Sta Federico per entrare in classe
ed ecco Rocco Arena entra in cortile
con giacca nuova e scarpe lucidate.
Compagni di seconda ei passa e chiede
fatemi scorta al preside Menallo.
Il preside era dentro, in presidenza,
e Rocco allor si fece in sul portone
e fatto un gran pernacchio fuggì via.
Allor diè un urlo il preside Menallo
e chiamò i professori a parlamento.
Ed anche Rocco tenne parlamento
che certo non mancavan di coraggio
i suoi compagni. Catalan non c'era
ne Raspa c'era, e forse anche mancavan
Vecchio e Moscato, ma robusti e fieri
non mancavano gli altri, fra gli scuri
banchi di legno, negli brevi spazi
i baldi eroi tenevan parlamento
al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i bidelli.
Signori di seconda - Rocco dice
soldi di tasca fuor chiede Menallo
pur come d'uso. Fece Pasqua il lurco
con i nostri soldi ed or ritorna in caccia.
Per le sue tasche due scomunicati
compagni a tempo lor fecer raccolta.
Trasse di tasca a noi duemila lire
ma dal cranio non tolseci il cervello.
Cuccio non diede in quanto se ne frega.
Risponde Raffa: Cuccio ha cervel buono.
Signori di seconda-Rocco dice:
i professor fatto consiglio in classe
torneranno qui ancora con pretese
di sospensioni e pentimenti. Quale
volete o cari amici? O via saltare
dalle finestre riguardando indarno
o mandar messi al preside e affrontare
a fischi ed urla il gran Menallo in campo?
A fischi ed urla tuona al parlamento
a fischi ed urla il Menalloide in campo.
Or si fa innanzi il capo di Turano,
di ben cinque millimetri soverchia
Francesco e Mario a Rocco Arena intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
torreggia in mezzo al parlamento; ha in mano
una cicca. Una bruna cameriera
vieni al balcone e guarda dalla sponda.
Batte il sol nelle chiare oneste facce
ne le chiome e negli occhi risfavilla.
Parla Turano pieno di coraggio.
Vi sovvien dice il nobile Turano
tre giorni non entrammo e si scialaron
il preside gli alunni e i professori
al ritorno fu il bando: uscite o tristi
con i libri coi fogli e con le robe
i genitori vuole il professore.
E seccati tornammo al nostro alloggio
reclutammo comari e anche bifolchi.
Tornati a scuola con le madri e i padri
ci hanno trattati come cani rognosi.
Vi sovviene-dice il nobile Turano
quel giorno che eravam tutti giulivi
ancora verso noi teser la mano
dai nostri portafogli ad una ad una
volar vedemmo ben duecento lire
"per la bandiera". E al fin della ruina
tremenda ci arrivò nuova richiesta
date ancor soldi senza tante storie
dateci soldi ancor per i vetrini
soldi altri soldi vuole il professore.
Così dicendo il nobile Turano
con tutte e due le man copriasi gli occhi
e singhiozzava in mezzo al parlamento
singhiozzava e piangea come un fanciullo
ed allora per tutta la seconda
trascorse quasi un fremito di belve
da le porte, gli amici e dai banconi
pallidi, irati, con le braccia
tese, nell'ansia del momento
gridavan: non daremo più un quattrino!
Or ecco dice nobile Turano
ecco io non piango più. Venne il dì nostro,
o cari amici, e vincere bisogna
ecco io mi asciugo gli occhi e a te guardando
o preside Menallo fo sacramento
diman di sera li becchini avranno
da scavare una tomba al cimitero
e la scavi pur io - ma ognuno dice:
certo fia meglio uno più forte - il sole
nascose il volto dietro un nuvolone.
Sergio Bertoni.
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