Parliamo di Alfie? Parliamo di Eluana Englaro? Bene. È
opportuno però premettere che questo è solo e soltanto il mio personale
pensiero, ovviamente confutabile e contestabile da tutti coloro che avessero idee
diverse. Partiamo da una premessa: un bambino, una persona, un essere umano a
chi appartiene?
Secondo antiche usanze barbariche, e in parte anche secondo
l’antico Diritto romano, il figlio, la moglie, lo schiavo, appartengono al
marito, o al padrone, che può esercitare su di essi il diritto di vita o di
morte. Questi sono concetti del tutto ripudiati e respinti dai dettami e dai
diritti della nostra civiltà occidentale anche se, purtroppo, ancora praticati
da certe persone e da alcuni popoli.
A chi appartiene la vita umana? Secondo alcuni appartiene a
Dio, secondo altri appartiene a chi l’ha generata, secondo alcune aberranti
teorie socio-filosofiche appartiene allo Stato. Secondo il mio pensiero, che
spero sia ampiamente condiviso, ognuno è padrone della propria vita e nessuno
può arrogarsi il diritto di toglierla ad altre persone.
Può la condanna a morte essere legalmente giustificata dalla
necessità di eliminare definitivamente individui la cui esistenza sia di
gravissimo pregiudizio per l’intera collettività? Questa è una domanda tuttora
ampiamente dibattuta, anche perché la condanna a morte ha fatto e fa tuttora
parte dell’ordinamento giuridico di moltissimi Stati sovrani. Eviterò quindi
qualsiasi argomento riguardante tale eventualità, del resto ampiamente
dibattuta e chiarita dal nostro Cesare Beccaria. Quello che mi interessa è il
diritto, o meno, di togliere la vita ad una persona innocente, anche se
particolarmente sofferente, o incapace di intendere e di volere.
Nel caso del piccolo Alfie ciò che mi sconcerta e mi fa
inorridire è il fatto che sia stato impedito ai suoi genitori sia di portarlo a
casa, sia di trasferirlo in altro paese, limitando di fatto, in modo
incomprensibile, la libertà di movimento di una persona. Mai avrei potuto
immaginare che una cosa del genere avvenisse in un Paese universalmente noto
per la correttezza della sua giustizia e per la sempre proclamata difesa della
libertà della persona. Voglio sperare che, dato che non le conosco, sia le
motivazioni mediche sia le conclusioni giuridiche espresse, in diversi gradi di
giudizio, dai tribunali anglosassoni siano tali da giustificare quanto è
avvenuto. Fino ad allora resterò del mio parere.
Cosa chiedevano i genitori del piccolo? Non certo che il
trasferimento in Italia ne comportasse una improbabile e forse impossibile,
guarigione, ma soltanto che gli venissero concesse quelle terapie, sia pure
meccaniche, che nutrendolo, idratandolo e aiutandone la respirazione ne
consentissero, senza alcuna sofferenza, il naturale trapasso. Voglio sperare
che l’encefalogramma del piccolo Alfie fosse assolutamente piatto. Tale
circostanza potrebbe, anche se solo in parte, essere di consolazione per i suoi
genitori ed anche per me, perché l’assoluta mancanza di stimoli cerebrali
comporterebbe di conseguenza anche l’incapacità di soffrire. Ovviamente si
tratta di fatti e di eventi per i quali occorrerebbe una tale approfondita
conoscenza della medicina e della giurisprudenza che senza dubbio andrebbe molto
oltre quelle che possono essere le mie attuali capacità di giudizio. Mi
richiamo però a quelle che sono le norme medico-giuridiche in vigore nel nostro
paese: L’accertamento di
morte con criteri neurologici viene
effettuato da un collegio medico di tre specialisti (neurologo, medico legale e
anestesista-rianimatore) che per almeno 6 ore accertano la persistenza delle condizioni
previste dalle norme (stato di incoscienza, assenza di respiro spontaneo e
reattività dei nervi cranici, assenza di attività elettrica cerebrale). Da
quanto riferisce la stampa, sembra invece che il piccolo Alfie abbia continuato
a respirare per molte ore, anche dopo essere stato staccato dai macchinari, a
questo punto sorgono spontanei molti dubbi: la diagnosi effettuata dai medici
di Liverpool era corretta o era sbagliata? In ogni caso, se il piccolo fosse
stato trasferito in Italia, la capacità di respirare autonomamente avrebbe
ovviamente obbligato i medici a riprendere ogni sussidio terapeutico.
L’accanimento terapeutico è obbligatorio? A mio avviso
assolutamente no, ma deve essere una scelta effettuata, in piena coscienza, dal
paziente stesso o dallo stesso delegata a terzi nel caso in cui lo strazio e la
sofferenza, conseguenti ad uno stato di malattia, non gli consentano di
sopportare una vita che tale non lo è più. Giustifico pertanto pienamente, e
comprendo, tutti coloro che volontariamente e coscientemente decidono di
affidarsi alla “dolce morte”.
Come ho accennato all'inizio di questo lungo discorso tale
non è stato il caso di Eluana Englaro che, a mio avviso, è stata ingiustamente
uccisa, probabilmente con grande sofferenza, perché il suo encefalogramma non
era e non poteva essere piatto, privandola dell’idratazione e dell’alimentazione.
Resta molto discutibile e non accertabile che in quel caso si sia rispettata
una improbabile dichiarazione dell’interessata, molto precedente all'incidente
che l’aveva resa inabile, nella quale Eluana avrebbe dichiarato di preferire la
morte ad una lunga vita di incosciente sofferenza.
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