Una grande azienda aveva deciso di espandersi: acquistato il terreno in una zona collinare della vecchia Napoli, erano iniziati i lavori della nuova sede che doveva diventare un enorme edificio a forma di ferro di cavallo che avrebbe ospitato nei propri uffici circa duemila persone.
Nell'antichità su quel terreno si ergeva un monastero, del quale ormai non restava che qualche pietra. Gli scavi per costruire le fondamenta del palazzo erano durate a lungo, e furono messi in opera pesanti macchinari e decine e decine di tecnici e di operai.
Gaetano era uno di questi ultimi: era uno scalcinato muratore di modeste capacità, tuttavia la sua assunzione si era resa utile per evitare che la costruzione di quell'edificio subisse ostacoli o ritardi. Si trattava di un necessario contributo dovuto a alcune potenti e non meglio identificate organizzazioni.
Dopo pochi anni, terminata la costruzione, Gaetano era rimasto al lavoro con la non meglio identificata mansione di guardiano, cosa del tutto inutile considerato che l’edificio, oltre ad avere un discreto numero di commessi e di uscieri, era dotato di una portineria presidiata fino a tarda ora, oltre a quattro guardie giurate che si alternavano in avvicendamenti giornalieri e notturni.
L’abitazione di Gaetano si trovava in un vicolo poco distante. Era uno squallido basso, composto da due camere semi interrate, nelle quali vivevano ammucchiate la moglie e le quattro figlie. Nella zona tutti si conoscevano e tutti erano informati sui fatti altrui. Si sapeva bene che ognuna delle tre figlie maggiori aveva dovuto ripetutamente sottostare agli appetiti del padre che continuava a comportarsi, verso la sua famiglia, come un despota levantino. La quarta figlia, Filomena, che da poco aveva compiuto quattordici anni, aveva invece un bel caratterino ribelle e non si sognava minimamente di subire le prepotenze del padre, con il quale litigava spesso, incurante degli schiaffoni che riceveva e delle raccomandazioni di sottomissione che il resto della famiglia si affrettava a darle.
Gaetano aveva quarantacinque anni, ma ne
dimostrava molti di più. Di statura media e non particolarmente robusto, aveva
un volto anonimo con il quale, senza riuscirci, si sforzava di assumere un’aria
truce e spietata. L’incipiente calvizie era mascherata da un riporto di capelli
impomatati che non mancavano di conferirgli un aspetto alquanto ridicolo.
Quando passava per il vicolo non trascurava di lanciare sguardi sdegnosi a
destra e a manca sperando di ottenere ossequiosi gesti di rispetto da parte
degli abitanti. Non era così: la gente del quartiere, che ben conosceva sia l’uomo
sia le sue immorali abitudini che erano oggetto di generale disgusto, lo
riteneva una persona da niente, in pratica un quaquaraquà.
Filomena nell'arco di pochi mesi stava diventando una splendida donna. Sembrava impossibile che da un padre insignificante e da una madre non brutta, ma del tutto mediocre, fosse potuto sbocciare un fisico statuario come quello della ragazza. Alta, formosa, con due splendidi occhi neri così penetranti che sembravano bucarti l’anima, era diventata l’orgoglio e il timore degli abitanti del quartiere che, dati i precedenti, temevano che anche e soprattutto in questo caso il padre potesse abusare di lei. Quello che la gente non poteva sapere è che l’uomo già ci aveva provato due volte senza riuscirci, e che, la seconda volta, la ragazza gli aveva puntati i piedi sul petto e l’aveva scalciato con tale violenza da scaraventarlo in terra dall'altra parte della stanza, tra lo stupore e la preoccupazione dell’intera famiglia.
Gaetano era rimasto sconvolto e inferocito: ne andava del suo prestigio e della sua autorità, ma poi aveva sghignazzato ed escogitato quello che nella sua mente bacata era un piano perfetto. La resistenza della figlia aveva accresciuto e stimolato il suo interesse e la sua volontà di domare e possedere quella bestiola ribelle. La prima cosa da fare era riconfermare e ristabilire il suo dominio, e aveva deciso di maltrattare e picchiare con maggiore frequenza sia la moglie sia le tre figlie maggiori per riaffermare la sua autorità, insegnando così a chi dovessero sottomissione e rispetto. Poi le avrebbe costrette ad aiutarlo, bloccando e tenendo ferma Filomena.
La sera in cui aveva deciso di agire, si soffermò a lungo in quella che era la sua bettola preferita del quartiere. Seduto a un tavolino iniziò a tracannare un boccale di vino. Un giovane robusto si allontanò dal bancone e gli si avvicinò sorridendo.
«Buonasera, signor Gaetano, posso offrirle un’altra bottiglia di vino? Vorrei parlarle di una cosa.»
L’uomo ridacchiò, bere ancora e gratis era un’occasione da non perdere.
«Ma certo, amico mio, siediti accanto a me. Io ti conosco, vero? Tu sei il figlio di donna Teresa la pescivendola, giusto?»
«E lei è il padre di Filomena, vero?»
«Ah ah ah, ma certo, la conosci anche tu, eh? Hai visto che bel pezzo di femmina si è fatta? E questa sera sarà la sua festa!»
«La sua festa? Non capisco, forse il compleanno?»
«Compleanno? Macché, questa sera la farò diventare donna!» Sghignazzò Gaetano, rosso in viso, e continuando a tracannare un bicchiere dietro l’altro. Poi si alzò traballando, e preso sottobraccio il giovane, che lanciò del denaro sul tavolo, si avviò verso l’uscita.
«Questa sera mi divertirò a lungo, ora ti spiego» farfugliò, completamente ubriaco, senza neanche rendersi conto di quello che stava dicendo e con chi si stava confidando.
La mattina dopo gli addetti alla nettezza urbana rinvennero, vicino al cassonetto della spazzatura, il cadavere di Gaetano con la gola tagliata.
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