Le calosce
Avevo quattordici anni ed eravamo a Roma da un paio di mesi, era inverno e
pioveva allegramente da vari giorni sicché, quando tornavamo a casa, dopo la
scuola, le nostre scarpe erano grondanti e inzaccherate, e così anche piedi e
calzini. A papà venne una grande idea: le calosce!
Oggi con questo temine si intende un paio di scarpe di gomma impermeabile,
allora le calosce erano delle “soprascarpe”, una specie di guaina nera, di
gomma lucida, che si calzava sopra la normale calzatura e ingrossava ulteriormente
le mie già larghe “basi d’appoggio”. A
me questa lucida pellicola parve bellissima, anche perché copriva le magagne
dell’ormai consunto e risuolato paio di scarpe invernali che indossavo per
andare a scuola. Bisogna dire che, malgrado la quasi prestigiosa posizione di
papà, a quell'epoca non si nuotava nell'oro: ci portavamo dietro i debiti fatti
per le cure di mamma, recentemente venuta a mancare, le spese del trasloco da
Messina e quelle scolastiche (alla fine si erano dovuti ricomprare diversi
libri). A questo va aggiunto anche un certo modo di vivere spartano, in parte
legato ai tempi ed, in parte maggiore, agli usi familiari, per i quali gli
acquisti annuali di vestiario consistevano, per ogni figlio, in un completo
invernale e una o due paia di calzoncini estivi,
un paio di scarpe marrone per
l’inverno ed un paio di sandali per l’estate ed un imprecisato numero di
accessori (camicie, calzini, fazzoletti ecc.), spesso rappezzati e, in parte,
riciclati dal maggiore al minore dei fratelli. Si aggiunga al tutto il fatto
che né mamma né papà avevano mai palesato grandi capacità di amministrazione e
che, mancata mamma, papà si era dimostrato ancora più impacciato in questo
compito, al punto di dover ricorrere a volte ai risparmi che io e Luciano
avevamo fatto sulla nostra paghetta per pagare la bolletta della luce che, a
suo dire, gli arrivava sempre “fra capo e collo”. A queste difficoltà si veniva
ad aggiungere il problema della nostra carente preparazione scolastica: l’anno
prima avevamo combinato ben poco ed avevamo raggiunto la promozione solo perché
l’insegnante di lettere (la
Italia De Lieto , grande come professoressa e come persona),
al corrente della situazione familiare, non aveva infierito ed aveva usato la
manica larga. Adesso ci trovavamo ancora peggio perché i nostri trascorsi non
interessavano più di tanto i nuovi insegnanti né tanto meno i nuovi compagni
del prestigioso liceo-ginnasio Terenzio Mariani che ci trattavano con
sufficienza se non con aperta ostilità. Insomma rischiavamo la bocciatura e zia
Dina ci mandò a prendere lezioni di latino e greco da una certa signorina
Mugnai, nipote, se ben ricordo, di un prestigioso nome del mondo universitario
ed anche politico (il prof. Lucio Lombardo Radice). Costei era allora
studentessa della facoltà di lettere, con un prestigioso curriculum, sia
scolastico che universitario, e si guadagnava qualcosa dando lezioni private e
facendo supplenze (allora si poteva anche prima della laurea). Il suo nome era
Elena, era una ragazzona bionda, alta, con due meravigliosi occhi verdi ed un
naso a patata sull'ovale del viso sempre sorridente. Ci accolse, fradici di
pioggia nei nostri impermeabilini alla “tenente Sheridan”, in una vasta sala
della casa paterna dove, in un angolo, sopra un tavolo rotondo coperto di
velluto verde, erano disposti libri e vocabolari usati per le lezioni. Su una
parete, un bel caminetto acceso crepitava allegro riscaldando l’ambiente che,
in quel buio pomeriggio invernale, prendeva luce da una lampada a piede, posta
in prossimità del tavolo, che illuminava di una luce calda, lasciando nella
penombra il resto di quel vasto ambiente affollato di libri. Elena ci accolse
con calore ed affetto mettendoci subito a nostro agio ma, quando ci invitò a
levare le calosce per farle asciugare vicino al fuoco, io e Luciano ci
guardammo smarriti. Non potevamo levare quei lucidi involucri senza mettere a
nudo le nostre scarpe sporche e sdrucite e tirammo giù una serie infinita di
“ma no, ma non importa, ma si asciugano lo stesso, non ce n’è bisogno” e così
via, fin quando la poveretta non rinunciò ad insistere con nostro grande
sollievo. Elena si rivelò in seguito molto più di un’insegnante privata con cui
fare i compiti. Credo che la sua comprensione ed il suo sincero affetto sia
stato veramente fondamentale in quei momenti di grande solitudine e sconforto,
momenti in cui ci mancava non solo la mamma ma anche il conforto di un amico.
Papà era ancora una figura non confidenziale e zia Dina, che pure fu sempre
affettuosa e presente, era ancora una figura troppo diversa da nostra madre e,
nella nostra mentalità adolescenziale, era vista con una certa ostilità, quasi
come un’intrusa che volesse occupare una posizione non sua. Il fatto che papà
le si affidasse in modo quasi acritico aumentava questa distanza ed Elena più
che insegnante di greco e latino fu per noi una confidente ed una consigliera.
Seppe sempre smorzare le tensioni ed anche asciugare qualche lacrima che, per
orgoglio, non veniva versata in famiglia. Purtroppo l’anno non andò comunque molto
bene: al secondo trimestre arrivò a casa una lettera della scuola che avvertiva
i genitori del rischio che non venissimo ammessi agli esami di quinto ginnasio.
Ci fu di conseguenza il Gran Consiglio di famiglia in cui zia Dina sentenziò
che dovessimo cambiare scuola. Luciano, da sempre meno volenteroso e grintoso
accettò ma io mi impuntai duramente anche se fui obbligato a promettere che
avrei riguadagnato terreno. Poiché l’iniziativa della lettera era stata
dell’insegnante di francese, la
prof. Lami , una signora di origine slava, amatissima dalla
classe che lei aveva seguito fin dalla media, zia Dina si obbligò a nuove
spese, mandandomi a lezione dalla signora Bollea, la moglie del famoso
professore di psichiatria infantile, una signora affabile ma severa che mi
sottopose ad una massacrante routine. Quando avevo cominciato commettevo circa
tre errori per frase (usando il vocabolario) perché lo standard d’insegnamento
dell’insegnante di Messina, la
signora Saccà , era molto basso ed io non ero certo tra i
migliori. Alla fine dell’anno conversavo e traducevo in simultanea e, senza
vocabolario (il cui uso in classe era proprio vietato) non infilavo più di un
paio di errori ortografici per compito. Io stesso non ci credevo! Latino e
greco non raggiunsero mai quello standard; nel latino, bene o male, sono sempre
riuscito a lambire la sufficienza ma il greco me lo portai comunque a
settembre. Per fortuna il professore che mi esaminò e che sarebbe stato il mio
insegnante anche al liceo, tale Antonino Musmarra, era un uomo di grande intelligenza e, per
quanto apparisse sempre scontroso e burbero anche di grande umanità sicché,
alla fine, riuscii a conquistare la licenza ginnasiale. Qualche tempo dopo, lo
stesso insegnante, parlando con zia Dina ebbe a dire la storica frase:
“Signora, suo nipote il greco non lo sa ma non lo saprà MAI! Perciò lo
promuovo”.
Bravo Giuliano, è bello leggerti. Riccardo Dominici
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