sabato 1 ottobre 2022

La privazione della libertà

 Quando un malvivente che si è macchiato di atroci delitti è condannato a pochi anni di carcere, nasce tra la gente un senso di ribellione e ci si domanda perché il giudice non gli abbia inflitto l’ergastolo. Altrettanto spesso, però, ignoriamo il disposto e le motivazioni della sentenza e inoltre non ci rendiamo conto che nella maggioranza dei casi sono le nostre leggi, e non i magistrati che le applicano, a essere forse troppo permissive. Altrettanto spesso dimentichiamo, quanto possa essere dura e devastante la privazione della libertà specialmente in quei fortunatamente rari casi in cui a essere colpiti sono persone innocenti. Chi può dimenticare l’immensa sofferenza dell’innocente Enzo Tortora? Un’angoscia tale da condurlo a una precoce morte?

Un tempo esisteva il Centro Addestramento Reclute di Bari (C.A.R). era un gigantesco complesso di caserme con vasti spiazzi, interamente circondato da un muro alto oltre due metri. Carmelo vi giunse, dopo un lungo viaggio in treno, in una fredda mattina del 9 novembre 1957. Il cielo plumbeo e un vento gelido non sembravano di lieto auspicio per il suo arrivo. Seguirono, per lui e per i numerosi giovani che facevano parte di quello scaglione di leva, le consuete formalità di rito. Furono registrati, interrogati, sottoposti a un frettoloso controllo medico, e inviati al magazzino ove gli consegnarono la divisa, gli indumenti intimi, le armi e tutto il materiale che li avrebbe accompagnati per i diciotto mesi di ferma.

Nel C.A.R. c’era in pratica tutto il necessario per essere una struttura autosufficiente: grandi camerate con decine e decine di letti a castello, la sala mensa, una cappella, lo spaccio ove si poteva acquistare quasi ogni cosa, dal caffè ai calzini, una scuola per analfabeti, una grande palestra attrezzata, alloggi per ufficiali e sottufficiali, l’armeria, i magazzini, aule per gli insegnamenti teorici, e così via. La permanenza di Carmelo in quel luogo sarebbe durata tre mesi, in seguito sarebbe stato inviato ad altra destinazione con assegnazione all’arma cui lo Stato aveva deciso di affidarlo e dove avrebbe finalmente indossato le relative “mostrine”. Per ora l’unica cosa che era consentito portare sui baveri delle divise militari erano le “stellette” che li qualificavano membri dell’esercito italiano.

L’addestramento iniziò subito, bisognava imparare a distinguere i vari gradi di ufficiali e sottufficiali, smontare, montare e pulire il fucile che in quell’epoca era ancora l’antiquato moschetto 91/38, imparare a salutare militarmente, marciare secondo certe regole, apprendere quindi tutte quelle procedure basilari che distinguono il militare dal civile. Giunse anche il temuto giorno delle vaccinazioni. Erano tutti in fila, a torso nudo, e l’ufficiale medico munito di un’enorme siringa di vetro alla quale forse cambiava solo l’ago, (le attuali siringhe usa e getta non esistevano ancora), trapanava il petto delle reclute per immunizzarle dalle più diverse malattie.

Davanti a Carmelo, un gigantesco commilitone, alto quasi un metro e novanta, dopo l’iniezione divenne pallido come una mozzarella e piombò a terra di colpo come un tronco d’albero reciso. Era stato raccomandato a tutti di recarsi subito dopo in camerata e di mettersi a letto. Carmelo non fu dello stesso parere e si recò invece nella palestra dove fece una decina di arrampicate sulla fune per mettere in moto i pettorali e favorire la diffusione del medicinale. La febbre sopraggiunse lo stesso per un paio di giorni, come per tutti, e il petto gli si gonfiò ma non come avvenne a molti camerati alcuni dei quali esibirono un torace da fare invidia alle nostre attuali super siliconate ragazze.

Il tempo passò e le esercitazioni di ogni tipo si susseguirono, si imparò a sparare, e anche a lanciare le bombe a mano; il primo mese passò abbastanza in fretta ma nel secondo iniziò per lui una crescente sofferenza. A nessuno sarebbe stato permesso di uscire dalla caserma prima di aver imparato tutte le regole militari fondamentali, e per far questo sarebbero stati necessari almeno due mesi e mezzo.

L’immensa caserma si era stretta loro intorno come una gabbia, e sebbene Carmelo ne avesse esplorato ogni remoto angolo si sentiva soffocare come se fosse in una prigione. Desiderava sopra ogni cosa vedere qualcosa di diverso dagli edifici di pietra e dalle divise grigioverdi. Anelava la libertà e comprese per la prima volta quale supplizio potesse rappresentarne la mancanza per un detenuto. Il muro di cinta lo opprimeva, ed era così alto da risultare impenetrabile.

Un giorno scorse, poco lontano dal muro, un fusto di carburante vuoto. Riuscì faticosamente ad accostarlo al muro, vi salì sopra e… miracolo! Di fronte a lui si aprì l’infinito: vi erano campi, una casetta colonica e filari di alberi; dei contadini, uomini e donne, erano al lavoro. Una di queste, alzando gli occhi da lontano, lo vide e accennò a un saluto. Carmelo rispose calorosamente e con gioia, il mondo esterno esisteva dunque ancora, e la vita continuava! Fu così che riuscì a tirare avanti fin quando, verso la fine del terzo mese, gli fu concesso di andare in “libera uscita”.

In quell’occasione un commilitone calabrese fu “pizzicato” dalla ronda mentre salutava militarmente un gallonato portiere d’albergo, che aveva scambiato per un ufficiale, e immediatamente ricondotto in caserma. Comunque anche i tre fatidici mesi finalmente passarono e ognuno ricevette la sua assegnazione definitiva. Carmelo fu destinato al primo reggimento di artiglieria contraerea pesante di Albenga… ma nel frattempo aveva pienamente compreso quanto possa essere tragica e devastante la privazione della libertà.

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