lunedì 30 aprile 2018

Alfie Evans


Parliamo di Alfie? Parliamo di Eluana Englaro? Bene. È opportuno però premettere che questo è solo e soltanto il mio personale pensiero, ovviamente confutabile e contestabile da tutti coloro che avessero idee diverse. Partiamo da una premessa: un bambino, una persona, un essere umano a chi appartiene?
Secondo antiche usanze barbariche, e in parte anche secondo l’antico Diritto romano, il figlio, la moglie, lo schiavo, appartengono al marito, o al padrone, che può esercitare su di essi il diritto di vita o di morte. Questi sono concetti del tutto ripudiati e respinti dai dettami e dai diritti della nostra civiltà occidentale anche se, purtroppo, ancora praticati da certe persone e da alcuni popoli.
A chi appartiene la vita umana? Secondo alcuni appartiene a Dio, secondo altri appartiene a chi l’ha generata, secondo alcune aberranti teorie socio-filosofiche appartiene allo Stato. Secondo il mio pensiero, che spero sia ampiamente condiviso, ognuno è padrone della propria vita e nessuno può arrogarsi il diritto di toglierla ad altre persone.
Può la condanna a morte essere legalmente giustificata dalla necessità di eliminare definitivamente individui la cui esistenza sia di gravissimo pregiudizio per l’intera collettività? Questa è una domanda tuttora ampiamente dibattuta, anche perché la condanna a morte ha fatto e fa tuttora parte dell’ordinamento giuridico di moltissimi Stati sovrani. Eviterò quindi qualsiasi argomento riguardante tale eventualità, del resto ampiamente dibattuta e chiarita dal nostro Cesare Beccaria. Quello che mi interessa è il diritto, o meno, di togliere la vita ad una persona innocente, anche se particolarmente sofferente, o incapace di intendere e di volere.
Nel caso del piccolo Alfie ciò che mi sconcerta e mi fa inorridire è il fatto che sia stato impedito ai suoi genitori sia di portarlo a casa, sia di trasferirlo in altro paese, limitando di fatto, in modo incomprensibile, la libertà di movimento di una persona. Mai avrei potuto immaginare che una cosa del genere avvenisse in un Paese universalmente noto per la correttezza della sua giustizia e per la sempre proclamata difesa della libertà della persona. Voglio sperare che, dato che non le conosco, sia le motivazioni mediche sia le conclusioni giuridiche espresse, in diversi gradi di giudizio, dai tribunali anglosassoni siano tali da giustificare quanto è avvenuto. Fino ad allora resterò del mio parere.
Cosa chiedevano i genitori del piccolo? Non certo che il trasferimento in Italia ne comportasse una improbabile e forse impossibile, guarigione, ma soltanto che gli venissero concesse quelle terapie, sia pure meccaniche, che nutrendolo, idratandolo e aiutandone la respirazione ne consentissero, senza alcuna sofferenza, il naturale trapasso. Voglio sperare che l’encefalogramma del piccolo Alfie fosse assolutamente piatto. Tale circostanza potrebbe, anche se solo in parte, essere di consolazione per i suoi genitori ed anche per me, perché l’assoluta mancanza di stimoli cerebrali comporterebbe di conseguenza anche l’incapacità di soffrire. Ovviamente si tratta di fatti e di eventi per i quali occorrerebbe una tale approfondita conoscenza della medicina e della giurisprudenza che senza dubbio andrebbe molto oltre quelle che possono essere le mie attuali capacità di giudizio. Mi richiamo però a quelle che sono le norme medico-giuridiche in vigore nel nostro paese: L’accertamento di morte con criteri neurologici  viene effettuato da un collegio medico di tre specialisti (neurologo, medico legale e anestesista-rianimatore) che per almeno 6 ore accertano la persistenza delle condizioni previste dalle norme (stato di incoscienza, assenza di respiro spontaneo e reattività dei nervi cranici, assenza di attività elettrica cerebrale). Da quanto riferisce la stampa, sembra invece che il piccolo Alfie abbia continuato a respirare per molte ore, anche dopo essere stato staccato dai macchinari, a questo punto sorgono spontanei molti dubbi: la diagnosi effettuata dai medici di Liverpool era corretta o era sbagliata? In ogni caso, se il piccolo fosse stato trasferito in Italia, la capacità di respirare autonomamente avrebbe ovviamente obbligato i medici a riprendere ogni sussidio terapeutico.
L’accanimento terapeutico è obbligatorio? A mio avviso assolutamente no, ma deve essere una scelta effettuata, in piena coscienza, dal paziente stesso o dallo stesso delegata a terzi nel caso in cui lo strazio e la sofferenza, conseguenti ad uno stato di malattia, non gli consentano di sopportare una vita che tale non lo è più. Giustifico pertanto pienamente, e comprendo, tutti coloro che volontariamente e coscientemente decidono di affidarsi alla “dolce morte”.
Come ho accennato all'inizio di questo lungo discorso tale non è stato il caso di Eluana Englaro che, a mio avviso, è stata ingiustamente uccisa, probabilmente con grande sofferenza, perché il suo encefalogramma non era e non poteva essere piatto, privandola dell’idratazione e dell’alimentazione. Resta molto discutibile e non accertabile che in quel caso si sia rispettata una improbabile dichiarazione dell’interessata, molto precedente all'incidente che l’aveva resa inabile, nella quale Eluana avrebbe dichiarato di preferire la morte ad una lunga vita di incosciente sofferenza. 

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