giovedì 17 febbraio 2022

Follia anestetica.

 

Follia anestetica.

(Storia demente dell’irreale magico)

 

Barcollando sulle sue gambe malferme, il vecchio commesso attraversò il lungo corridoio e bussò alla porta del professore di storia Carlos Molina. Al suo ingresso fu avvolto da una pestilenziale nube di fumo proveniente dall’inseparabile pipa dello storico, sprofondato nella sua poltrona di cuoio, del quale s’intravedeva a stento il cranio pelato dietro l’enorme ammasso di carte impolverate e di vecchie pergamene che ingombravano la scrivania.

Carlos Molina poggiò la pipa, sollevò il naso adunco dagli antichi documenti che stava consultando e scrutò il suo interlocutore attraverso le spesse lenti appannate dei suoi occhiali.

«Che c’è, che cosa vuoi?» bofonchiò, infastidito.

«Il signor Rettore vuole parlare con lei.» biascicò il commesso, sputacchiando e tossendo rumorosamente.

Il professore, stizzito, diede una manata sulla scrivania sollevando una nuvola di polvere e si sollevò lentamente in piedi. Raccolse alcune pergamene introducendole in una logora cartella di cuoio e uscì dalla stanza. Che altro diavolo vorrà quel presuntuoso ignorante? rimuginò

Il Rettore osservò, disgustato, l’ingresso di Carlos Molina che era entrato senza bussare. Finse di essere indaffarato a firmare delle carte e lo lasciò fermo, in piedi, per alcuni minuti, prima di alzare lo sguardo su di lui. Poi brontolò con voce roca e con una smorfia sprezzante:

«La sua richiesta è stata respinta. Il Gran Consiglio ha deciso che l’Università non si può accollare la spesa di una ricerca fantasiosa e inutile come quella che ci ha proposto.»

 Sollevò la palma della mano per bloccare ogni obiezione del professore non appena questi aprì la bocca per parlare, quindi tese l’indice verso la porta per evidenziare che la decisione era inappellabile e il colloquio terminato.

«Pertanto devo ritenere che la scomparsa dell’intera mitica città di Tonterías e di tutta la sua popolazione non interessi nessuno, e tanto meno possa incuriosire i togati sedicenti scienziati che dirigono questa inutile Istituzione?» ridacchiò amaro il professore.

«No. Non ci interessano le sue indagini, le sue ipotetiche mappe, le sue scartoffie e le sue fantasticherie su località mai esistite. E se proprio vuole saperlo non ci interessa neppure che lei faccia ancora parte di questa Università. Può raccogliere le sue carabattole e andarsene subito. È licenziato.»

Carlos Molina allargò le braccia, appoggiò entrambe le mani sulla scrivania del Rettore, si protese in avanti avvicinando il suo naso adunco a quello del suo interlocutore e sputacchiando goccioline di bava intrise di tabacco, sbottò:

«L’intero mondo accademico riderà di voi e della vostra ignoranza non appena l’esito delle mie ricerche storiche sarà pubblicato dalle più autorevoli riviste scientifiche del mondo! Mantenete pure il vostro grasso deretano incollato alle vostre poltrone. fin quando il ridicolo suscitato dalla vostra ignoranza non ve le toglierà da sotto.»

 

***

 

Edmundo  Nuñez era stato un baro e un falsario. Nato da una squallida famiglia di vagabondi e di predoni, ricercati dalla polizia, a soli vent’anni aveva abbandonato i suoi parenti e si era recato nella vicina città di Palomar in cerca di avventura. Grazie al suo aspetto poderoso e avvenente aveva circuito una vecchia ricca vedova divenendone l’amante e depredandola di tutti i suoi beni. Introdottosi così nell’alta società, si era vantato di provenire dalla nobile famiglia dei baroni de Toledo ed era riuscito a frequentare alcuni ambienti altolocati, dove gli annoiati aristocratici passavano il tempo dedicandosi al gioco, alle bevute e alla compagnia di allegre donnine.

Colto in flagrante dal marchese Orestiglio la Fuentes y de Lorca al quale, barando, aveva sottratto un’ingente somma, era nato un violento diverbio, aggravato dal minaccioso accorrere di numerosi presenti. Orestiglio la Fuentes y de Lorca, inferocito, aveva afferrato la propria spada e sferrato un fendente ma Edmundo  Nuñez de Toledo, balzando di lato, aveva estratto un pugnale e pugnalato mortalmente il marchese. Subito dopo era saltato dalla finestra, balzato sul suo cavallo, ed era fuggito al galoppo per evitare di essere arrestato, processato, frustato e impiccato dalle inflessibili autorità di Palomar.

 Edmundo  Nuñez de Toledo non aveva, però, idea di quanto feroci e numerosi fossero i defunti antenati del marchese, tutti nobili guerrieri morti in battaglia. Lo spettro di Orestiglio la Fuentes y de Lorca, ancora in preda a grande furore per essere stato assassinato, e oltretutto da un misero plebeo, si rifiutò di distaccarsi dal mondo dei vivi per discendere nell’Ade, e decise di vendicarsi. Si precipitò svolazzando, ombra tra le ombre, nel cimitero di Palomar, fracassò lapidi, dissotterrò avelli e convinse quattro generazioni dei suoi avi a riemergere dalla tomba. Indossate nuovamente le vecchie corazze, corrose dal tempo e dalla ruggine, armati di picche, spade e mazze ferrate ricoperte di muffa verdastra, gli spettri si misero alla ricerca di Edmundo  Nuñez de Toledo. Questi, che nel frattempo aveva cavalcato attraverso foreste, montagne inospitali e paludose pianure, sempre inseguito da Orestiglio la Fuentes y de Lorca e dai suoi sanguinari antenati, si era rifugiato presso un folto gruppo di peones che lavoravano nei campi. L’orda degli inseguitori aveva tuttavia un problema: erano tutti ciechi, avevano le orbite vuote e non più in grado di scorgere il loro obiettivo. Ne seguirono quindi le tracce grazie al fiuto, annusando l’odore di coniglio arrosto che impregnava il corpo di Edmundo  Nuñez de Toledo che di quei leporidi era ghiotto. Purtroppo, la sorte aveva voluto che anche i peones si fossero da poco nutriti con delle lepri cotte alla brace, e Orestiglio la Fuentes y de Lorca, insieme con i suoi spettrali avi, iniziò a farne strage scambiandoli con la loro preda.

 Edmundo  Nuñez de Toledo osservando quella schiera di fantasmi che roteando il teschio in ogni direzione fiutava rumorosamente in giro, comprese che era il proprio odore a metterlo in pericolo. Si affrettò a introdursi in un casolare, ingozzandosi con una zuppa di cipolla e aglio sottratta ad una esterrefatta contadina, disorientando così i suoi persecutori che ripresero il massacro, passandogli persino vicino senza più curarsi di lui.

 Astutamente, Edmundo  Nuñez de Toledo capì come sfruttare la situazione e prenderne il controllo: convinse i peones che solo lui poteva salvarli dalla strage, li fece ricoprire con puzzolenti e lerce pelli di pecora che li resero praticamente invisibili, ne assunse il comando e si fece seguire mentre gli spettri, perplessi, dopo aver annusato a lungo in giro se ne tornarono indietro soddisfatti, convinti di essersi ormai vendicati.

I peones in fuga valicarono torrenti schiumosi e fetide acque nere, superarono vallate ricoperte di fango e pozze ribollenti di vapori sulfurei fin quando giunsero in una valle oscura, attorniata da alte lugubri rupi, e qui si stabilirono creando un villaggio fatto di capanne di paglia, assi di legno e tende sdrucite che chiamarono Tonterías.

Passarono gli anni e Edmundo  Nuñez de Toledo si congiunse carnalmente con una giovane campesina. Dalla loro unione nacque uno robusto marmocchio: Gomez Nuñez de Toledo. Nel frattempo Tonterías si stava gradatamente ingrandendo e alle capanne di paglia, frasche e legno si sostituirono, via via, case di pietra e di mattoni. I campi iniziarono a prosperare e i raccolti furono abbondanti e il commercio lucroso. Gomez Nuñez de Toledo divenuto adulto ebbe a sua volta un figlio che chiamò Alvaro Maria Nuñez de Toledo. Molti anni e diversi decenni passarono. Il giovane Alvaro, diventato alto, grosso e prepotente come il suo antenato,  si autoproclamò unico e solo capo legittimo di Tonterías. Fece disboscare alcune zone, affittò altre terre e aggiunse diverse monete d’oro a quelle lasciategli dal padre.

Alvaro Maria Nuñez de Toledo era ormai molto ricco quando Bolívar da Teñebros, un vecchio cencioso con una lunga coda di ramarro, comparve in paese. Era un esperto shamano, erede della conoscenze esoteriche degli antichi Inca Qullasuyu. Cominciò a spadroneggiare e si appropriò della casa più grande e delle ragazze più giovani e belle.  Alvaro Maria Nuñez de Toledo, che inizialmente l’aveva tollerato illudendosi di impararne i segreti, cercò di opporsi e inviò due armigeri per arrestarlo ma Bolívar da Teñebros li uccise con un colpo di coda, infuriato si recò da Alvaro Maria Nuñez de Toledo gli strinse il collo, sollevandolo da terra, e  lo minacciò che se non si fosse subito tolto dai piedi lo avrebbe prima  trasformato in una scrofa e quindi lo avrebbe arrostito e divorato con molto gusto.

«Con un semplice gesto» aveva sbraitato lo shamano, agitando la coda e alzando le braccia al cielo, «evocherò i terribili mostri galvanici, delle paludi Pesadillas che arriveranno di corsa per trasformarti, poi ti rosolerò a dovere e ti insaporirò con spezie e sugo di mele».

Alvaro Maria Nuñez de Toledo, terrorizzato, pensò che l’unica soluzione fosse, come aveva fatto il suo avo, fuggire via e portare con sé tutti quelli che fosse riuscito a convincere. Gridando che un sanguinario terribile esercito invasore di malgasci era in arrivo, indusse la sua gente a inerpicarsi per un sentiero scosceso e attraversare una sottile cortina che cadeva dall’alto: era un’acquosa parete trasparente, una sorta di portale che sembrava dividere i due costoni rocciosi della montagna che circondava la valle.

I più poveri avevano raccolto le loro cose in alcuni fagotti che si erano caricati sulle spalle. I più facoltosi avevano riempito alcuni carretti sgangherati trainati da buoi, asini, cavalli e qualche mulo, con carabattole varie e altri oggetti inutili ritenuti indispensabili. Si erano lasciati tutti alle spalle una terra che il loro capo aveva definito ormai maledetta e pericolosa. Non avrebbero voluto farlo, i peones amavano le loro case e i loro campi ma Alvaro Maria Nuñez de Toledo, sempre in sella al suo cavallo, li aveva sferzati con la frusta e aveva gridato di andare avanti perché all’orizzonte già si profilava l’orda dei malgasci, con lame acuminate e sporche di sangue. Terrorizzati, avevano piegato il capo ed eseguito gli ordini.

 Nel momento in cui avevano attraversato il portale, il sole rovente avvampava ancora alto nel cielo ma dall’altra parte si ritrovarono nel buio della notte. Due lune dall’aspetto fetido emettevano una fioca luce sopra una landa paludosa dalla quale sporgevano rocce nerastre e cespugli contorti. L’acqua melmosa e gelida era qua e là attraversata da viscidi animaletti di strana forma che squittivano con suoni striduli.

 Alonzo Magonza, lo scemo del villaggio, ne afferrò uno che, con uno scatto improvviso, gli si avvolse intorno alla mano divorandola e masticandola mugolando di soddisfazione. Alonso Magonza sghignazzò, beota. Si sbarazzò dell’animale agitando allegramente il moncherino sopra la testa  e con voce stentorea intonò quella canzone oscena e ripugnante che era solito cantare nelle bettole dopo aver ingurgitato molti boccali di Aguardiente.

Aña Concita Torrez, la carretera, osservò l’idiota che invece di lamentarsi cantava, e spalancò la bocca sdentata esplodendo in una sguaiata risata, sputacchiando goccioline melmose che colpirono un vecchio mulo uccidendolo sul colpo. Mentre la gente, disgustata e preoccupata si radunava in un angolo, si fece avanti la grassa Alejandra Ramona do Pilar che in preda a una strana frenesia iniziò a saltellare in mezzo alla folla, facendo sobbalzare l’enorme pancia ed emettendo acuti striduli lamenti, come il gesso che striscia sulla lavagna. Con un ultimo balzo traballante cadde a gambe aperte su una pozzanghera. Si guardò intorno, emise un altro urlo acuto e il suo pancione si sgonfiò di colpo: finora non si era mai resa conto di essere incinta ma adesso era giunto il momento e aveva partorito.

Alvaro Maria Nuñez de Toledo, attonito e incredulo, la osservò con disgusto, poi si avvicinò e volle controllare. Raccolto il fagottino urlante che si agitava tra le gambe della donna, lo esaminò in ogni parte e infine lo scagliò in aria riprendendolo al volo e controllandolo nuovamente.

«È una femmina. Una femmina con la coda di cavallo» brontolò.

Alonzo Magonza si stupì:

«Ha già i capelli così lunghi da formare una coda?» biascicò sbavando e sgranando gli occhi.

«No, ha proprio la coda come i cavalli, però è abbastanza umana.» Lo rassicurò Alvaro Maria Nuñez de Toledo. «Direi che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Se non ci fosse il tremendo fetore di quelle due lune mi riterrei del tutto soddisfatto. Qui siamo al sicuro.»

Il vecchio Ramon la Lutz si fece largo tra la gente, si strinse ancor più nelle sue spalle striminzite e si grattò furiosamente la lunga incolta barba bianca. Diverse pulci e alcuni pidocchi, che non riuscirono a mantenersi ben strette ai peli, caddero nel fango cercando disperatamente di sfuggire ai tentacoli degli squosh (gli animaletti viscidi) che rapidi li sgranocchiarono soddisfatti.

Con il passo lento e traballante delle sue gambette storte Ramon la Lutz si fece avanti, si avvicinò ad Alonzo Magonza, accese una torcia, gli afferrò il braccio e gli cauterizzò il moncherino con il fuoco.

Tutti sapevano quanto Ramon la Lutz fosse anziano e si credesse saggio, erano quindi abituati ad ascoltare i suoi vaniloqui storcendo la bocca, sbellicandosi con sonore risate, e sbeffeggiandolo con un coro di sonore pernacchie. Ora però, incuriositi, gli si radunarono tutti intorno.

«Che cazzo stai facendo?» ridacchiò Alonso Magonza scuotendo il moncherino bruciacchiato, nerastro e fumante e guardandolo con sospetto.

«Ti sto curando, giovane idiota» borbottò il vecchio «Ora, dal tuo avambraccio mutilato non si svilupperanno i vermi e potrà invece ricrescerti la mano.»

Agitando la lunga coda con movenze sensuali la figlia neonata di Alejandra Ramona do Pilar si avvicinò gattonando e controllò il moncherino di Alonso Magonza.

«È vero» biascicò con vocetta stridula «si vedono già le unghie e l’inizio delle dita.»

«Torna subito qui, brutta stronza! Vieni a succhiare il latte dalle mie tette e smettila di adescare quel coglione.» Sbraitò Alejandra Ramona do Pilar. Aveva messo a nudo le poppe che, gonfie di latte, iniziavano a farle male. Alvaro Maria Nuñez de Toledo la squadrò con disgusto.

«Non hai ancora imposto un nome a questa cagna che hai partorito, vecchia baldracca?»

«Perra, la chiamerò Perra, e tu smettila di adocchiarmi con quei tuoi occhietti libidinosi e cercare di sedurmi, sei solo un grasso maiale gonfio di boria perché sei ricco, ma tutti sanno che ti mancano gli attributi per giacere con una donna.»

«Stupida e laida femmina, chi vi ha fatto attraversare il portale per raggiungere questo nuovo mondo e sfuggire alle picche dei malgasci? È questa la tua riconoscenza?» muggì Alvaro Maria Nuñez de Toledo.

Un acuto sgradevole grido echeggiò nell’aria. Aña Maria Torrez, la carretera, si era levata in piedi sul suo carro e sculettando e roteando le braccia stava concentrando su di sé l’attenzione di tutti.

«Quello stronzo di Alvaro Maria Nuñez de Toledo ci ha portato alla morte. Guardate, guardate là in fondo, sta arrivando un mostro! Creperemo tutti.»

I campesinos si strinsero l’uno all’altro, terrorizzati. Da lontano, sguazzando nell’acqua fangosa, si avvicinava mugolando e borbottando una figura indistinta, alta sette piedi, con quattro braccia e ricoperta di pelo.

«Che il canchero vi prenda tutti e che gli squosh vi divorino i piedi! Chi vi ha permesso di invadere la mia dimora, la casa del romito?» sbraitò.

«Che cosa diavolo sarebbe ‘sto romito? Io non l’ho mai sentito nominare» mormorò tremante Alejandra Ramona do Pilar osservando quel gigante impellicciato.

«Mamma, e che cazzo! sei adulta, sei vecchia e non conosci il significato delle parole?» mugolò sprezzante Perra, la neonata con la coda di cavallo. «Il romito è l’eremita, il vecchio pazzo che vive in solitudine e al quale la gente fa schifo e ribrezzo. Lo sanno tutti, come fai a ignorarlo?»

Alvaro Maria Nuñez de Toledo cercò di nascondersi e si accorse di essersi urinato addosso per la paura. Aveva le braghe bagnate e male odoranti, però strinse i denti, cercò di farsi forza e di riprendere il comando.

«Questo è un universo alternativo nel quale ci siamo rifugiati per sfuggire ai tremendi malgasci!» gridò, cercando di occultare il tono stridulo della sua voce ed evitando di balbettare per nascondere il suo terrore.

«Universo alternativo un corno!» rimbombò, amplificato dall’eco, il vocione del gigantesco romito che estratto dalla pelliccia un quinto robusto braccio nodoso, agitò un pesante bastone. «Questa è la mia caverna personale e se non ve ne andate immediatamente via, vi faccio a pezzi tutti quanti e vi do in pasto ai miei squosh!»

«Una caverna in cui si entra attraverso un portale trasparente e che ha in cielo due lune puzzolenti? Ma non dire cazzate.» blaterò a stento Alvaro Maria Nuñez de Toledo, ridacchiando e cercando di riprendere il controllo della situazione.  Intorno a lui i campesinos lo stavano già osservando con espressione torva e cupa, incominciando a brandire coltelli e mazze.

L’anziano e saggio Ramon la Lutz riprese a grattarsi la barba e osservò la pozza formata dall’acqua che grondava dai suoi vestiti.

«In effetti» mormorò «anche a me non è sembrato un portale ma una cascata d’acqua che abbiamo attraversato per entrare in una gigantesca caverna che era nascosta proprio là dietro…»

Alvaro Maria Nuñez de Toledo lo guardò bieco con disprezzo. La situazione era seria e i campesinos sempre più minacciosi. Rprendere il controllo era indispensabile.

«Una caverna, eh, vecchio idiota? Non un mondo alternativo bensì una caverna? una caverna con due fetide lune? Si è mai visto sulla terra un paesaggio del genere? Sarebbe questa la ricompensa per essermi preoccupato per voi e avervi portati in salvo in un altro mondo sfuggendo ai feroci malgasci?»

«Che cazzo stai cianciando? ignorante buffone» squittì Perra, la neonata con la coda di cavallo, distaccandosi per un attimo dalle poppe della madre. «I malgasci sono un popolo del Madagascar. E come sarebbero mai potuti arrivare fin qua,  nel Maranhao? Secondo me, sei solo uno stronzo incompetente che vuole comandare e arricchirsi alle nostre spalle.»

Il romito, stufo di aspettare, si avvicinò minaccioso e con un violento colpo del suo bastone colpì e disarcionò Alvaro Maria Nuñez de Toledo dalla sella del suo cavallo scaraventandolo al suolo.

«Due lune, eh? pezzo di merda. Ma quali lune del cazzo? quelle sono due grandi meduse luminose che ho appiccicato al soffitto per farmi luce. E ora basta! uscite fuori tutti o vi scateno contro gli squosh.» sbraitò furibondo.

Nel frattempo, Alonso Magonza, con un ghigno ebete dipinto sul volto girava e rigirava, soddisfatto, la nuova mano che stava lentamente ricrescendo con delle lunghe dita quasi femminee.

«Che bello!» gorgogliò «ora ho due pollici e quattro dita.» poi sogguardò le quattro braccia del romito che incombeva minaccioso «Non potrei avere anch’io almeno un terzo braccio? mi farebbe davvero comodo.»

Gli squosh si studiarono perplessi, agitando i tentacoli e digrignando le zanne.

«Se il romito è d’accordo, noi potremmo provare» ridacchiarono. «se gli divoriamo l’altro braccio forse ne ricrescono due…»

Alvaro Maria Nuñez de Toledo, ancora dolente per il colpo ricevuto, si risollevò da terra e si stupì accorgendosi che i campesinos, che poco prima lo avevano accerchiato minacciosi, stavano ora sganasciandosi di risate, scambiandosi gomitate e additandolo. Anche il Romito, appoggiandosi al suo bastone, ridacchiava beffardo. Durante la caduta, la bottega di Alvaro Maria Nuñez de Toledo si era completamente aperta e da questa si era affacciato, con aria timida e mesta, un pisellino di dimensioni microscopiche.

Con una squillante risata, che fece echeggiare l’intera caverna, Alejandra Ramona do Pilar additandolo a sua volta e ricoprendosi le poppe, sbraitò:

«Ecco. È come avevo detto io, ora tutti lo possono constatare. Come capo non vale una cicca e come uomo ancora meno!»

Un lampo improvviso illuminò l’intera caverna, seguito da un urlo feroce che fece zittire i presenti. Anche gli squosh si raggrupparono insieme formando una palla e guardandosi intorno perplessi.

«Tu, Alvaro Maria Nuñez de Toledo, tu, schifoso imbecille, ti avevo ordinato di andar via ma non di portare con te tutta la gente e in particolare la mia adorata e bellissima Alejandra Ramona do Pilar, madre della mia stupenda figlia!»

Sull’entrata della caverna, attorniato da alcune donnine nude e agitando convulsamente la coda da ramarro, era comparso, urlante, l’inferocito shamano Bolívar da Teñebros.

Perra, la neonata con la coda di cavallo, si fece avanti facendosi largo tra la folla e lo affrontò.

«E tu, lurido vecchio vizioso, osi affermare di essermi padre? Hai persino il coraggio di presentarti di fronte a me? Con un solo morso potrei staccarti quella viscida coda di ramarro e darla in pasto agli squosh insieme con tutte quelle puttane che ti porti dietro.»

Digrignando i denti per la rabbia lo shamano Bolívar da Teñebros sollevò la coda e iniziò a scagliare in giro violente scariche di energia azzurrina che fracassarono le rocce e incenerirono di colpo molti campesinos e due squosh.

Con un ululato di furore, osservando la devastazione di quella che considerava la propria casa, e l’atroce morte di due dei suoi fedeli squosh, il Romito estrasse altre due braccia, armate con scuri e mazze ferrate, e si scagliò contro lo shamano, coadiuvato da tutte le sue bestiole che si erano riunite in una enorme sfera dotata di zanne aguzze e di possenti tentacoli.

A causa di quel formidabile scontro Il suolo si scosse e prese a tremare, sussultando con un rombo spaventoso. L’intera caverna iniziò a crollare seppellendo ogni essere vivente con dei massi enormi. Dalle viscere della montagna sgorgò un imponente impetuoso flusso d’acqua, un torrente che travolse ogni cosa scaraventando all’esterno, unico superstite, l’anziano e saggio Ramon la Lutz.

Passarono due anni e un’immensa voragine ricoperta da una torbida acqua nerastra fu tutto ciò che rimaneva di quella che un tempo era stata la fiorente Tonterías, la città perduta.

Ramon la Lutz, quasi cieco, e sempre più vecchio e stanco, sopravviveva ancora grazie al latte che gli forniva la sua unica compagna e amante: la sola capra sopravvissuta alla distruzione di Tonterías.

C’era però un uomo, un accanito e perseverante studioso che non aveva mai perso la speranza di dimostrare al mondo intero la bontà delle sue ricerche e la veridicità delle sue affermazioni.

Fu un giorno di gloria quando la solitudine di Ramon la Lutz fu interrotta dall’arrivo inaspettato del professore Carlos Molina, stanco ed emaciato dopo aver vagato per mesi e mesi per valli e burroni consultando le sue mappe.  Ramon la Lutz fu felice di incontrare un altro essere vivente dopo tanta solitudine.

Parlò, parlò a lungo e raccontò tutto al professore che ne raccolse le confidenze. Svelando il mistero che aveva avvolto l’intera vicenda, Carlos Molina conquistò fama mondiale, fu invitato a tener conferenze in ogni angolo del globo. Fu riverito e rispettato da tutti gli scienziati e dai Capi di Stato. La Svezia gli conferì il Nobel. il più ambito premio che possa essere assegnato a uno storico di valore insigne. Anche la pluricentenaria regina di un’isola europea meditò a lungo se abdicare o meno in suo favore. Alla fine però, dissuasa dalle proteste dell’anziano figlio, rinunziò e mantenne la corona con grande gioia dei suoi sudditi.

 

 

 

 

 

 

 


 

 


 

 

 

 

 

 

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