Follia anestetica.
(Storia demente dell’irreale magico)
Barcollando sulle sue gambe malferme, il vecchio commesso attraversò il lungo corridoio e bussò alla porta del professore di storia Carlos Molina. Al suo ingresso fu avvolto da una pestilenziale nube di fumo proveniente dall’inseparabile pipa dello storico, sprofondato nella sua poltrona di cuoio, del quale s’intravedeva a stento il cranio pelato dietro l’enorme ammasso di carte impolverate e di vecchie pergamene che ingombravano la scrivania.
Carlos Molina poggiò la pipa, sollevò il naso adunco dagli antichi documenti che stava consultando e scrutò il suo interlocutore attraverso le spesse lenti appannate dei suoi occhiali.
«Che c’è, che cosa vuoi?» bofonchiò, infastidito.
«Il signor Rettore vuole parlare con lei.» biascicò il commesso, sputacchiando e tossendo rumorosamente.
Il professore, stizzito, diede una manata
sulla scrivania sollevando una nuvola di polvere e si sollevò lentamente in
piedi. Raccolse alcune pergamene introducendole in una logora cartella di cuoio
e uscì dalla stanza. Che altro diavolo
vorrà quel presuntuoso ignorante? rimuginò
Il Rettore osservò, disgustato, l’ingresso di Carlos Molina che era entrato senza bussare. Finse di essere indaffarato a firmare delle carte e lo lasciò fermo, in piedi, per alcuni minuti, prima di alzare lo sguardo su di lui. Poi brontolò con voce roca e con una smorfia sprezzante:
«La sua richiesta è stata respinta. Il Gran Consiglio ha deciso che l’Università non si può accollare la spesa di una ricerca fantasiosa e inutile come quella che ci ha proposto.»
Sollevò la palma della mano per bloccare ogni obiezione del professore non appena questi aprì la bocca per parlare, quindi tese l’indice verso la porta per evidenziare che la decisione era inappellabile e il colloquio terminato.
«Pertanto devo ritenere che la scomparsa dell’intera mitica città di Tonterías e di tutta la sua popolazione non interessi nessuno, e tanto meno possa incuriosire i togati sedicenti scienziati che dirigono questa inutile Istituzione?» ridacchiò amaro il professore.
«No. Non ci interessano le sue indagini, le sue ipotetiche mappe, le sue scartoffie e le sue fantasticherie su località mai esistite. E se proprio vuole saperlo non ci interessa neppure che lei faccia ancora parte di questa Università. Può raccogliere le sue carabattole e andarsene subito. È licenziato.»
Carlos Molina allargò le braccia, appoggiò entrambe le mani sulla scrivania del Rettore, si protese in avanti avvicinando il suo naso adunco a quello del suo interlocutore e sputacchiando goccioline di bava intrise di tabacco, sbottò:
«L’intero mondo accademico riderà di voi e della vostra ignoranza non appena l’esito delle mie ricerche storiche sarà pubblicato dalle più autorevoli riviste scientifiche del mondo! Mantenete pure il vostro grasso deretano incollato alle vostre poltrone. fin quando il ridicolo suscitato dalla vostra ignoranza non ve le toglierà da sotto.»
***
Edmundo Nuñez era stato un baro e un
falsario. Nato da una squallida famiglia di vagabondi e di predoni, ricercati
dalla polizia, a soli vent’anni aveva abbandonato i suoi parenti e si era
recato nella vicina città di Palomar in cerca di avventura. Grazie al suo
aspetto poderoso e avvenente aveva circuito una vecchia ricca vedova
divenendone l’amante e depredandola di tutti i suoi beni. Introdottosi così nell’alta
società, si era vantato di provenire dalla nobile famiglia dei baroni de Toledo
ed era riuscito a frequentare alcuni ambienti altolocati, dove gli annoiati
aristocratici passavano il tempo dedicandosi al gioco, alle bevute e alla
compagnia di allegre donnine.
Colto in flagrante dal marchese Orestiglio la Fuentes y de Lorca al quale,
barando, aveva sottratto un’ingente somma, era nato un violento diverbio, aggravato
dal minaccioso accorrere di numerosi presenti. Orestiglio la Fuentes y de Lorca,
inferocito, aveva afferrato la propria spada e sferrato un fendente ma Edmundo Nuñez de Toledo, balzando di lato, aveva
estratto un pugnale e pugnalato mortalmente il marchese. Subito dopo era saltato
dalla finestra, balzato sul suo cavallo, ed era fuggito al galoppo per evitare
di essere arrestato, processato, frustato e impiccato dalle inflessibili
autorità di Palomar.
Edmundo Nuñez de Toledo non aveva, però, idea di
quanto feroci e numerosi fossero i defunti antenati del marchese, tutti nobili
guerrieri morti in battaglia. Lo spettro di Orestiglio la Fuentes y de Lorca, ancora
in preda a grande furore per essere stato assassinato, e oltretutto da un misero
plebeo, si rifiutò di distaccarsi dal mondo dei vivi per discendere nell’Ade, e
decise di vendicarsi. Si precipitò svolazzando, ombra tra le ombre, nel
cimitero di Palomar, fracassò lapidi, dissotterrò avelli e convinse quattro
generazioni dei suoi avi a riemergere dalla tomba. Indossate nuovamente le vecchie
corazze, corrose dal tempo e dalla ruggine, armati di picche, spade e mazze ferrate
ricoperte di muffa verdastra, gli spettri si misero alla ricerca di Edmundo Nuñez de Toledo. Questi, che nel frattempo aveva
cavalcato attraverso foreste, montagne inospitali e paludose pianure, sempre
inseguito da Orestiglio la Fuentes y de Lorca e dai suoi sanguinari antenati, si
era rifugiato presso un folto gruppo di peones che lavoravano nei campi. L’orda
degli inseguitori aveva tuttavia un problema: erano tutti ciechi, avevano le
orbite vuote e non più in grado di scorgere il loro obiettivo. Ne seguirono quindi
le tracce grazie al fiuto, annusando l’odore di coniglio arrosto che impregnava
il corpo di Edmundo Nuñez de Toledo che di
quei leporidi era ghiotto. Purtroppo, la sorte aveva voluto che anche i peones
si fossero da poco nutriti con delle lepri cotte alla brace, e Orestiglio la
Fuentes y de Lorca, insieme con i suoi spettrali avi, iniziò a farne strage
scambiandoli con la loro preda.
Edmundo Nuñez de Toledo osservando quella schiera di fantasmi
che roteando il teschio in ogni direzione fiutava rumorosamente in giro, comprese
che era il proprio odore a metterlo in pericolo. Si affrettò a introdursi in un casolare, ingozzandosi con una zuppa di cipolla e aglio sottratta ad una
esterrefatta contadina, disorientando così i suoi persecutori che ripresero il
massacro, passandogli persino vicino senza più curarsi di lui.
Astutamente, Edmundo Nuñez de Toledo capì come sfruttare la
situazione e prenderne il controllo: convinse i peones che solo lui poteva
salvarli dalla strage, li fece ricoprire con puzzolenti e lerce pelli di pecora
che li resero praticamente invisibili, ne assunse il comando e si fece seguire
mentre gli spettri, perplessi, dopo aver annusato a lungo in giro se ne
tornarono indietro soddisfatti, convinti di essersi ormai vendicati.
I peones in fuga valicarono torrenti schiumosi e fetide acque nere,
superarono vallate ricoperte di fango e pozze ribollenti di vapori sulfurei fin
quando giunsero in una valle oscura, attorniata da alte lugubri rupi, e qui si stabilirono
creando un villaggio fatto di capanne di paglia, assi di legno e tende sdrucite
che chiamarono Tonterías.
Passarono gli anni e Edmundo Nuñez
de Toledo si congiunse carnalmente con una giovane campesina. Dalla loro unione
nacque uno robusto marmocchio: Gomez Nuñez de Toledo. Nel frattempo Tonterías
si stava gradatamente ingrandendo e alle capanne di paglia, frasche e legno si sostituirono,
via via, case di pietra e di mattoni. I campi iniziarono a prosperare e i
raccolti furono abbondanti e il commercio lucroso. Gomez Nuñez de Toledo divenuto
adulto ebbe a sua volta un figlio che chiamò Alvaro Maria Nuñez de Toledo. Molti
anni e diversi decenni passarono. Il giovane Alvaro, diventato alto, grosso e
prepotente come il suo antenato, si autoproclamò
unico e solo capo legittimo di Tonterías. Fece disboscare alcune zone, affittò
altre terre e aggiunse diverse monete d’oro a quelle lasciategli dal padre.
Alvaro Maria Nuñez de Toledo era ormai molto ricco quando Bolívar da
Teñebros, un vecchio cencioso con una lunga coda di ramarro, comparve in paese.
Era un esperto shamano, erede della conoscenze esoteriche degli antichi Inca Qullasuyu. Cominciò a spadroneggiare e si
appropriò della casa più grande e delle ragazze più giovani e belle. Alvaro Maria Nuñez de Toledo, che inizialmente
l’aveva tollerato illudendosi di impararne i segreti, cercò di opporsi e inviò
due armigeri per arrestarlo ma Bolívar da Teñebros li uccise con un colpo di
coda, infuriato si recò da Alvaro Maria Nuñez de Toledo gli strinse il collo,
sollevandolo da terra, e lo minacciò che
se non si fosse subito tolto dai piedi lo avrebbe prima trasformato in una scrofa e quindi lo avrebbe
arrostito e divorato con molto gusto.
«Con un semplice gesto» aveva sbraitato lo shamano, agitando la coda e alzando le
braccia al cielo, «evocherò i terribili mostri galvanici, delle paludi
Pesadillas che arriveranno di corsa per trasformarti, poi ti rosolerò a dovere
e ti insaporirò con spezie e sugo di mele».
Alvaro Maria Nuñez de Toledo, terrorizzato, pensò che l’unica soluzione
fosse, come aveva fatto il suo avo, fuggire via e portare con sé tutti quelli
che fosse riuscito a convincere. Gridando che un sanguinario terribile esercito
invasore di malgasci era in arrivo, indusse la sua gente a inerpicarsi per un
sentiero scosceso e attraversare una sottile cortina che cadeva dall’alto: era un’acquosa
parete trasparente, una sorta di portale che sembrava dividere i due costoni
rocciosi della montagna che circondava la valle.
I più poveri avevano raccolto le loro cose in alcuni fagotti che si erano
caricati sulle spalle. I più facoltosi avevano riempito alcuni carretti
sgangherati trainati da buoi, asini, cavalli e qualche mulo, con carabattole
varie e altri oggetti inutili ritenuti indispensabili. Si erano lasciati tutti alle
spalle una terra che il loro capo aveva definito ormai maledetta e pericolosa.
Non avrebbero voluto farlo, i peones amavano le loro case e i loro campi ma Alvaro
Maria Nuñez de Toledo, sempre in sella al suo cavallo, li aveva sferzati con la
frusta e aveva gridato di andare avanti perché all’orizzonte già si profilava l’orda
dei malgasci, con lame acuminate e sporche di sangue. Terrorizzati, avevano
piegato il capo ed eseguito gli ordini.
Nel momento in cui avevano
attraversato il portale, il sole rovente avvampava ancora alto nel cielo ma
dall’altra parte si ritrovarono nel buio della notte. Due lune dall’aspetto
fetido emettevano una fioca luce sopra una landa paludosa dalla quale
sporgevano rocce nerastre e cespugli contorti. L’acqua melmosa e gelida era qua
e là attraversata da viscidi animaletti di strana forma che squittivano con
suoni striduli.
Alonzo Magonza, lo scemo del
villaggio, ne afferrò uno che, con uno scatto improvviso, gli si avvolse
intorno alla mano divorandola e masticandola mugolando di soddisfazione. Alonso
Magonza sghignazzò, beota. Si sbarazzò dell’animale agitando allegramente il
moncherino sopra la testa e con voce
stentorea intonò quella canzone oscena e ripugnante che era solito cantare
nelle bettole dopo aver ingurgitato molti boccali di Aguardiente.
Aña Concita Torrez, la carretera, osservò l’idiota che invece di lamentarsi
cantava, e spalancò la bocca sdentata esplodendo in una sguaiata risata,
sputacchiando goccioline melmose che colpirono un vecchio mulo uccidendolo sul
colpo. Mentre la gente, disgustata e preoccupata si radunava in un angolo, si
fece avanti la grassa Alejandra Ramona do Pilar che in preda a una strana
frenesia iniziò a saltellare in mezzo alla folla, facendo sobbalzare l’enorme
pancia ed emettendo acuti striduli lamenti, come il gesso che striscia sulla
lavagna. Con un ultimo balzo traballante cadde a gambe aperte su una
pozzanghera. Si guardò intorno, emise un altro urlo acuto e il suo pancione si
sgonfiò di colpo: finora non si era mai resa conto di essere incinta ma adesso era
giunto il momento e aveva partorito.
Alvaro Maria Nuñez de Toledo, attonito e incredulo, la osservò con
disgusto, poi si avvicinò e volle controllare. Raccolto il fagottino urlante
che si agitava tra le gambe della donna, lo esaminò in ogni parte e infine lo
scagliò in aria riprendendolo al volo e controllandolo nuovamente.
«È una femmina. Una femmina con la coda di cavallo» brontolò.
Alonzo Magonza si stupì:
«Ha già i capelli così lunghi da formare una coda?» biascicò sbavando e
sgranando gli occhi.
«No, ha proprio la coda come i
cavalli, però è abbastanza umana.» Lo rassicurò Alvaro Maria Nuñez de Toledo. «Direi
che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Se non ci fosse il tremendo fetore di
quelle due lune mi riterrei del tutto soddisfatto. Qui siamo al sicuro.»
Il vecchio Ramon la Lutz si fece
largo tra la gente, si strinse ancor più nelle sue spalle striminzite e si grattò
furiosamente la lunga incolta barba bianca. Diverse pulci e alcuni pidocchi,
che non riuscirono a mantenersi ben strette ai peli, caddero nel fango cercando
disperatamente di sfuggire ai tentacoli degli squosh (gli animaletti viscidi)
che rapidi li sgranocchiarono soddisfatti.
Con il passo lento e traballante
delle sue gambette storte Ramon la Lutz si fece avanti, si avvicinò ad Alonzo Magonza,
accese una torcia, gli afferrò il braccio e gli cauterizzò il moncherino con il
fuoco.
Tutti sapevano quanto Ramon la Lutz
fosse anziano e si credesse saggio, erano quindi abituati ad ascoltare i suoi vaniloqui
storcendo la bocca, sbellicandosi con sonore risate, e sbeffeggiandolo con un
coro di sonore pernacchie. Ora però, incuriositi, gli si radunarono tutti
intorno.
«Che cazzo stai facendo?» ridacchiò
Alonso Magonza scuotendo il moncherino bruciacchiato, nerastro e fumante e
guardandolo con sospetto.
«Ti sto curando, giovane idiota»
borbottò il vecchio «Ora, dal tuo avambraccio mutilato non si svilupperanno i vermi
e potrà invece ricrescerti la mano.»
Agitando la lunga coda con movenze
sensuali la figlia neonata di Alejandra Ramona do Pilar si avvicinò gattonando
e controllò il moncherino di Alonso Magonza.
«È vero» biascicò con vocetta
stridula «si vedono già le unghie e l’inizio delle dita.»
«Torna subito qui, brutta stronza!
Vieni a succhiare il latte dalle mie tette e smettila di adescare quel
coglione.» Sbraitò Alejandra Ramona do Pilar. Aveva messo a nudo le poppe che,
gonfie di latte, iniziavano a farle male. Alvaro Maria Nuñez de Toledo la
squadrò con disgusto.
«Non hai ancora imposto un nome a
questa cagna che hai partorito, vecchia baldracca?»
«Perra, la chiamerò Perra, e tu
smettila di adocchiarmi con quei tuoi occhietti libidinosi e cercare di sedurmi,
sei solo un grasso maiale gonfio di boria perché sei ricco, ma tutti sanno che ti
mancano gli attributi per giacere con una donna.»
«Stupida e laida femmina, chi vi ha
fatto attraversare il portale per raggiungere questo nuovo mondo e sfuggire alle
picche dei malgasci? È questa la tua riconoscenza?» muggì Alvaro Maria Nuñez de
Toledo.
Un acuto sgradevole grido echeggiò
nell’aria. Aña Maria Torrez, la carretera, si era levata in piedi sul suo carro
e sculettando e roteando le braccia stava concentrando su di sé l’attenzione di
tutti.
«Quello stronzo di Alvaro Maria Nuñez
de Toledo ci ha portato alla morte. Guardate, guardate là in fondo, sta
arrivando un mostro! Creperemo tutti.»
I campesinos si strinsero l’uno
all’altro, terrorizzati. Da lontano, sguazzando nell’acqua fangosa, si
avvicinava mugolando e borbottando una figura indistinta, alta sette piedi, con
quattro braccia e ricoperta di pelo.
«Che il canchero vi prenda tutti e
che gli squosh vi divorino i piedi! Chi vi ha permesso di invadere la mia dimora,
la casa del romito?» sbraitò.
«Che cosa diavolo sarebbe ‘sto
romito? Io non l’ho mai sentito nominare» mormorò tremante Alejandra Ramona do
Pilar osservando quel gigante impellicciato.
«Mamma, e che cazzo! sei adulta, sei
vecchia e non conosci il significato delle parole?» mugolò sprezzante Perra, la
neonata con la coda di cavallo. «Il romito è l’eremita, il vecchio pazzo che
vive in solitudine e al quale la gente fa schifo e ribrezzo. Lo sanno tutti,
come fai a ignorarlo?»
Alvaro Maria Nuñez de Toledo cercò di
nascondersi e si accorse di essersi urinato addosso per la paura. Aveva le
braghe bagnate e male odoranti, però strinse i denti, cercò di farsi forza e di
riprendere il comando.
«Questo è un universo alternativo nel
quale ci siamo rifugiati per sfuggire ai tremendi malgasci!» gridò, cercando di
occultare il tono stridulo della sua voce ed evitando di balbettare per nascondere
il suo terrore.
«Universo alternativo un corno!»
rimbombò, amplificato dall’eco, il vocione del gigantesco romito che estratto
dalla pelliccia un quinto robusto braccio nodoso, agitò un pesante bastone.
«Questa è la mia caverna personale e se non ve ne andate immediatamente via, vi
faccio a pezzi tutti quanti e vi do in pasto ai miei squosh!»
«Una caverna in cui si entra
attraverso un portale trasparente e che ha in cielo due lune puzzolenti? Ma non
dire cazzate.» blaterò a stento Alvaro Maria Nuñez de Toledo, ridacchiando e
cercando di riprendere il controllo della situazione. Intorno a lui i campesinos lo stavano già osservando
con espressione torva e cupa, incominciando a brandire coltelli e mazze.
L’anziano e saggio Ramon la Lutz
riprese a grattarsi la barba e osservò la pozza formata dall’acqua che grondava
dai suoi vestiti.
«In effetti» mormorò «anche a me non
è sembrato un portale ma una cascata d’acqua che abbiamo attraversato per entrare
in una gigantesca caverna che era nascosta proprio là dietro…»
Alvaro Maria Nuñez de Toledo lo
guardò bieco con disprezzo. La situazione era seria e i campesinos sempre più
minacciosi. Rprendere il controllo era indispensabile.
«Una caverna, eh, vecchio idiota? Non
un mondo alternativo bensì una caverna? una caverna con due fetide lune? Si è
mai visto sulla terra un paesaggio del genere? Sarebbe questa la ricompensa per
essermi preoccupato per voi e avervi portati in salvo in un altro mondo sfuggendo
ai feroci malgasci?»
«Che cazzo stai cianciando? ignorante
buffone» squittì Perra, la neonata con la coda di cavallo, distaccandosi per un
attimo dalle poppe della madre. «I malgasci sono un popolo del Madagascar. E come sarebbero mai
potuti arrivare fin qua, nel Maranhao?
Secondo me, sei solo uno stronzo incompetente che vuole comandare e arricchirsi
alle nostre spalle.»
Il romito, stufo di aspettare, si
avvicinò minaccioso e con un violento colpo del suo bastone colpì e disarcionò Alvaro
Maria Nuñez de Toledo dalla sella del suo cavallo scaraventandolo al suolo.
«Due lune, eh? pezzo di merda. Ma
quali lune del cazzo? quelle sono due grandi meduse luminose che ho appiccicato
al soffitto per farmi luce. E ora basta! uscite fuori tutti o vi scateno contro
gli squosh.» sbraitò furibondo.
Nel frattempo, Alonso Magonza, con un
ghigno ebete dipinto sul volto girava e rigirava, soddisfatto, la nuova mano
che stava lentamente ricrescendo con delle lunghe dita quasi femminee.
«Che bello!» gorgogliò «ora ho due
pollici e quattro dita.» poi sogguardò le quattro braccia del romito che
incombeva minaccioso «Non potrei avere anch’io almeno un terzo braccio? mi
farebbe davvero comodo.»
Gli squosh si studiarono perplessi,
agitando i tentacoli e digrignando le zanne.
«Se il romito è d’accordo, noi
potremmo provare» ridacchiarono. «se gli divoriamo l’altro braccio forse ne
ricrescono due…»
Alvaro Maria Nuñez de Toledo, ancora
dolente per il colpo ricevuto, si risollevò da terra e si stupì accorgendosi
che i campesinos, che poco prima lo avevano accerchiato minacciosi, stavano ora
sganasciandosi di risate, scambiandosi gomitate e additandolo. Anche il Romito,
appoggiandosi al suo bastone, ridacchiava beffardo. Durante la caduta, la
bottega di Alvaro Maria Nuñez de Toledo si era completamente aperta e da questa
si era affacciato, con aria timida e mesta, un pisellino di dimensioni
microscopiche.
Con una squillante risata, che fece
echeggiare l’intera caverna, Alejandra Ramona do Pilar additandolo a sua volta
e ricoprendosi le poppe, sbraitò:
«Ecco. È come avevo detto io, ora
tutti lo possono constatare. Come capo non vale una cicca e come uomo ancora
meno!»
Un lampo improvviso illuminò l’intera
caverna, seguito da un urlo feroce che fece zittire i presenti. Anche gli
squosh si raggrupparono insieme formando una palla e guardandosi intorno
perplessi.
«Tu, Alvaro Maria Nuñez de Toledo, tu,
schifoso imbecille, ti avevo ordinato di andar via ma non di portare con te
tutta la gente e in particolare la mia adorata e bellissima Alejandra Ramona do
Pilar, madre della mia stupenda figlia!»
Sull’entrata della caverna,
attorniato da alcune donnine nude e agitando convulsamente la coda da ramarro,
era comparso, urlante, l’inferocito shamano Bolívar da Teñebros.
Perra, la neonata con la coda di
cavallo, si fece avanti facendosi largo tra la folla e lo affrontò.
«E tu, lurido vecchio vizioso, osi
affermare di essermi padre? Hai persino il coraggio di presentarti di fronte a
me? Con un solo morso potrei staccarti quella viscida coda di ramarro e darla
in pasto agli squosh insieme con tutte quelle puttane che ti porti dietro.»
Digrignando i denti per la rabbia lo
shamano Bolívar da Teñebros sollevò la coda e iniziò a scagliare in giro
violente scariche di energia azzurrina che fracassarono le rocce e incenerirono
di colpo molti campesinos e due squosh.
Con un ululato di furore, osservando
la devastazione di quella che considerava la propria casa, e l’atroce morte di
due dei suoi fedeli squosh, il Romito estrasse altre due braccia, armate con
scuri e mazze ferrate, e si scagliò contro lo shamano, coadiuvato da tutte le sue
bestiole che si erano riunite in una enorme sfera dotata di zanne aguzze e di
possenti tentacoli.
A causa di quel formidabile scontro Il
suolo si scosse e prese a tremare, sussultando con un rombo spaventoso.
L’intera caverna iniziò a crollare seppellendo ogni essere vivente con dei
massi enormi. Dalle viscere della montagna sgorgò un imponente impetuoso flusso
d’acqua, un torrente che travolse ogni cosa scaraventando all’esterno, unico
superstite, l’anziano e saggio Ramon la Lutz.
Passarono due anni e un’immensa
voragine ricoperta da una torbida acqua nerastra fu tutto ciò che rimaneva di
quella che un tempo era stata la fiorente Tonterías, la città perduta.
Ramon la Lutz, quasi cieco, e sempre
più vecchio e stanco, sopravviveva ancora grazie al latte che gli forniva la
sua unica compagna e amante: la sola capra sopravvissuta alla distruzione di
Tonterías.
C’era però un uomo, un accanito e
perseverante studioso che non aveva mai perso la speranza di dimostrare al
mondo intero la bontà delle sue ricerche e la veridicità delle sue
affermazioni.
Fu un giorno di gloria quando la solitudine di Ramon la Lutz fu interrotta dall’arrivo inaspettato del professore Carlos Molina, stanco ed emaciato dopo aver vagato per mesi e mesi per valli e burroni consultando le sue mappe. Ramon la Lutz fu felice di incontrare un altro essere vivente dopo tanta solitudine.
Parlò, parlò a lungo e raccontò tutto al professore
che ne raccolse le confidenze. Svelando il mistero che aveva avvolto l’intera
vicenda, Carlos Molina conquistò fama mondiale, fu invitato a tener conferenze
in ogni angolo del globo. Fu riverito e rispettato da tutti gli scienziati e dai
Capi di Stato. La Svezia gli conferì il Nobel. il più ambito premio che possa
essere assegnato a uno storico di valore insigne. Anche la pluricentenaria
regina di un’isola europea meditò a lungo se abdicare o meno in suo favore.
Alla fine però, dissuasa dalle proteste dell’anziano figlio, rinunziò e
mantenne la corona con grande gioia dei suoi sudditi.
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