mercoledì 1 luglio 2020

Dorotea


L’antiquato telefono squillava e squillava, sempre più insistente. Dorotea si riscosse dalla sonnolenza che l’aveva invasa. Allungò una mano verso il tavolino che affiancava la sedia a dondolo sulla quale si era appollaiata. Il ricevitore, che a stento i suoi occhietti miopi e tracomatosi riuscivano a individuare, cercò di sfuggire alla sua presa, traballando, ma infine riuscì a ghermirlo e a portarlo all'orecchio.
«Signora, la chiamo per conto della società telefonica Telealbachiara, abbiamo una interessante proposta commerciale…»
La vecchia scaraventò il ricevitore verso l’apparecchio, ma lo mancò, e questo cadde in terra trascinandosi appresso il resto del telefono ed il centrino sul quale era poggiato.
Che vita di merda! Sempre sola, sempre sola. Anni ed anni passati a vangare la terra mi hanno spezzato la schiena. Un marito, violento ed ubriacone, mi ha sempre massacrata di botte e finalmente, grazie a Dio, è crepato. Un figlio che, quando è cresciuto, ha seguito le orme del padre e, dopo avermi spremuto ogni piccolo risparmio, mi ha rinchiuso in un miserabile ospizio dal quale, a stento, sono riuscita a fuggire. Chissà dove si trova adesso, spero che lo abbiano sbattuto in qualche galera. Ma che fine ha fatto la mia unica amica che non vedo e che non sento?
Si alzò a stento, dolorante, allontanò con un calcio il telefono sul quale stava per inciampare. A tentoni, sorreggendosi a fatica con un bastone, cercò la ciotola nella quale versava sempre il cibo per la sua amica Mirì. Era piena, ed era il terzo giorno che la trovava sempre piena.
Come mai non mangia? Che stia male? Lo so è vecchia anche lei, ormai ha più di vent'anni ma è l’unica compagna che mi è rimasta e che mi vuole bene. Com'è dolce quando si accoccola su di me, mi riscalda con il suo tepore e mi conforta con il suo tenero miagolio e con le sue fusa, ma dove sarà finita? Questi miei poveri occhi non ci vedono più e quella specie di medico che, sbuffando, mi ha visitata ha detto che non c’è nulla da fare.
«Mirì, Mirì, tesoro, dove sei? Mirì, fatti sentire, perché non mi rispondi?»
La vecchia, traballando e ansimando, si aggirò, aggrappata al suo bastone, per tutte le tre stanze di quella fatiscente casupola ingombra di scatoloni vuoti, di mobili decrepiti e di una quantità di inservibili arnesi vari lasciatile in eredità dai diversi lavori, iniziati e mai completati, dagli inutili uomini della sua vita. Non fu la vista ma l’olfatto a guidarla in un angolo dove, seminascosto dietro uno sgabello, giaceva il corpicino del gatto che iniziava a decomporsi. Disperata, e indifferente al cattivo odore, raccolse quel mucchietto di pelo e se lo strinse al petto, mentre numerose lacrime, delle quali da tempo aveva dimenticato l’esistenza, le solcavano il viso insinuandosi tra le rughe.
«Amore mio, mio unico bene, mia sola e adorata compagna, anche tu mi hai lasciato! Ma non temere, io non ti lascerò finire in un mucchio di spazzatura, gettata in qualche discarica, e fatta a brani dai topi e dal becco dei gabbiani. Ti seppellirò nel cimitero dietro la Chiesa, in terra consacrata, insieme con gli altri esseri umani che, nella vita, sono certamente stati meno umani di te.»
Faticosamente, rischiando più volte di cadere in terra, Dorotea rintracciò una piccola vanga seminascosta tra un immenso ammasso di roba inutile. Con il corpicino della gatta stretto al suo petto e usando la vanga come un bastone, uscì di casa, si recò nel piccolo cimitero dietro la Chiesa e, rintracciato un verde angolo erboso, depose il suo fardello e iniziò a scavare.
«Che cazzo stai facendo vecchia pazza?» Tuonò l’urlo del sagrestano, un uomo minuscolo e rinsecchito ma dotato di una gran voce. «Qquesto è un sacro luogo per il sonno degli esseri umani e non una discarica di rifiuti per quella schifosa bestia puzzolente! Vattene di corsa prima che ti prenda a calci. Penserò io a gettare quello schifo nella spazzatura!»
Dorotea riuscì a stento a vedere, vicino a sé, la sagoma del sagrestano. La furia repressa conseguente alle tante minacce, agli insulti ed alle percosse che la violenza degli uomini aveva sempre afflitto la sua vita, le fece affluire il sangue nelle vene e i muscoli nelle braccia. Sollevò di scatto la pala e colpì di taglio il collo dell’uomo che cade esanime, inondando la terra di sangue.
Calma e decisa la donna riprese a scavare la tomba per la propria gatta.



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