Quando un malvivente che si è macchiato di atroci delitti è condannato a pochi anni di carcere, nasce tra la gente un senso di ribellione e ci si domanda perché il giudice non gli abbia inflitto l’ergastolo. Altrettanto spesso, però, ignoriamo il disposto e le motivazioni della sentenza e inoltre non ci rendiamo conto che nella maggioranza dei casi sono le nostre leggi, e non i magistrati che le applicano, a essere forse troppo permissive. Altrettanto spesso dimentichiamo, quanto possa essere dura e devastante la privazione della libertà specialmente in quei fortunatamente rari casi in cui a essere colpiti sono persone innocenti. Chi può dimenticare l’immensa sofferenza dell’innocente Enzo Tortora? Un’angoscia tale da condurlo a una precoce morte?
Un
tempo esisteva il Centro Addestramento Reclute di Bari (C.A.R). era un
gigantesco complesso di caserme con vasti spiazzi, interamente circondato da un
muro alto oltre due metri. Carmelo vi giunse, dopo un lungo viaggio in treno,
in una fredda mattina del 9 novembre 1957. Il cielo plumbeo e un vento gelido
non sembravano di lieto auspicio per il suo arrivo. Seguirono, per lui e per i
numerosi giovani che facevano parte di quello scaglione di leva, le consuete
formalità di rito. Furono registrati, interrogati, sottoposti a un frettoloso
controllo medico, e inviati al magazzino ove gli consegnarono la divisa, gli
indumenti intimi, le armi e tutto il materiale che li avrebbe accompagnati per
i diciotto mesi di ferma.
Nel
C.A.R. c’era in pratica tutto il necessario per essere una struttura autosufficiente:
grandi camerate con decine e decine di letti a castello, la sala mensa, una
cappella, lo spaccio ove si poteva acquistare quasi ogni cosa, dal caffè ai
calzini, una scuola per analfabeti, una grande palestra attrezzata, alloggi per
ufficiali e sottufficiali, l’armeria, i magazzini, aule per gli insegnamenti
teorici, e così via. La permanenza di Carmelo in quel luogo sarebbe durata tre
mesi, in seguito sarebbe stato inviato ad altra destinazione con assegnazione
all’arma cui lo Stato aveva deciso di affidarlo e dove avrebbe finalmente
indossato le relative “mostrine”. Per ora l’unica cosa che era consentito
portare sui baveri delle divise militari erano le “stellette” che li
qualificavano membri dell’esercito italiano.
L’addestramento
iniziò subito, bisognava imparare a distinguere i vari gradi di ufficiali e
sottufficiali, smontare, montare e pulire il fucile che in quell’epoca era ancora
l’antiquato moschetto 91/38, imparare a salutare militarmente, marciare secondo certe
regole, apprendere quindi tutte quelle procedure basilari che distinguono il
militare dal civile. Giunse anche il temuto giorno delle vaccinazioni. Erano
tutti in fila, a torso nudo, e l’ufficiale medico munito di un’enorme siringa
di vetro alla quale forse cambiava solo l’ago, (le attuali siringhe usa e getta
non esistevano ancora), trapanava il petto delle reclute per immunizzarle dalle
più diverse malattie.
Davanti
a Carmelo, un gigantesco commilitone, alto quasi un metro e novanta, dopo
l’iniezione divenne pallido come una mozzarella e piombò a terra di colpo come
un tronco d’albero reciso. Era stato raccomandato a tutti di recarsi subito
dopo in camerata e di mettersi a letto. Carmelo non fu dello stesso parere e si
recò invece nella palestra dove fece una decina di arrampicate sulla fune per
mettere in moto i pettorali e favorire la diffusione del medicinale. La febbre
sopraggiunse lo stesso per un paio di giorni, come per tutti, e il petto gli si
gonfiò ma non come avvenne a molti camerati alcuni dei quali esibirono un
torace da fare invidia alle nostre attuali super siliconate ragazze.
Il
tempo passò e le esercitazioni di ogni tipo si susseguirono, si imparò a
sparare, e anche a lanciare le bombe a mano; il primo mese passò abbastanza in
fretta ma nel secondo iniziò per lui una crescente sofferenza. A nessuno
sarebbe stato permesso di uscire dalla caserma prima di aver imparato tutte le
regole militari fondamentali, e per far questo sarebbero stati necessari almeno
due mesi e mezzo.
L’immensa
caserma si era stretta loro intorno come una gabbia, e sebbene Carmelo ne avesse
esplorato ogni remoto angolo si sentiva soffocare come se fosse in una
prigione. Desiderava sopra ogni cosa vedere qualcosa di diverso dagli edifici
di pietra e dalle divise grigioverdi. Anelava la libertà e comprese per la
prima volta quale supplizio potesse rappresentarne la mancanza per un
detenuto. Il muro di cinta lo opprimeva, ed era così alto da risultare
impenetrabile.
Un
giorno scorse, poco lontano dal muro, un fusto di carburante vuoto. Riuscì
faticosamente ad accostarlo al muro, vi salì sopra e… miracolo! Di fronte a lui
si aprì l’infinito: vi erano campi, una casetta colonica e filari di alberi; dei
contadini, uomini e donne, erano al lavoro. Una di queste, alzando gli occhi da
lontano, lo vide e accennò a un saluto. Carmelo rispose calorosamente e con
gioia, il mondo esterno esisteva dunque ancora, e la vita continuava! Fu così
che riuscì a tirare avanti fin quando, verso la fine del terzo mese, gli fu
concesso di andare in “libera uscita”.
In
quell’occasione un commilitone calabrese fu “pizzicato” dalla ronda mentre
salutava militarmente un gallonato portiere d’albergo, che aveva scambiato per
un ufficiale, e immediatamente ricondotto in caserma. Comunque anche i tre
fatidici mesi finalmente passarono e ognuno ricevette la sua assegnazione
definitiva. Carmelo fu destinato al primo reggimento di artiglieria contraerea
pesante di Albenga… ma nel frattempo aveva pienamente compreso quanto possa
essere tragica e devastante la privazione della libertà.
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