Sì. Una volta lessi un libro con dei periodi lunghissimi, pochi punti e un uso sapiente di virgole e punti e virgola. Si tratta di un libro di racconti di Marco Zucchini: "La vuelta al perro" ed. Gilgamesh. Bel libro. Il titolo vuol dire in pratica 'la passeggiata del cane', che è uno dei racconti. Mai visti dei periodi così lunghi, eppure ben scritti, nella letteratura contemporanea. Quelli che dicono che il punto e virgola è morto dovrebbero leggere questo libro. Lo stile lo riconoscerei subito e infatti, a distanza di anni, lo ricordo ancora, insieme a titolo e autore.
Un altro esempio di punteggiatura riconoscibilissima, o meglio, di assenza di punteggiatura, è quella nell'ultimo capitolo dell'Ulysses di James Joyce. È il famoso monologo di Molly Bloom, oltre quaranta pagine dove troviamo due soli segni di punteggiatura in otto lunghissime frasi nelle quali Molly comincia pensando a una richiesta che il marito le ha fatto il giorno prima, per passare poi a considerazioni sui propri amanti, su di sé, sugli altri personaggi del romanzo, in un flusso incessante di idee, ricordi e sensazioni che scorrono liberamente senza pause, proprio come fanno spesso i pensieri.
L'assenza di punteggiatura rende meravigliosamente lo stream of consciousness ed è una caratteristica specifica che ci fa subito riconoscere il brano di questo autore.
OK il flusso dei pensieri, ma c'è chi ha voluto riprodurre nello scritto lo stile concitato del parlato, omettendo o limitando al massimo la punteggiatura, come fa Buzzati nell'incipit di Sciopero dei telefoni:
«Da principio udii due donne che parlavano, caso strano, di vestiti. “Niente affatto io dico i patti erano chiari lei la gonna me la doveva consegnare giovedì e adesso siamo a lunedì sera le dico e la gonna non è ancora pronta e io sa che cosa faccio, cara la mia signora Broggi io la gonna gliela lascio e se la metta lei se le accomoda!”»
C'è chi si è chiesto se la punteggiatura di un autore, considerata nella sua nudità, possa rivelarsi così distinta da tutte le altre e l'ha estrapolata dal testo, creando alcune opere entrate oramai nel Canone. Il confronto fatto da Adam J. Calhoum tra una porzione senza testo di McCarthy e una di Faulkner, per esempio, fornisce il seguente risultato:
E cosa accade, convertendo i segni in colori? Le pagine di Faulkner (a destra) diventano così:
Ma guardate un estratto da un altra opera:
Si potrebbe ben dire che la punteggiatura "dia colore" al testo? No, perché qui il testo è stato del tutto eliminato ed è la punteggiatura a farla da padrona. Ma siamo più nel campo delle sperimentazioni artistiche, che letterarie, anche se taluni autori sono riusciti a fare uso di questa tecnica di punteggiatura libera dal testo.
Hemingway per esempio ha usato a volte le virgolette con all'interno uno spazio bianco, per rappresentare un dialogo silenzioso:
« »
« »
(lo spazio ovviamente dovrebbe essere più lungo)
Per restare all’impiego di segni di punteggiatura autonomi dal testo scritto, pensiamo anche ai fumetti, dove, interni o esterni al balloon, spesso giganteschi, hanno la funzione di visualizzare metaforicamente uno stato d’animo: uno o più punti esclamativi e interrogativi indicano convenzionalmente sorpresa (!!!) o dubbio, incertezza, incomprensione (??) o (!?).
In Baricco (City, Rizzoli, 2003) troviamo i puntini tra le virgolette, a indicare il dialogo silenzioso:
«E quindi la licenzio, signorina Shell».
«Prego?»
«Sono costretto a licenziarla, signorina».
«Sul serio?»
«Mi spiace».
«…»
«…»
«…»
«…»
Giuseppe Pontiggia, nel suo L’arte della fuga, conduce la possibilità del dialogo tra segni interpuntivi ad un livello d’elaborazione ulteriore, arrivando a riempire le battute del suo dialogo con segni matematici (un chiaro intento provocatorio):
«Chi è?» domandò dietro l’uscio l’ingegnere, asciugandosi il viso.
«(+) (+ -)».
«Ah, sei tu» disse l’ingegnere. Aprì la porta.
«Stavo uscendo» aggiunse. «Mi dispiace. Questa sera devo uscire».
«(° + - +)?»
«No. Con un’altra. È una commessa dell’UPIM».
«(& ∞ ! ’’’’ + ^ +) (- ^^) ?»
«Non ancora. Ma presto».
«(^ + -) = (^ + -)».
«Grazie».
A partire dagli anni Ottanta del Novecento, è il punto a regnare sovrano, con periodi brevissimi. In Baricco troviamo anche l'assenza dei segni grafici del discorso diretto, come in Questa storia (2005):
Non so.
È una sensazione.
Sì, forse.
È quella cosa lì.
Sì.
E adesso ripensa a Butford, Elizaveta.
Butford.
Sì.
Okay, lo sto pensando.
Cosa ti sembra?
Uno schifo.
Ecco.
Paolo Giordano, invece, ne La solitudine dei numeri primi fa totalmente a meno del punto e virgola, anche se non si può dire che questo segno abbia disertato del tutto la letteratura degli ultimi anni.
-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-
Insomma, come la lingua è in continua evoluzione, così è la punteggiatura, anche se, a meno di essere già scrittori affermati, sarebbe meglio, per noi comuni mortali, attenersi alle regole generali imparate a scuola (fatta eccezione per certe "manie" delle maestre di un tempo, ma questa è un'altra storia).
Nessun commento:
Posta un commento