverlo a qualche istituto tecnico, ritenuto più semplice da affrontare. Con la tigna che lo contraddistingueva e l’appoggio morale di Elvira si era messo sotto come un pazzo, recuperando quello che pareva impossibile e infine, sia pure con qualche defaillance riparata a settembre, aveva conseguito la licenza ginnasiale. Il supporto delle lezioni di Elvira si era protratto poi negli anni successivi, fino agli esami di maturità, e in quel frattempo il loro rapporto era maturato, sempre in termini di confidenza e affetto reciproco, ma restando sempre dentro i limiti di una corretta amicizia, e molte volte si erano visti anche fuori, per uno spettacolo teatrale, per un cinema o una pizza.
Nel frattempo Elvira aveva conseguito la laurea “magna cum laude” e Guido vi aveva contribuito con piacere, compiendo numerosi viaggi in copisteria per dettare alla dattilografa la tesi che Elvira andava compilando a mano con quella sua terribile, quasi illeggibile, calligrafia alla quale lui era ormai avvezzo.
Agli esami di maturità di Guido, agli orali, egli avrebbe rifiutato la presenza di chiunque, familiare o amico che fosse, ma accettò di buon grado quella di Elvira, che abitando vicino alla sua scuola, aveva voluto assistere, per confortarlo in un impegno che a quell'epoca veniva vissuto da tutti gli studenti con un patos particolare, anche perché gli esami non prevedevano sconti: commissione esterna, quattro scritti ed esami orali di tutte le materie, ginnastica inclusa, con corposi riferimenti dell’intero triennio. A parte la classica deficienza in greco, dove però Guido riuscì inaspettatamente a cavarsela, il giovane temeva l’esame di “Storia dell’arte”, materia che aveva sempre trascurato, considerandola “secondaria” e che veniva ora sottoposta al giudizio di un giovane professorino che pareva alquanto pignolo e aveva già dato qualche dispiacere ai suoi compagni di classe.
La sala d’esame era stata ricavata in un corridoio (la grande palestra quel giorno ospitava le commissioni di matematica e scienze) con la cattedra parallela alla lunga parete e qualche banco, riservato agli studenti in attesa e i loro eventuali accompagnatori, allocato sulla parete di fronte, sostanzialmente molto vicino alla cattedra.
Guido prese posto sulla sedia di legno in fronte al prof, quasi tremante e con le mani sudatissime, non certo per il caldo che pure era intenso in quel mese di luglio, mentre Elvira, che in quell'occasione indossava una leggera gonnellina dai colori sfumati e una camiciola scollata, rimaneva seduta nel banco antistante. Il  seggiolino basso e le lunghe gambe accavallate consentivano, casualmente, una generosa vista delle sue grazie e gli occhi del professore ne furono repentinamente calamitati. Il prof aprì a caso il libro e pose la domanda: la riforma dei Carracci. Se c’era qualcosa che Guido non aveva neppure ripassato era proprio quella; era per giunta una delle forme d’arte che più gli erano rimaste sgradite e decise di affidarsi all’arrampicata sugli specchi, secondo l’antica regola che vuole che si dica qualunque cosa, evitando la scena muta a tutti i costi. Fortuna volle che l’attenzione del professore fosse sempre più centrata sulle cosce  di Elvira e quindi non prestasse nessuna attenzione a ciò che l’esaminando stesse dicendo.
Elvira, che tra l’altro aveva ormai una personale esperienza di insegnamento, si era accorta sia del suo terrore che dell’occhieggio dell’insegnante. Come raccontò lei stessa: “ero diventata rossa come un peperone ma mi accorsi che tu sembravi prossimo alla morte e decisi di fare fino in fondo la puttana, cambiando posizione e allargando le gambe per offrire un panorama completo”. Guido nel frattempo sciorinava un po’ a vanvera una messe di parole: le vaste campiture cromatiche, i soggetti allegorici, le influenze raffaellesche e tutto un repertorio di banalità che, se ascoltato con attenzione, non avrebbe tratto in inganno nemmeno un analfabeta ma il prof si aggiustò col dito il colletto sudaticcio, distolse un attimo lo sguardo magnetizzato per porgerlo al suo esaminando e disse: “molto bene! Può accomodarsi”.
Dopo la maturità i loro contatti si erano un po’ diradati: non c’era più la scusa delle lezioni private, Guido era molto impegnato negli studi universitari ed Elvira vagava per tutta la provincia tra supplenze e incarichi annuali. Prima di ottenere una cattedra le occorsero diversi anni. Nel frattempo in Italia accadeva di tutto: il ’68, gli anni di piombo e il Vietnam che, pur essendo una questione fuori dai nostri confini, incideva profondamente sulla vita pubblica e gli eventi interni della penisola come pure, contemporaneamente, teneva banco la rivoluzione culturale cinese. In quegli anni Elvira coltivò la sua passione per i viaggi, passione strettamente correlata al suo spirito libero e profondamente Bohemien. Lasciò presto la casa paterna e si affittò un appartamentino in Trastevere che arredò in armonia col suo carattere: con poca e semplice mobilia dispersa tra una marea di libri. Solo sul finire degli anni ‘60 le capitò l’occasione di acquistare il “lavatoio” che trasformò nel “superattico” già descritto. Nei suoi viaggi in Inghilterra, in Francia e in Germania si abbandonò a vari flirt, cosa non difficile col suo fisico e quel misterioso fascino che la caratterizzava, ma non volle mai stabilire legami fissi con nessuno dei personaggi conosciuti. Il legame matrimoniale era fuori dai suoi canoni esistenziali: un po’ aderiva alle posizioni femministe che si affermavano particolarmente in quegli anni e forse ancora di più temeva di non possedere quelle caratteristiche di devozione a un compagno che sarebbero necessarie allo scopo.
Nel frattempo i contatti con Guido si erano sì diradati ma senza mai estinguersi. In qualche modo un filo li aveva tenuti sempre legati. Guido cercava la sua anima gemella senza successo, passando di delusione in delusione, e, nei momenti di sconforto cercava Elvira che trovava sempre puntuale ad ascoltare le sue storie, e quel semplice, morbido, rapporto, se pure non risolveva le questioni gli dava tuttavia ogni volta una rinnovata carica vitale.
Una sera di primavera Guido era andato a prenderla con l’auto di suo padre e avevano fatto insieme una piccola gita fuori città, si erano fermati in un bar a sorbire un gelato e presero la via del ritorno quando già cominciava ad annottare. Giunti a casa di Elvira si sedettero sul divano a sorbire un bicchierino di whiskey. Guido viveva sempre quegli incontri come un nirvana che lo teneva sospeso fuori dalla realtà. Senza una precisa intenzione, in uno slancio di affetto passò un braccio sopra la spalla di Elvira e la tirò a se stringendola sul suo petto. Si aspettava di essere dolcemente respinto, dato che lei non lo avrebbe mai voluto mortificare, e questo lo sapeva bene, ma la cosa andò diversamente. Elvira rispose prontamente all'invito implicito e lo baciò appassionatamente; prese una mano di  Guido e la pilotò sotto il reggiseno mentre iniziava a sbottonarsi i vestiti. Guido fu preso dal panico. Quella cosa era volata tante volte nelle sue fantasie segrete che avrebbe dovuto toccare il cielo con un dito, invece sentì dentro di se un’ansia mai provata prima: sentiva che tutta la sua virilità lo aveva abbandonato di colpo; l’ansia da prestazione era oltre i limiti del possibile, capiva che avrebbe fatto una pessima figura, non era assolutamente in grado in quel momento di soddisfare le aspettative della donna e cercò la salvezza nella fuga pur di non affrontare un insuccesso plateale con colei che sentiva  così vicina ai suoi sentimenti. La fermò quindi mentendo di sentirsi male, di sentirsi anche impreparato e aver bisogno di tornare a casa sua. Ovviamente lei ci restò di sasso: pensò di averla fatta grossa, di avere equivocato la situazione e di non essere per niente gradita. Non sapeva più come scusarsi e la cosa non faceva che accentuare la mortificazione che Guido stava vivendo ma non ebbe il coraggio di dire la verità e si allontanò con poche parole di ringraziamento per la bella serata che suonarono a entrambi false e inopportune quali in effetti erano.
Tornato a casa, guido si sentì terribilmente frastornato: temeva di scoprirsi improvvisamente impotente o forse era omosessuale e non lo sapeva? E come diavolo la metteva adesso con una donna che in cuor suo aveva sempre desiderato ed ora aveva offeso e colpito mortalmente nell'orgoglio?
Questi pensieri gli martellavano nella mente ma non trovava una soluzione. Passato qualche giorno di dubbi e sofferenze, prese l’iniziativa di scrivere una lettera a Elvira. Tutta la verità non si sentì di dirla, era troppo per il suo orgoglio, ma cercò di trovare le parole più adatte per confortare la ragazza e soprattutto per reclamare il suo bisogno e la ferma volontà di conservare il loro rapporto di amicizia. Di più al momento non si sentiva di chiedere nel timore di non avere a sua volta nulla da offrire che non fosse quell'affetto che oggettivamente sentiva.
Elvira quell'anno aveva un incarico d’insegnamento in un liceo umbro. Passati un paio di giorni Guido ricevette un “espresso” da Città di Castello. In una lunga lettera Elvira esprimeva tutti i suoi timori di aver rovinato il loro rapporto, si scusava più volte incolpandosi di aver combinato un pasticcio e gli chiedeva un incontro nei due giorni che avrebbe trascorsi a Roma. Guido accettò di cuore e ci fu un incontro quasi surreale dato che nessuno dei due sapeva veramente cosa dire per cui conclusero che sarebbero andati avanti cancellando dalla mente quell'episodio che venne catalogato come la conseguenza di un bicchierino di troppo. Elvira, consolata per l’assoluzione che Guido le aveva garantito, ripartì per l’Umbria dove in quei giorni doveva fungere da accompagnatrice di studenti liceali per una gita scolastica.
Quella gita fu inaspettatamente un elemento determinante per gran parte della sua vita futura. Nel gruppo infatti c’era anche Paolo, un ragazzone dotato di viva intelligenza, colto ed eclettico, che però quell'anno appariva distratto e svogliato e rischiava di concludere l’anno con un insuccesso. Elvira, che si era fatta un , punto d’onore di riuscire a recuperare il ragazzo, aveva finito col concedersi a un livello di confidenza che a chiunque sarebbe apparso fuori luogo, trattandosi di un rapporto tra docente e discepolo. Fatto sta che sia per l’indubbia avvenenza di Paolo sia per l’intrinseco bisogno d’amore della prof quella gita fu galeotta e i due si trovarono immersi in una difficile storia d’amore. Difficile non solo per il rapporto funzionale quanto pure per gli undici anni di differenza tra i due, ben di più di quelli che la separavano da Guido.
La relazione che era nata fu tenuta inizialmente segreta, solo Guido ne fu messo al corrente, più che altro per mantenere il loro rapporto su un piano di lealtà, ma questi, pur nutrendo in cuor suo sentimenti di gelosia misti allo scetticismo sulla situazione, non se la sentì di unirsi al coro di dissenso che certamente ne sarebbe scaturito e si mise in attesa degli eventi, anche perché non avrebbe saputo in che ruolo proporsi.
Egli quindi si indirizzò altrove. Le faccende all'università si complicavano per via delle intemperie politiche seguenti alla formazione del Movimento Studentesco che, dopo il ’69 erano sfociate in continue manifestazioni con scontri e scorrerie di gruppi estremisti che avevano reso instabile e precario il corso di lezioni, esami e laboratori e lui si era ritrovato tagliato fuori da una burocrazia che lo aveva bloccato al primo biennio: una empasse che avrebbe potuto superare solo con l’approvazione di un nuovo piano di studi ma per poterlo fare doveva comunque aspettare un anno perché il senato accademico desse il benestare. In quella pausa forzata riprese quindi a frequentare i vecchi compagni di scuola, quelli che si erano inseriti nella classe negli anni del liceo provenendo da altre città o altri istituti, anche loro isolati dal gruppo “storico” della classe e gli unici con cui aveva potuto stringere dei rapporti di amicizia vera. Tra questi c’era una tale Luciana che aveva fatto coppia con Roberto, già compagno di banco di Guido, la quale, avendo una pletora di cugine in “età da marito”, cercava sempre di coinvolgere gli amici nelle festicciole che queste organizzavano nelle rispettive case. Luciana, notato che Guido in quel periodo appariva triste e costernato, lo invitava con particolare insistenza, col pretesto di farlo distrarre dai cupi pensieri che lo opprimevano. Guido accettava quegli inviti ma evitava come la morte le noiosissime cugine di Luciana; cercava sempre di individuare una qualunque altra figura femminile che apparisse “scompagnata” e con quella tentava di risolvere la serata, con un po’ di conversazione, barzellette, qualche giro di ballo e, normalmente, nient’altro.
Fu ad una di queste noiose feste che incontrò una moretta senza accompagnatore che stava assaggiando con aria compiaciuta le tartine che sarebbero state offerte agli ospiti.
“Quanto magni!” Esclamò Guido, afferrando a sua volta una pizzetta. Non era certo un grande esordio ma lei si girò e, guardandolo fisso con quel volto sorridente che bene esprimeva la sua innata cordialità, rispose semplicemente: “quanto te”.  Rossella, questo era il suo nome, era un’amica della padrona di casa, aveva passato tutto il pomeriggio a preparare con lei quel rinfresco e ne stava saggiando il risultato prima che tutti si riversassero nella sala.
Guido scoppiò a ridere e la ragazza rise con lui. Fu allora che rimase folgorato da quegli occhi intelligenti e vivissimi che parevano penetrarlo per rubargli ogni pensiero. La invitò quindi ad un ballo, e poi a tutti i successivi. Conversarono tutta la sera di tutto e di niente, lui, preoccupato del proprio aspetto che lo faceva apparire molto più giovane di quanto non fosse, pose subito sul piatto la sua età, meravigliandosi che lei l’avesse azzeccata al primo colpo e scoprì così che Rossella, che pareva una studentessa delle medie, era più grande di lui di quattro anni e lavorava già da quando aveva appena 14 anni. Ballando Guido la stringeva a se e lei non si sottrasse neppure a un ballo guancia a guancia. Sentì che tutta la virilità perduta stava tornando, c’era qualcosa di magico in quell'incontro ma la festa finì verso le dieci di sera, come avveniva allora in tutte le famiglie borghesi, e si salutarono così, senza alcun seguito. Rossella fu riaccompagnata a casa dal fratello venuto a prenderla.
Il giorno dopo Guido e Luciana si telefonarono. “Beh, com'è andata?” - chiese Luciana – “mi sembra che ti sia divertito”. Guido le parlò di Rossella: “ho incontrato una creatura dolcissima”.
“Bene, vi rivedrete?”
“Non credo, non so come fare”
“Non le hai chiesto il telefono?”
“No”
Luciana rimase basita. Con la efficienza che la contraddistingueva fece un rapido giro di telefonate, ottenne il numero dell’ufficio di Rossella e lo comunicò immediatamente a Guido, ingiungendogli perentoriamente di chiamarla, pena inimmaginabili punizioni che gli avrebbe inflitto.
Guido era sostanzialmente un timido, inoltre non si era ancora liberato del tutto dei suoi fantasmi e lasciò passare un altro paio di giorni prima di decidersi a fare quel numero.
“Pronto, buongiorno, vorrei parlare con la signorina Rossella…”
“Sono io Guido”.
Certamente a Rossella era già stato comunicato l’interessamento di Guido ma lui rimase ugualmente stupito che una segretaria che riceve decine di telefonate al giorno potesse riconoscere una voce, alterata dal telefono, dopo due sole parole. In seguito si sarebbe reso conto che quella era solo una delle molte doti innate di quella persona, una donna capace di leggere l’anima di chiunque in pochi istanti e senza mai sbagliare.
Rossella faceva un orario di lavoro lunghissimo in una ditta privata ed era impegnata fino al sabato, quindi si dettero un appuntamento per la domenica che fu la prima di una serie interminabile di domeniche. Negli altri giorni si telefonavano nel dopo cena e restavano a parlare a lungo senza curarsi del fastidio dei familiari, innervositi dall'indisponibilità dell’apparecchio.
La ragazza, prossima ormai alla trentina, era, come si diceva allora, illibata. A quei tempi questa era considerata ancora una dote da tenere in serbo per il matrimonio e, appartenendo ad una famiglia del tutto tradizionalista, Rossella si abbandonava volentieri a quello che con termine inglese si chiama petting ma non consentiva di andare oltre. Guido da una parte era cosciente del valore che la verginità assumeva in quei tempi per una donna e dall'altra sentiva ancora il bisogno di consolidare la fiducia nella propria virilità che andava sempre più confermandosi man mano che la confidenza e la familiarità con Rossella progredivano, quindi evitava sempre di forzare la mano, anche quando l’eccitazione era al culmine e suggeriva prepotentemente di andare oltre. Passò così oltre un anno. Guido era indietro con l’università e pur coltivando intenzioni matrimoniali voleva conseguire la laurea prima di impegnarsi nel formare una famiglia. Rossella era incerta: tra la fiducia che l’amore per Guido le ispirava e i dubbi derivanti dalla differenza di età e dalla ritrosia di lui a fare presentazioni in famiglia, motivata appunto dalla impossibilità di dare al momento una qualsiasi indicazione sulla data di possibili nozze, scelse la prima e si affidò. Fu così che un giorno, al culmine di una serata di baci e carezze intime, emise un lapidario: “ma sì, chissenefrega” e accolse il suo partner in un rapporto completo. Fu per entrambi un’esperienza calda, esaltante, meravigliosa. Quello che Rossella non seppe mai è che in quell'occasione la verginità la avevano persa in due, o forse lo intuì ma non disse mai nulla.
Passarono ancora molti mesi e, quando finalmente Guido vide la sua laurea in dirittura di arrivo, presentò Rossella a suo padre. Temeva quell’incontro perché supponeva che nascessero obiezioni per il fatto che la giovane non aveva titoli di studio superiori ed era figlia di un modesto artigiano, ma il genitore fu invece subito conquistato dalla spontaneità limpida della “fanciulla”, la cui esistenza gli era nota fino a quel momento solo per via delle interminabili telefonate del figlio, e la accolse con affetto e simpatia. Confortato dal risultato, Guido si presentò anche ai genitori di lei e la cosa prese i connotati della ufficialità.
Per ritardi burocratici e complicazioni nella stesura della tesi passò ancora un altro anno prima che potessero decidere una data per il matrimonio. Nel frattempo Guido la volle presentare anche ad Elvira alla quale chiese di fargli da testimone di nozze.
Elvira in quegli anni aveva seguito una personale evoluzione esistenziale, fuori dai canoni comuni. Al termine di quell'anno scolastico in Umbria, aveva accolto a casa sua Paolo, l’allievo di cui si era innamorata, e si era dedicata anima e corpo a lui. Consumando le sue giornate fra la scuola di mattina e le lezioni private fino a tarda sera, gli aveva pagato le non piccole spese della facoltà di medicina cui si era iscritto, privandosi pure di ore di sonno per stimolarlo e aiutarlo negli studi, fino alla compilazione della tesi, e poi nella specializzazione. Paolo si era dimostrato abile e diligente; gli studi fatti lo appassionavano ed era sinceramente grato alla sua mecenate con la quale condivideva casa, cibo e letto ma evidentemente, col passare degli anni, l’ardore dei primi tempi si era attenuato.
Guido conduceva ormai una tranquilla vita familiare con la sua sposa. Si erano sposati subito dopo la sua laurea ed era passato oltre un anno prima che lui trovasse un rapporto di lavoro stabile. Nel frattempo Rossella aveva lasciato il vecchio impiego per un posto ministeriale che le consentiva di avere più tempo da dedicare alla famiglia. La retribuzione era molto modesta e, essendo lei la sola a percepire un reddito, per molti mesi avevano stretto la cinghia ma quando, dopo poco più di un anno, Guido ottenne il posto di ricercatore le cose cambiarono notevolmente.
Nel suo campo Guido aveva un certo geniaccio e pian piano si stava svezzando dal suo ricercatore di riferimento: quello con cui aveva preparato la tesi di laurea, uno molto in gamba ma autoritario e con il viziaccio di voler determinare tutto lui, compresa la vita privata dei suoi collaboratori. Per ottenere una maggiore autonomia Guido coltivava il rapporto con il direttore del centro, uno scienziato anziano di chiara fama e molto attivo su tutti i fronti. Nell'ambiente si era conquistato la fama di persona seria, precisa e affidabile e questo gli consentiva di eseguire anche consulenze e perizie private, il che gli permetteva di condurre una vita più agiata.
Aveva già più di cinque anni di anzianità di lavoro quando dovette prendere in carico una giovane laureanda che voleva svolgere una tesi sperimentale. Guido aveva in programma una ricerca originale e rivoluzionaria nel suo campo per cui una mano in più sarebbe tornata utile ma aveva molti dubbi sulla possibilità di ottenere una buona collaborazione con una persona del tutto digiuna dell’argomento e per di più con una preparazione culturale completamente diversa. Comunque si mise subito al lavoro, curando in primo luogo la preparazione teorica che riteneva indispensabile, conscio che riversare in poco tempo le conoscenze e le esperienze di molti anni di lavoro fosse un’impresa tutt'altro che facile.
Clelia, questo era il nome della ragazza, era una bella giovane, con un corpo scultoreo modellato, oltre che da madre Natura,  dalla sua passione: la danza. A prima vista quel mantello di capelli biondi non sembrava nato per la scienza e probabilmente questa prima impressione di Guido traspariva, sicché si fece subito evidente una posizione sulla difensiva di Clelia che da buona femminista non accettava un atteggiamento da lei considerato discriminatorio. Fu forse anche questa la molla che la spinse a mettersi sotto con un impegno straordinario che, con l’insegnamento di Guido, che era dotato di una buona chiarezza espositiva, la portò a padroneggiare l’argomento in un tempo molto più breve di quanto il suo mentore non prevedesse. Anche nella pratica strumentale mostrò una attitudine particolare e Guido capovolse rapidamente quel frettoloso giudizio iniziale e non poté impedirsi di restarne conquistato: tutte le manifestazioni di ingegno lo colpivano nel profondo, in più Clelia aveva anche un consistente fascino fisico del quale era consapevole e compiaciuta. Anche lei nel frattempo doveva aver cambiato il suo giudizio: la cura con cui Guido accompagnava il suo operato e la simpatia che si era creata fra loro stimolava una sempre maggiore confidenza fino a far entrare il loro rapporto in una dimensione giocosa e affettuosa al tempo stesso. Nelle pause di lavoro si sfidarono a compilare versi in metrica e rima: l’uno scriveva una strofa e l’altra ne faceva una di seguito. Con questo strano espediente letterario finirono col confessarsi i reciproci sentimenti.
Il seguito fu tutto un crescendo rossiniano: Clelia appariva pazza d’amore, al punto che non riuscivano più a dare di se un’immagine di normalità ma finirono nei pettegolezzi di tutto l’istituto. Guido cercava di porre un argine a tanta esuberanza ma in fondo se ne lusingava e lo faceva con scarsa convinzione. Finì col trovarsi talmente preso e condizionato da quel rapporto da non riuscire più a concepire di poter vivere senza. Sull'altro piatto della bilancia c’era il suo amore per Rossella. A lei non avrebbe mai rinunciato, si trovava nell'assurda situazione di amare due donne contemporaneamente, non era una forma di pigrizia mentale o di furberia, era amore vero per entrambe anche se quello per Clelia si esprimeva con una passionalità diversa, di una intensità mai provata prima. In quel rapporto pareva essere entrato un elemento soprannaturale di magia, talmente forte che riusciva ormai difficile distinguere i pensieri delle due persone che sembravano marciare all'unisono, come per una forma di telepatia.
Elvira fu la sola ad essere messa al corrente della nuova situazione che si era creata. Guido, come sempre, cercava in lei appoggio e comprensione ma ella reagì in modo molto diverso dalle sue aspettative: lo mise al corrente di come Rossella fosse in angoscia per dubbi e sospetti relativi a quei cambiamenti di comportamento di cui Guido non si rendeva conto del tutto. Rossella le aveva telefonato più volte, angosciata per i timori sulla stabilità del suo matrimonio; come poteva Guido illudersi che una donna con tale capacità intuitiva, una che ti legge dentro senza che tu abbia aperto bocca, non si fosse resa conto di nulla?
Elvira lo redarguì che tornasse “sulla retta via”, bruciando senza appello la pretesa di Guido di tenere le due relazioni sullo stesso piano. Non credeva nell'amore di Clelia, la considerava anzi una poco di buono.
Quella volta Guido si allontanò deluso e scornato: no, Elvira non lo capiva più e forse, in fondo, era pure gelosa.
Con Clelia portò a termine un importante lavoro di ricerca che fu presentato a Parigi in un congresso mondiale con notevoli apprezzamenti. Quello stesso anno la ragazza si laureò con ottimi voti e rimase come volontaria nel laboratorio di Guido. Passarono così un paio di anni che per Giulio furono Inferno e Paradiso ma la cosa giunse poi inaspettatamente e dolorosamente a termine.
Fu Clelia a rompere l’incanto, rivolgendo le sue attenzioni verso un collega fermamente odiato da Giulio.
A Giulio parve di impazzire. La perdita di quell'amore era certo in primo piano ma ciò che più lo angosciava era il fatto di conoscere quel tristo individuo per la sua falsità e sostanziale immoralità. Cercò di dissuadere Clelia da quell'errore e di contrastare quella tresca con tutte le sue forze ma ogni sua iniziativa fu rigettata, vista  semplicemente come il vano agitarsi della sua gelosia. Clelia bevve fino in fondo quel calice e solo dopo capì la mostruosità del suo errore, quando si trovò sputtanata per tutto l’istituto dal dottor Cuccioni che si beava di spargere in giro i racconti particolareggiati dei loro amplessi, riferendoli a tutti i colleghi e godendo nel poter mostrare di avere aggiunto una conquista al suo carniere e oltraggiato un collega delle cui capacità era stato sempre invidioso.
Contemporaneamente anche per Elvira si consumava un amaro finale. Paolo, l’amore cui aveva sacrificato tanti anni della sua esistenza, la aveva abbandonata. Giunto ormai a un certo livello di affermazione professionale, divenuto Aiuto ospedaliero e apprezzato gastroenterologo, si era staccato dalla “anziana” amante ed era andato a convivere con una giovane collega cardiologa. La cosa non era avvenuta all'improvviso: c’erano stati ritorni e ripensamenti legati più che altro alla riconoscenza che Paolo sentiva verso Elvira ma ormai la cosa aveva assunto un carattere definitivo.
Entrò dunque in quella mansarda così familiare e rassicurante per il suo animo e portò un affettuoso abbraccio ad Elvira. Rossella sapeva che si sarebbe fermato a cena dall'amica ed era a casa tranquilla, conosceva l’affetto del marito per Elvira e di lei si fidava. Certamente auspicava che la comune amica potesse lenire lo sconforto del marito trovando le parole e gli argomenti adatti. Lei aveva capito tutto e aveva sinceramente condiviso la sua sofferenza. Non si era compiaciuta dell’uscita di scena della rivale, con la sua profonda capacità di leggere l’anima delle persone, e ancora più quella delle persone amate, capiva che Guido stava attraversando uno dei periodi più bui e sconsolati della vita: aveva passato la notte ad asciugarne le lacrime, gli era rimasta vicino in silenzio, senza rimproveri né compiacimenti; aveva rispettato il suo dolore senza proporsi inopportunamente come rimedio, e Guido la aveva compresa. Anche lui beneficiava, sia pure in minor misura, di un sesto senso che gli faceva comprendere le parole non dette di chi gli era vicino ed ora sentiva tutto il vuoto dentro di sé e il peso del dolore inflitto agli altri.
Non era per quello però che era andato da Elvira quella sera. Dei suoi guai ne aveva già parlato con lei e non voleva rievocarli perché Elvira era sempre stata contro quella relazione e, almeno in quel caso, non avrebbe tratto conforto dalle sue parole. No, Guido questa volta era li con un ruolo del tutto speculare: aveva capito che Elvira stava a sua volta vivendo una situazione di dolore immenso, un senso di fallimento dell’intera esistenza e lo sconforto di chi si avvia verso la stagione della decadenza fisica senza nessuno con cui condividere le ore della vita quotidiana, i desideri, i sogni, le speranze. Nel tumulto della sua vita passata si era sempre occupata degli altri, aveva anche rinunciato all'idea di avere dei figli propri ed ora tutto questo le pesava come un macigno sul cuore. Quella sera perciò Guido cercava di non pensare alle sue pene d’amore: voleva far sentire a Elvira tutta la sua vicinanza e quell'affetto che in tanti anni non si era mai corrotto.  Lei conosceva i suoi gusti e preparò un piatto di pennette al salmone seguito da  medaglioni di filetto con patatine, il tutto innaffiato da un fresco vinello dei castelli. Dopo cena si sedettero a parlare sul divano sorbendo un caffè fortissimo come usava prepararlo lei che  anzi, nel suo, aggiungeva pure un cucchiaino di Nescafè solubile, per renderlo ancora più corposo e lo accompagnò con le sue immancabili Gauloises di cui faceva un consumo continuo.
Guido la cinse con le braccia accostando la guancia alla sua ed Elvira si abbandonò ad un lunghissimo, profondo bacio.
Questa volta Guido non poteva sottrarsi: le giovanili incertezze erano ormai scomparse e negarsi adesso sarebbe stata una pugnalata che Elvira non meritava. Salirono quindi la scala a chiocciola e si amarono su quel letto, sotto la strana finestra sul tetto che brillava sotto un cielo di stelle.
“Dimmi che ami solo me, che ami solo me” Ripeteva Elvira al limite dell’orgasmo.
Sono quelle frasi senza consistenza che spesso accompagnano i rapporti amorosi. Che costava dirlo? Guido però non ne fu capace.
“Sai quanto ti voglio bene!” le rispose, e non aggiunse altro.
Non poteva fare troppo tardi, sarebbe parso strano a Rossella, quindi si rivestì con cura e si congedò con un bacio, promettendo che si sarebbe fatto vivo presto.
In effetti non lasciò passare molto tempo prima di chiamarla al telefono ma talora non ebbe risposta, altre volte lei gli rispose ma accampando pretesti per non riceverlo. Guido non capiva e cominciò a restarci male, così passarono vari mesi in cui non ci fu alcun contatto.
Erano passati circa sei mesi da quell'incontro quando una sera Guido andò a rispondere al telefono. Era il dottor Paolo.
“Guido, debbo darti una brutta notizia” - esordì Paolo – “Elvira non c’è più”.
Elvira era stata colpita da una forma leucemica particolarmente maligna e non aveva voluto che nessuno assistesse al suo progressivo declino. Solo Paolo era stato ammesso al suo fianco e la aveva assistita fino alla fine. Adesso, a esequie avvenute, faceva un giro di telefonate per avvertire i suoi ultimi amici.

di Anonimo


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